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Baustelle – L’Amore e la Violenza vol. 2

2018 - Warner Music Italia
pop

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Tracklist

1. Violenza
2. Veronica, n.2
3. Lei malgrado te
4. Jesse James e Billy Kid
5. A proposito di lei
6. La musica elettronica
7. Baby
8. Tazebao
9. L'amore è negativo
10. Perdere Giovanna
11. Caraibi
12. Il minotauro di Borges


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“Dodici nuovi pezzi facili” è il motto con cui i Baustelle hanno presentato “L’amore e la violenza vol. 2“. Si tratta, in effetti, di una frase per cui qualcuno potrebbe parlare di “svolta pop”, anche in base a quanto visto nel relativo “Vol.1”, il disco uscito solo un anno fa che ne è ovvia controparte. La verità è che quella della band di Montepulciano è pura provocazione, mera boutade, giacché la presunta facilità del nuovo album, come anche del primo capitolo, è quella da sempre ambivalente che li caratterizza: popolari, ma anche elitari, per un’intersecazione che ha via via aperto loro una terrazza privilegiata sul panorama della musica italiana.

Al massimo, più che di facilità, ne “L’amore e la violenza vol. 2” si potrebbe parlare di maggiore solarità, ma solo in relazione all’oscuro “Fantasma”, nero e magnifico passaggio orchestrale necessario per l’affermazione aristocratica di una band che, volenti o nolenti, è fra le più importanti in Italia. Per il resto, l’ultimo album dei Baustelle è, forse anche più del Vol. 1, una summa di molti dei loro aspetti peculiari, raccolti e messi ancora più a fuoco con un’efficacia letale; un Sussidiario al netto delle spigolature giovanili, un Amen meno scintillante. Che questa si chiami facilità, immediatezza o, più semplicemente, maturità, poco importa.

Il pop che domina “L’amore e la violenza vol. 2” è infatti quello sfarzoso ed elegante che i Baustelle si coccolano più meno da sempre, fatto di inflessioni barocche e colte, di atmosfere vintage, melodico ma non banale e che non disdegna né stacchi radiofonici (il singolo di lancio Veronica n. 2) né tantomeno episodi più ruvidi (Baby); quello solito, insomma, “per tutti e per nessuno”. La vera chiave di volta dell’album sta però nell’elemento trascurato in Vol.1, nell’altra faccia della medaglia, che qui diventa perno centrale della narrazione. Là dove prima era stata “la violenza”, ora la band si concentra su “l’amore” e le relazioni, scandagliando la tematica in ogni sua sfaccettatura, lontano, come è lecito aspettarsi, dai cliché imperanti a riguardo. Pezzo dopo pezzo, la penna di Bianconi si muove fra neri tabù e nefandezze imperdonabili, felicità totalizzanti, delusioni e libertà incolmabili quasi quanto i vuoti che le sottendono, in un’odissea senza meta, in un continuo oscillare.

Va da sé che l’amore come concept funga poi da parafulmine, a copertura di un’opera che è espressione piena di ogni baustellismo presente e passato. Dentro “L’amore e la violenza vol. 2“, infatti, c’è tutto: dal pop più vintage (Jesse James e Billy Kid) ai Pulp (Veronica n. 2), passando per la commistione carne-spirito (L’amore è negativo), il citazionismo spinto (Baby), la decadenza di ogni pomposo arrangiamento e l’aura dannata (Il minotauro di Borges). Menzione a parte per Perdere Giovanna, probabilmente una delle vette creative dell’album: quasi una marcetta atipica e avvolgente, e con un testo da incorniciare, figlio di un nichilismo memorabile. Se poi nella trasognata Caraibi torna il Bianconi dell’adolescenza e degli attacchi di panico, le ennesime prestazioni maiuscole della Bastreghi (nella barocca Lei malgrado te e nell’indie-rock di Tazebao), mettono il punto esclamativo su un disco classico, elegante e curato, ma anche pieno di pathos in ogni suo momento.

A carte scoperte, “L’amore e la violenza vol. 2” è il perfetto complemento del predecessore, dal quale si distacca soltanto per tematiche e per una meno marcata solennità di fondo, ma è anche un imponente monolite a sé stante, a tratti persino superiore al precedente. Soprattutto, è un concept amaro e definitivo sulle relazioni e sull’amore, emotivamente intensissimo, per quanto a tratti quasi didascalico.

La sintesi perfetta fra l’amore “visto da fuori” e quello “visto da dentro”; l’opera che la musica italiana chiedeva ai Baustelle e che soltanto loro avrebbero potuto fare con tanta lucidità. Un altro passo avanti – l’ennesimo – nella loro carriera.

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