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A Perfect Circle – Eat The Elephant

2018 - BMG
alternative rock / pop

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Tracklist

1. Eat The Elephant
2. Disillusioned
3. The Contrarian
4. The Doomed
5. So Long, And Thanks For All The Fish
6. TalkTalk
7. By And Down The River
8. Delicious
9. DLB
10. Hourglass
11. Feathers
12. Get The Lead Out


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Quando l’ormai ex batterista Josh Freese in un’intervista a latere dell’uscita di “Thirteenth Step” per disinnescare le critiche mosse agli A Perfect Circle di essere una semplice emanazione dei Tool disse “penso che gli APC siano più pop, molto meno d’impatto. Questo disco poggia sulle canzoni, nel senso più pop del termine” parlava comunque di un album sì pop ma di difficile assimilazione, obliquo e a suo modo mefistofelico.

Ora che il motore ritmico dei The Vandals se n’è andato (e cazzo quanto ci manca) ascoltando “Eat The Elephant” potrebbe annuire circa la sua definizione della band di Maynard James Keenan e Billy Howerdel, perché mai come ora i due hanno dato sfoggio di una simile fascinazione per il “genere” di cui sopra pur essendone influenzati e mantenendo la rotta in acque chete, se non emotivamente – quello mai – quantomeno compositivamente parlando. Per molti questo sarà il fatidico “disco della discordia” di cui si parla sempre e che si piazza almeno “tredici passi” indietro dai suoi predecessori, per altri ancora il perfetto nuovo capitolo di una band rinnovata e che avendo raggiunto il suo apice espressivo con l’album di debutto non poteva che mutare ancora e ancora fino a trasfigurare totalmente. In mezzo il nulla più assoluto. Il classico: o lo ami o ti fa cagare a più non posso.

È una premessa lunga – e forse scontata –  la mia, ma l’approccio al disco in questione è stato difficoltoso. Prima di arrivare allo strato obiettivo del “recensore” il suono è dovuto passare attraverso la crosta magmatica del fan orrendamente infatuato del combo e non è stato un viaggio comodo. Tutto “Eat The Elephant” è fondamentalmente un colpo di scena devastante – e se sia un bene o un male non sta davvero a me giudicarlo – a partire dal So Long, And Thanks For All The Fish, che non solo è un tributo a Douglas Adams ma anche una lancia power pop a sfondo U2iano che presumo essere uscita dritta dal dizionario dei riff di James Iha e che si pianta dritta nel petto agitata da un Maynard più feminine che mai, come dimostra anche sulla gentilezza creepy di The Contrarian, che ci mostra un Howerdel in forma smagliante come bonus. L’insolente enfasi melodica dei nostri si palesa in tutta la sua toccante irruenza in Delicious, crocevia di elettricità ingombrante e acusticismi per l’appunto deliziosi in cui si dividono la scena acustiche flebili, elettriche elefantine e archi toccanti in un crescendo senza fine.

Che il pianoforte sia protagonista assoluto dell’album era già chiaro dal singolo Disillusioned, ma ai Nostri è sembrato giusto ribadire il concetto nella strumentale e depechemodiana DLB e nello spettacolare trip hop minimalista della title track che funge da assurdo opener in punta di piedi, gemello delle svisate electro della conclusiva e magnetica Get The Lead Out, mostro di cut/paste che non ti aspetti e che avanza divorando frequenze e certezze in egual misura poiché volge lo sguardo a lidi pusciferiani che andrebbero bene solo se sviluppati a dovere in un contesto adeguato – cosa che questo evidentemente non è. Qualcuno ha scherzato sulla copertina circa la somiglianza del frontman dei Tool con un Marilyn Manson qualunque, ma non è affatto una burla l’infestazione industrial rock ed elettronica della devastante Hourglass con i suoi insert sintetici, le voci sfigurate e le chitarre ultra reznoriane. Che The Doomed sia poco incisiva è chiaramente solo un’invenzione di certi a cui piace fare i bastian contrari sui social network, invece fornisce la perfetta definizione dell’album nel suo immobile ed ipnotico movimento oceanico quindi il commento di cui sopra lo archivieremo under the file: shut the fuck up.

Di nuovo archi e piano fanno da padroni di casa nel diamante lavorato finemente da esseri alieni intitolato Feathers, pop adamantino dall’estremo tasso emotivo e coronato da una prova vocale degna dei tempi di “Mer De Noms”, se non di “Lateralus”, andando a pescare altrove. Fa capolino anche la rilettura di By And Down (qui By And Down The River) che però suona proveniente da un universo estraneo a quello ivi descritto, ma non c’è da lamentarsi più di tanto visto l’incanto che deriva dall’ascolto delle vecchie vestigia della band.

Quella che si ha modo di ascoltare qui è una metamorfosi in piena regola, un allontanarsi da se stessi fino a raggiungere una nuova forma/forza in grado di traslare tutto il proprio potere evocativo e comunicativo in un nuovo contenitore dall’etichetta sgargiante. Ciònondimento il valore dimostrato dagli APC in “Eat The Elephant” è qualcosa a cui ci si deve abituare e che pian piano si fa strada nelle vene fino ad arrivare al cuore. Che poi esso batta ancora a ritmo estremamente sostenuto nota dopo nota è qualcosa che sta ad ognuno di voi stabilire.

Di certo c’è solo che se vi aspettavate qualcosa (una qualsiasi) da questi signori e nutrivate la certezza di trovarla esattamente come l’avevate immaginata mi spiace dirvelo: vi siete inutilmente illusi.

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