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Kurt Cobain: ciò che rimane è immutabile

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain. I miei eroi nell’ondata grunge mainstream sono sempre stati – e lo sono ancora da ormai 18 anni a questa parte – Layne Staley e Chris Cornell. Poi ci sono Tad Doyle e Buzz Osborne ma questa è un’altra faccenda. Una ragazza con cui uscivo ormai una vita fa invece sì, sapeva tutto di Kurt, lo venerava, conosceva ogni singolo orpello di ogni singolo brano e ogni virgola in ogni testo dei Nirvana. Litigavamo spesso – da bravi mocciosi – su chi avesse avuto più impatto tra Layne e Kurt ignorando entrambi che nessuno dei due avrebbe avuto la meglio sull’altro.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure i primi due brani che ho imparato col basso sono stati ovviamente Come As You Are e Smells Like Teen Spirit, un po’ perché erano davvero semplici, un po’ perché quelle melodie mi avevano a loro modo stregato ma al tempo non lo avrei mai ammesso, imbecille com’ero. Intanto le suonavo e risuonavo e “Nevermind” girava di continuo a casa mia, di nascosto, stupidamente.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure “I Diari” li ho letti da capo a coda in un batter d’occhio e mi sono comprato le Converse in edizione speciale ad essi dedicate – e le ho ancora anche se adesso sono completamente divelte ma le indosso a testa alta fottendomene degli spifferi. In un viaggio ad Amsterdam di qualche anno fa ho anche trovato “Heavier Than Heaven” di Charles R. Cross in una libreria pazzesca e l’ho subito acquistato, forte del fatto che il titolo prendesse il nome proprio da un tour del trio assieme ai Tad ed è semplicemente una delle migliori biografie musicali che io abbia mai letto.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure è proprio grazie a tutte queste letture d’adolescente, agli articoli che ogni anno uscivano sulle riviste specializzate e agli speciali su MTV (dura la vita senza internet, eh?) che ho scoperto proprio quei Tad che tutt’oggi mi accompagnano almeno una volta a settimana, gli Earth, i Jesus Lizard o i Melvins – ma qui è anche un po’ colpa di Mike Patton – che con Kurt hanno condiviso più di un’amicizia e che fin troppe volte si sono trovati a prendere a male parole oppure a difendere. Quegli stessi Melvins che hanno supportato nella figura di Dale Crover ben tre brani sul debutto mortale che fu “Bleach” e in quella di Buzzo che indicò la faccia pulita del batterista degli Scream dicendo “quello fa per voi”. E alla fine sì, faceva davvero per loro ma col senno di poi un po’ lo maledico il Re Buzzo perché Grohl ha rotto sostanzialmente i coglioni.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure sono andato a vedere “Montage Of Heck” e ho pensato per tutta la sua durata “Cristo santo, quante cazzate una in fila all’altra”. Non che io avessi chissà quale possibilità di conoscere la verità ma ogni parola della vedova Cobain – al secolo Courtney Love – mi suonava come fasulla e buttata lì per vendere un po’ di più, per lavarsi un po’ di più la coscienza (no, non sono uno di quelli che pensa che lei lo abbia fatto fuori). A sostegno del mio pensiero è intervenuto ancora una volta mr. Melvins Osborne: Facts don’t make any difference. What matters is what people believe. The ‘truth’ about [Cobain’s] situation has always been false. So there you go…utter fabrication. That’s never not been the case.” Seguito da una bella colata di fango per madame Love, che non guasta proprio mai.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure quando andai a Lucca Comics diversi anni or sono e ricevetti la copia firmata da Tuono Pettinato della graphic novel “Nevermind” con tanto di piccolo Kurt Donald sorridente disegnato al momento sulla cui testa campeggia la scritta “per Faz” sembravo un bambino felice proprio come Kurt (e non sarò mai abbastanza grato alla mia amica/collega Francesca per questo).

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure ogni volta che metto su “Bleach”, “Nevermind”, “In Utero” mi sento pervaso dal teen spirit ma non solo, anche da un sacco di voglia di frantumare cose ma forse anche questo è spirito da teenager. Meglio ancora con  Live At Reading” o “From The Muddy Banks Of The Wishkah” in cui si sente ancora e per sempre tutto il malessere prorompente e idilliaco di tre uomini all’apice della potenza creativa e uno al limite della sopportazione di una vita tra mito e devastazione psico-fisica ma per niente stanco di bruciare il palco e infestare l’audience.

Non sono mai stato un fan estremo di Kurt Cobain eppure sto scrivendo questo articolo che parla di me, ma sicuro come l’oro parla di molti di voi che lo stanno leggendo e mi sento un po’ paraculo, ma quello che c’è da sapere di Kurt Cobain lo sapete tutti quanti e redarre l’ennesimo articolo con nozioni trite e ritrite forse sarebbe stato ancor più stucchevole e forse inutile. Poi altrettanto sicuro lo leggerete dalla vostra comoda piattaforma social e potrete dire la vostra e oggi le vogliamo sentire tutte.

In un rigurgito mnemonico di rara potenza oggi, 5 aprile 2018, ricordo di quando appresi della morte di Layne Staley – di lui sì che ero fan estremo ve l’ho detto? – da un giornale di settore (credo che fosse Hard o al massimo Rock Sound) e mi sentii investito da un sacco di merda lanciato in un ventilatore. Sono le coincidenze che lasciano atterriti e la sicurezza che qualcosa si è spento lasciandoci soli ed impotenti di fronte ai demoni divoratori dell’animo umano ma che di riflesso dobbiamo ringraziare poiché senza di loro non ci sarebbero state Would?Pennyroyal Tea.

Ciò che rimane è immutabile. Due voci che all’unisono avrebbero fatto esplodere un’intera schiera angelica e che hanno assoggettato una quantità immensa di fruitori musicali provenienti da qualsiasi “religione”, da quella hip hop a quella pop a quella punk ed heavy metal, che poi sono quelle a cui in parte appartenevano anche Staley e Cobain. Anche ma non solo perché c’era tanto altro nel loro linguaggio alieno. Forse c’era tutto e c’è ancora tutto anche se non sono qui per dire la loro. Per fortuna o per sfortuna nessuno di noi può dirlo.

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