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Back In Time

Back In Time: AFTERHOURS – Germi (1995)

Sporchi, cattivi, strafottenti, elettrici, criptici, allucinanti. Questo erano nel 1995 gli Afterhours. Tutto il male e la sua formicolante essenza si riversano di getto come il vomito di chi ha bevuto merda tutta la notte in un unico suono blasfemo e voci da mostri sotto il letto spinti a calci nelle palle da ritmiche viscidamente occulte. Questo erano gli Afterhours di “Germi”, e potremmo chiuderla qui, veloce ed indolore.

Ma il quarto disco della band formata allora dal quartetto Agnelli/Iriondo/Prette/Zerilli è un agglomerato di oscenità che non smette di tacere a ventitre anni di distanza dalla sua formidabile uscita, quindi di dolore in qualche modo dobbiamo parlare. Mai come prima d’ora (allora) il gruppo si era spinto così sul fondo dell’inferno eppure la strada era già ben visibile, nonostante i brani qui contenuti siano trasposizioni di alcuni contenuti nei due precedenti, ma lo sapete bene. La svolta linguistica del combo sembra però vederli librarsi in un cielo fino ad allora non completamente sgombro.

Le labbra di Agnelli possono finalmente sputare il veleno a dovere, come solo lui poteva fare in quegli anni di grunge e malattia, di Italia piagata dalle plastificazioni in divenire ad opera di Cecchetto, lontana da quello che ora indebitamente è diventata – complici in primis proprio i nostri. Pop kills your soul non è più solo il titolo di un album bensì è il modus operandi con cui i quattro si mostrano al popolo alternativo italiano, un modo che prende il pop come genere e idea rivoltandolo come un calzino e infilandoci il cazzo. Se le chitarre di Manuel e Xabier prima erano affilate ora sono proprio solo sporche di sangue e sperma e l’effetto è di pura, lucente disgrazia urbana.

Germi” è un disco che inizia con una chitarra digrignante e che continua con una title track che infesta l’anima e corrode il corpo con un testo che fulmina e non spiega niente eppure mostra tutto. Segue l’uccisione in diretta dell’idea di ballad su Plastilina con le sei corde tanto pressanti e asfissianti che sembrano essere prese in prestito dagli Unsane (provate a confutarmi) e che sguazza con un maiale in un fango grunge distruttivo. “Germi” è un disco che racchiude in sé brani deliziosamente pop (ancora) e d’amor malato come Ossigeno e Dentro Marilyn che ti penetrano il cranio e vuoi ascoltarle sempre e solo mentre scopi. Il (post) punk furioso e urticante di Siete proprio dei pulcini è una lama affilata che passa tra un dito e l’altro mentre il mostro all’opera ti guarda e dice “dite che vi va di creare, siete proprio dei pulcini che mi va di mangiare”. E fa paura.

Germi” è un disco con un pezzo mortale come Strategie che volge lo sguardo al futuro e ci vede già Greg Dulli a dividere il microfono e lo spazio vitale con i propri creatori e che non si vergogna di urlare slabbrato una richiesta di chiavata tra fiori urlanti strategie e insetti malvagi. Giovane coglione è invece l’introspezione dell’inadeguatezza che da Seattle a Milano traccia una linea bianca e si pianta tra gli occhi. “Germi” è un disco che non ti lascia capire quando le immagini che vanno man mano costruendosi siano immaginate o vissute in una realtà sozza e infatti Vieni dentro è una debilitante discesa nel girone di violenza e lussuria che disgusterebbe più di uno dei tanti solerti ben pensanti che oggi ammorbano l’anima attraverso lo schermo così come quelle di Posso avere il tuo deserto? leccate da chitarre prese in prestito da Josh Homme.

E poi c’è quel pezzone di POP (una canzone pop) ed è proprio questo: una dannatissima canzone power-pop che evira. E poi c’è una cover senza senso di Rino Gaetano. E poi c’è l’elettricità aberrante dei brani senza testo.

Germi” è un disco che se fosse uscito negli States sarebbe stato targato Sub Pop. “Germi” è il disco che assieme a “Catartica” ha cambiato tutto, che ha fatto cagare addosso i genitori e che ha ridato vita ai morti (viventi), che ha dato coraggio agli stronzi e che ha ricombinato le regole del male e del contro. Poi, un bel giorno, tutto è andato a puttane.

Possiamo incolpare i social, i talent show, il Padreterno, i preti, i perbenisti, chi cazzo volete voi ma nella realtà la colpa è solo nostra perché non ci abbiamo creduto abbastanza e allora la fiamma si è estinta – pur essendo bruciata per un bel pezzo – mentre noi eravamo ancora sbronzi di violenza, distratti da noi stessi, a guardarci addosso e pensare a quanto fossimo bestiali e feroci nel nostro essere senza renderci conto che in fin dei conti eravamo solo dei pulcini pronti ad essere mangiati. End.

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