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Back In Time

Back In Time: TOOL – Undertow (1993)

Chi mi segue nel percorso di questi Back In Time – e chi mi conosce, va da sè – avrà ormai capito che il fulcro esistenziale di ciò che ho vissuto in termini puramente musicali è iniziato nel biennio 2000/2001. Anche questa volta il racconto parte da lì, e non dal disco di cui stiamo parlando.

Parte invece da “Lateralus”, quintessenza magica – è il caso di dirlo – dei Tool, e dal fatidico giorno in cui mi fu detto “tu fidati e compralo”. Da lì in poi ho seguito a mò di granchio le orme lasciate sul suolo di Saturno dal quartetto losangelino, finendo così col passo successivo invischiato mani e piedi nella pietra miliare di “Aenima” (di cui ha già ampiamente e deliziosamente parlato il fido Mascagna) per poi arrivare, una volta metabolizzati – o almeno così pretenziosamente credetti al tempo – i due monolitici dolmen atterrati sulla Terra tra il 2000 e il 1996 (sempre à rebours), ad “Undertow”, insomma all’inizio di tutto.

Inizio che inizio non è perché prima del primo full lenght del 1993 ci fu quell’EP intitolato “Opiate” che già mostrava chiaramente le intenzioni di Keenan, Jones, Carey e D’Amour. E non erano buone, almeno per chi si stava abituando a qualcosa che comunque abitudinario ancora non era. Se Hush fu il manifesto di quei Tool, Intolerance lo è di questi appena nati nel pongo alieno uscito dall’ano di un mostro deforme. Intolleranza a tutto ciò che ci/li circonda(va) e posizioni ora già oblique in preparazione di ciò che ci sarà a venire.

A seguire il percorso per detrazione sulla discografia dei quattro si finisce per comprendere quanto si sia aggiunto negli anni e quanto non sia mai stato lasciato indietro e sia semmai divenuto parte di un tutto mai portato a termine, nemmeno su “10.000 Days”. Insomma, il delirio e l’introspezione disgustopatica mutuata dal grunge diviene qui chiave di volta e guinzaglio a cui chi – come me e molti altri ma non troppi – vedeva nelle risate sardoniche di un officiante sgradevole e nel buio uggioso di uno scantinato ricoperto di sangue, merda e sperma – non in ordine consequenziale – un punto di rottura con un mondo che andava disgregandosi via via che accorpava in sé elementi nuovi che sapevano già di vomito appena usciti dalla fabbrica.

Perché “Undertow” non guardava né all’anima né al cosmo bensì si toglieva i pantaloni e piangeva sui propri organi genitali amare lacrime di consapevolezza, malcelata rabbia e singulto d’orripilanti demoni interiori impossibili da scacciare se non con furiosi pugni sferrati sulle gengive di un nemico invisibile, ma che finiva per colpire il corpo terreno di ognuno di noi – anche otto anni più tardi faceva il medesimo effetto. Non a caso il mix è stato affidato ad un Ron St. Germain già vicino ai Bad Brains, non a caso sulla spaventosa Bottom si trova nelle acque torbide un Henry Rollins già vestito da spokenwordista che affila la lingua sputando “Shameless now, nameless now, nothing now, no one now / And my soul must be iron / ’cause my fear is naked / I’m naked and fearless / And my fear Is Naked.

Non a caso Maynard grida senza posa né controllo nel microfono e le chitarre di Adam sono un “bastardometer” che espugna le costruzioni dell’ego. Non a caso Paul e Danny sono uniti in un’unico kaiju inarrestabile che passa e spazza tutto ciò che incontra. Non a caso la domanda “Why can’t we not be sober?” è seguita dalla richiesta disperata “I just want to start this over”. Nulla è a caso nemmeno qui, al principio di tutto – prima ancora che giovani virgulti abusati e zeppi di merda interiore facessero il primo passo su un palco o in una saletta – fosse già chiaro che i Tool non avrebbero mai ceduto il passo a nessuno, al costo di finire derisi – da noi per primi – per l’estrema lentezza nella composizione di un disco che Dio sa solo se vedremo prima di cagarci definitivamente addosso per la noia.

Qui, nudi e soli con noi stessi, tutti i noi di cui sopra ci siamo chiesti se potessimo essere a nostra volta schifosamente infami e oscenamente consapevoli di tutto come lo erano (sono?) questi quattro. Da qui in avanti il viaggio verso le stelle non ci è toccato se non come meri osservatori, quindi forse no. Restiamo con il nostro floscio arnese davanti ad una parete riflettente a chiederci se possiamo strisciare via, sobri come non lo saremo mai.

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