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Back In Time

Back In Time: RAGE AGAINST THE MACHINE – Evil Empire (1996)

Ci sono voluti ben quattro anni per far sì che i Rage Against The Machine dessero all’eponimo album un seguito. Quattro anni in cui si sono susseguite voci di tensioni, stemperate da Morello, alimentate dall’attivismo di De La Rocha e dai suoi viaggi ad esso legati. D’altro canto tensione è sempre stata la keyword perfetta per definire quanto i quattro californiani hanno esplorato e donato al proprio pubblico nella loro pur breve carriera che fosse essa lirica o prettamente musicale poco importa. I nervi sempre tesi e la rabbia in odore di “rivoluzione pop” protesa verso chiunque si affacciasse per più di qualche fugace minuto al verbo contra dei RATM.

In tanti vedono “Evil Empire” come un leggero passo indietro nei confronti della furia distruttivo-costruttiva del suo futuribile predecessore e di certo non ci si trova dinnanzi alla stessa intesa dose di urgenza debilitante, ma definirlo scarico o meno imponente è di certo una follia in termini assoluti – e vi assicuro che l’ho sentito dire. L’evoluzione del suono del quartetto passa attraverso soluzioni meno hardcore, più ragionate nel loro arrembaggio alla macchina del sistema e decisamente più protese verso un hip hop gonfiato di elettricità e distese furiose di groove.

Il contesto principale è quello di scagliarsi contro l’arrogante potere costituito degli Stati Uniti in opposizione alle minoranze interne e confinanti con il proprio territorio, le ingerenze dei governi a stelle e strisce e messicano nei confronti dello stato del Chiapas e le discriminazioni da essi perpetrate nei confronti delle realtà “indigene” e più povere del Paese sfociate nella nascita dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale che De La Rocha ha vissuto sulla pelle in un viaggio (nel ’96 era il quarto) che di certo ha contribuito sia a rendere ancor più lungo il processo di creazione del disco, ma in egual misura a renderlo tanto pregno di significati portandolo all’indigeribilità di chi non è avvezzo alla materia.

Le parole dunque sotterrano in qualche modo il contenuto puramente suonato, che si muove in una direzione meno esplosiva e più “sottolineativa” del lavoro perpetrato dal cantante. Lo sgolarsi di Zack si fa più affilato e meno hc, meticoloso nel suo definire la propria natura intrinseca da mc atipico senza stagnare né diluire per questo il proprio apporto “rabbioso” e forse alzandone il tasso di pericolosità come un fiume in piena senza mezzi termini. Gli incastri ritmici di Wilk e Commerford si agganciano al rhyming a doppia mandata, Morello seleziona e seziona il proprio sound costruendo modi sempre più atipici di intendere la chitarra resa ancor più graffiante e assurda di quanto non lo fosse prima. Scoppia meno e incide di più, scalcia e scalza il delirio e lo irrobustisce fino a renderlo morbidamente impattante. La produzione di Brendan O’Brien (che personalmente non ho mai patito e mai patirò) fa il resto.

Solo per fare alcuni esempio l’opener People Of The Sun la dice lunga su quanto appena enunciato con il suo incedere felpato e scratchante, sicuro di sé senza il bisogno di far deragliare il tutto come accadde con Bombtrack. È Bulls On Parade a far saltare il banco riportando l’orologio indietro dei famosi quattro anni: la penna dipinge lo scenario degli scontri e di un esercito che minaccia famiglie che in tasca non hanno né cibo né soldi bensì caricatori, pronti al peggio, la chitarra è il fucile della rivolta spianato contro l’oppressore, gli stop’n’go funkadelici che si scontrano con il vero pageiano e creano una tempesta al calor bianco.

Vietnow sputa in faccia alle radio destrorse e in botta da cristianesimi posticci in patria facendole a pezzi al ritmo di “Turn on tha radio / nah, fuck it, turn it off / fear is your only God on tha radio / nah, fuck it, turn it off” mentre sotto serpeggia un mostro meccanico e paranoico che sfonda il muro del suono. Down Rodeo è pressione pura che sfiata, si dilata e torna a schiacciarsi al suolo ed è il diario del viaggio in Chiapas di De La Rocha e quindi sfonda tutto, Tom si adegua e tira fuori le carte da cento di tutto l’album con il suo essere mutante: fa il dj, pianta chitarroni giganti in ogni angolo libero e poi ci ficca dentro un gusto melodico che non farà mai più la sua comparsa da queste parti.

Tutto è ridotto all’osso e sembra non voler mai esplodere alla sua massima potenza, ma è tutto volto a rendere l’hip hop libero dalla sua condizione faceta il verbo a cui volgere lo sguardo in un tempo il cui il punk – come genere ed intenzioni – è solo un ricordo lontano e quindi c’è bisogno di una nuova veste per dare ai giovani un motivo per mandare tutti affanculo ma a ragion data, non tanto per andare in giro a blaterare “fuck this and fuck that” come dei novelli, ridicoli ed anacronistici Johnny Rotten. Acculturare rompendo gli schemi e facendo rumore, tanto e tanto ancora ne sarebbe venuto, anche se non abbastanza. Dimostrare che auto-ghettizzarsi non sarebbe servito ad un cazzo.

Una lezione che nemmeno i RATM hanno imparato. Il muro tra voce e strumenti è sempre più alto e ci sarebbe voluto poco per vederne i risultati. La battaglia di Los Angeles si vedeva già all’orizzonte e a perderla sarebbero stati tutti. Intanto “Evil Empire” non è un disco minore – né mai lo sarà – è semmai il rivoluzionario pop di cui sopra che si riscopre e reinventa pur rimanendo fedele ad una linea che lui stesso ha contribuito a creare, assieme a molti altri “visionari”. Se il difetto imputabile è il suo essere meno pesante di “Rage Against The Machine”, beh, alla faccia del difetto. Trovatelo un altro album “hip hop” – le virgolette sono d’obbligo – così.

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