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Greyfell – Horsepower

2018 - Atypeek Music
stoner / heavy metal

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Tracklist

1. People's Temple
2. Horses
3. No Love
4. Spirit Of The Bear
5. King Of Xenophobia


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Non è la prima volta che dai vicini francesi ci arrivano alle orecchie dischi di caratura e originalità decisamente alti, anche stavolta non posso dire di essere stato deluso da “Horsepower“, secondo disco dei Greyfell.

La musica è senza dubbio ascrivibile allo stoner ma molti elementi rimandano a influenze tanto diverse tanto da ricordare la colonna sonora di un film horror più che una band metal. Il disco conta cinque pezzi, composizioni molto lunghe e piene di rumori, le chitarre ruggiscono come argani demolitori e sullo sfondo sono presenti flebili tappeti di tastiere a delimitare i contorni di un cielo carico di tempesta, sul punto esatto di riversare tutta la sua potenza al suolo, il tutto contornato da agghiaccianti voci sepolcrali a tratti e a tratti mistiche e quasi religiose.

Quello che mi colpito ha di più del disco è il trasporto con cui la band ha inciso e composto i pezzi, da pelle d’oca, davvero una rara dimostrazione di cosa significhi suonare musica che smuove l’anima di chi la suona e di conseguenza di chi la ascolta. Il paragone con band come Om e Sleep è immediato, tuttavia i Greyfell sono riusciti a scrivere qualcosa di così personale da staccarsi e contemporaneamente a cavalcare l’onda del genere con profondo rispetto ed un pizzico di innovazione.

Credo che l’elemento più distintivo del sound di “Horsepower” siano proprio le tastiere: onnipresenti, avvolgenti, aggiungono ai riff spacca cemento un alone di mistero e sfumature orrorifiche da brividi sulla schiena. Più ci penso e più non riesco a farmi venire in mente un’altra band che abbia implementato questi suoni di tastiere alla Goblin su una musica decisamente stoner metal. Un esempio è il brano Spirit of the Bear, che richiama nelle melodie e nell’attitudine i già citati Om, ma i suoni di organetto maligno spostano l’ambiente del brano su un piano meno meditativo e più demoniaco, aiutato dai lamenti strazianti e disperati  della voce che artiglia senza scampo l’ascoltatore.

Un altro brano fortemente caratterizzante del disco è Horses che inzia con un coro a metà tra l’ecclesiastico e la sigla di qualche cartone animato anni novanta per sfociare poi in una cantata sbilenca e claudicante, sembra quasi di sentire Morrissey e gli Smiths ma solo per un attimo, quel breve respiro che ci viene concesso prima di essere travolti da una bordata di fuzz e frequenze basse da far perdere l’equilibrio. Da notare verso il finale del pezzo l’utilizzo dei rumori e del noise come parte solistica, la chitarra sembra essere stata processata da un milione di computer rotti, l’equivalente di un grido di dolore atroce provocato da indicibili torture fisiche.

Ci sarebbero un sacco di altre cose da descrivere in questa magnifica opera dei Greyfell, ma non voglio nemmeno rovinare il primo ascolto a chi dovesse leggere prima le mie parole. Il primo approccio con “Horsepower” per me è stato un lampo elettrizzante in un cielo ormai grigio e saturo di band tutte troppo simili tra loro, e sono sicuro lo sarà anche per voi.

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