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Motta – Vivere o Morire

2018 - Sugar
songwriting / pop

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Tracklist

1. Ed è quasi come essere felice
2. Quello che siamo diventati
3. Vivere o morire
4. La nostra ultima canzone
5. Chissà dove sarai
6. Per amore e basta
7. La prima volta
8. E poi ci pensi un po'
9. Mi parli di te


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La Targa Tenco come miglior “Opera prima” per “La fine dei vent’anni“, unita all’ampio e mai scontato consenso di pubblico riscosso, sono stati solo gli ultimi pesi, in ordine di tempo, che hanno oberato di responsabilità ed attese la lavorazione di “Vivere o morire“, che segna il ritorno sulle scene di Motta dopo il fortunatissimo esordio da solista di due anni fa. Certo, non deve essere stato facile scegliere la strada da cui ripartire: da una parte accontentare un pubblico sempre più vasto – pur col rischio di snaturarsi -, dall’altra farsi ancora più difficile, complicare le carte in tavola; nel mezzo, un milione di sfumature, tutte ugualmente traballanti, col pericolo di ripetersi sempre in agguato.

Alla fine, Motta ha scelto di percorrere la via più difficile, quella che probabilmente suggeriva la sua indole, dimostrando al contempo di avere spalle larghe a sufficienza per sostenerla. Grazie anche al contributo di Pacifico ai testi e di Taketo Gohara alla produzione, il travaglio di “Vivere o morire” ha visto finalmente la fine, con un disco meno immediato del precedente, che sceglie di complicare, almeno in parte, la formula originale. Prendendo le distanze dal sing-along infatti, ora tutto si fa più scuro e introspettivo, a tratti anche più asciutto, con gli stacchi fra strofa e refrain che talvolta tendono persino ad assottigliarsi.

Già perché la ricchezza di “Vivere o morire” non è figlia dell’abbondanza, ma della cura meticolosa per i dettagli e le sonorità. Da questo punto di vista, infatti, tutto suona ancora pulito ed essenziale come nell’esordio, ma qua e là il lavoro di Gohara si è rivelato utilissimo proprio per limare i particolari e smussare i bordi. Gioielli, in questo senso, sono ad esempio l’ouverture soffocata di Ed è quasi come essere felice e i rintocchi notturni della title-track. Quello che siamo diventati, insieme a Chissà dove sei (con arrangiamento d’archi) e La prima volta, si inserisce in una scia che rivela tutta l’evoluzione sonora dell’opera, rispetto a “La fine dei vent’anni”: superate le spigolature dell’esordio e gli slanci indie-rock, è stata fatta ordine fra i suoni, raccogliendo gli elementi in gioco per una virata verso ballate d’autore morbide dagli echi tribali, per un folk autorale dalla matrice world ancora più forte. Al netto di una La nostra ultima canzone che forse si perde un po’ nel guado fra primo e secondo album, il Motta del 2018 suona più sicuro, ancora indiavolato e preziosamente ruvido e delicato al tempo stesso.

Soprattutto, “Vivere o morire” è il passo successivo ai tormenti de “La fine dei vent’anni”, trasparendo sin dall’inizio una malinconica serenità di fondo. Che si tratti della fine di un amore (Chissà dove sarai), del suo ‘inizio (La prima volta), o di una trattazione totale a là Appino, che parte da se stessi, arriva all’universo e poi ritorna (Vivere o morire), i testi trasudano sempre una certa maturità e consapevolezza che giocoforza lo stile dell’esordio tagliava fuori. Tutto, in ogni caso, è ancora efficacemente diretto, senza giri di parole, tanto che quando Motta deve affondare il colpo spesso lo fa di gran classe, con una sola frase (“In equilibrio perfetto fra tutto quello che ho perso / e quello che ho scelto”, recita Chissà dove sarai). Nota a margine per il dolcissimo valzer Mi parli di te, una dedica al proprio padre di un intimismo quasi struggente.

Sospeso nel vuoto, su un filo sottilissimo, Motta compie la traversata più difficile senza precipitare giù, nel segno di un lavoro di un cantautorato complesso e introspettivo, ma non per questo non in grado di arrivare a tanti. Il traguardo è, neanche a dirlo, il passo avanti che implicitamente già indicava “La fine dei vent’anni”. Un passo che, arrivati alla fine di “Vivere o morire“, potrebbe sembrar facile da compiere proprio per la pienezza del risultato conseguito, ma che in realtà non lo è affatto.

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