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Judas Priest – Firepower

2018 - Epic Records
heavy metal / hard rock

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Tracklist

1. Firepower
2. Lightning Strike
3. Evil Never Dies
4. Never The Heroes
5. Necromancer
6. Children of the Sun
7. Guardians
8. Rising From Ruins
9. Flame Thrower
10. Spectre
11. Traitors Gate
12. No Surrender
13. Lone Wolf
14. Sea of Red


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Le dure dichiarazioni di K. K. Downing, arrivate a pochi giorni dalla pubblicazione del nuovo disco “Firepower”, avrebbero spento gli entusiasmi anche del fan più accanito e portato chi segue i Judas Priest più per affetto che per altro a chiedersi una volta di più perché la band non abbia ancora trovato il coraggio di mettere la parola “fine” alla propria gloriosa storia. O meglio, perché non sia andata fino in fondo quando quella decisione l’aveva presa qualche anno fa, annunciando un imponente tour d’addio, evocativamente intitolato “Epitaph World Tour”.

Proprio a pochi mesi dall’inizio di quella che sarebbe stata una fitta serie di date estesa sull’arco di due anni, il sopracitato K. K., aveva separato la coppia di asce metal per eccellenza, annunciando la sua uscita dalla band nel corso di quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima celebrazione. Le voci riguardanti nuovi brani in lavorazione e l’inserimento in corsa del (relativamente) giovane Richie Faulkner avevano definitivamente compromesso la magia di quell’addio, cui infatti era seguito un album, il non eccelso “Redeemer Of Souls”, e nuovi tour.

Il recente peggioramento delle condizioni di salute di Glenn Tipton, storico compagno di K. K. che da alcuni anni affronta, come molti coetanei, il morbo di Parkinson, è stata l’occasione per i veleni di tornare ad emergere: quando la band ha annunciato che sarebbe stata costretta a sostituire Tipton in sede live, Downing ha manifestato pubblicamente il suo disappunto per non essere stato chiamato a prendere il posto dell’ex compagno, sostenendo contestualmente di essere ancora formalmente un membro della band e arrivando a insinuare che non fosse stato Glenn ad incidere le proprie parti di chitarra su “Firepower”, ma che se ne fosse occupato il produttore Andy Sneap. Quando la vicenda aveva ormai assunto toni talmente grotteschi da farmi sperare si trattasse di una strategia pubblicitaria, è arrivato il disco, a confermare quanto di buono i primi due estratti, Lightning Strike e Firepower, avevano lasciato intravedere.

La title track, posta in apertura, ha le sue radici negli anni ‘90 della band, quelli aperti dal capolavoro “Painkiller” e segnati dall’avvicendamento al microfono tra Halford e Tim “Ripper” Owens: un brano quindi aggressivo, dal sound moderno e dai toni epici. Lightnin strike richiama invece l’anima ottantiana dei Priest, rimandando in particolare al periodo “Screaming For Vengeance/Defenders Of The Faith” (citato anche dalla copertina), con ritmiche più scandite, intrecci chitarristici ed un ritornello efficace. Queste prime due tracce, oltre a fornire indicazioni positive circa lo stato di salute della band, definiscono il perimetro delle intenzioni che animano l’intero “Firepower”: riprendere gli elementi che hanno caratterizzato le diverse incarnazioni della band e amalgamarli, grazie anche ad una produzione moderna ma non eccessivamente patinata, in un disco omogeneo.

Le successive Evil Never Dies e Never The Heroes sono accomunate da un incedere maggiormente cadenzato: la prima si sviluppa su un riff roccioso che dalla metà del brano in avanti lascia spazio ad un arpeggio, in un susseguirsi di soluzioni un po’ stanche, mentre la seconda, che nella strofa sembra riprendere le atmosfere di “Turbo”, ha il suo perno nel ritornello epico e facilmente memorizzabile. Necromancer torna a puntare sull’aggressività, aprendo con un bel riff e sviluppandosi su un ritmo incalzante fino al ritornello, dove la band si affida ad uno schema non particolarmente brillante. Children Of The Sun è invece nuovamente un mid tempo tipicamente ottantiano che, oltre ad apparire maggiormente coeso dei precedenti episodi cadenzati, ha anche il pregio di creare lo spazio affinché Halford possa ricordare, sul tessuto di un arpeggio, quanto ampia sia la gamma di soluzioni espressive a sua disposizione.

Il binomio Guardians/Rising From Ruins costituisce uno dei momenti migliori di “Firepower”: l’introduzione è affidata ad un pianoforte che, affiancato dalla chitarra, prepara il terreno per l’esplosione di un riff battagliero, capace di aggredire e ritrarsi fino a sfociare in un ritornello epico, mentre nella coda la solennità del pianoforte viene ripresa in modo corale. Flame Thrower torna di nuovo agli 80s senza brillare particolarmente, con un ritornello ammiccante a inframezzare strofe il cui intento sembra solo quello di indurre all’headbanging. La successiva Spectre, secondo brano di “Firepower” ad essere accompagnato da un video ufficiale, si affida al groove mentre Traitor’s Gate si apre con un arpeggio che lascia presto posto a due riff “painkilleriani” in rapida successione, sul secondo dei quali si innesta la voce del sempre ispirato Halford. No Surrender è l’ennesimo pezzo battagliero e un po’ ruffiano, con un ritornello pensato probabilmente per avere una buona resa in sede live. Con Lone Wolf il groove torna l’elemento centrale della ricetta, mentre la conclusiva Sea of red, che si sviluppa sull’arpeggio di una chitarra acustica è una discreta ballad rock, dotata di una struttura efficace anche oltre il ritornello.

Complessivamente “Firepower” è un buon disco, capace di accostarsi con autorevolezza, senza tuttavia poter pretendere di farne parte, alla cerchia dei capitoli più brillanti della discografia della band. Sicuramente è un’ottima risposta alle perplessità e ai malumori descritti ad inizio pagina, andando probabilmente a rappresentare la miglior prova dei Judas Priest dai tempi di “Painkiller”.

Come spesso capita con gli ultimi lavori di band affermate, l’elevato minutaggio costituisce un limite, implicando l’inclusione nella tracklist di tracce che abbassano il livello qualitativo generale, ma non impedisce alla band di brillare ancora, ristabilendo le gerarchie in un mainstream ormai popolato da ragazzi quarant’anni più giovani.

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