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Sleep – The Sciences

2018 - Third Man Records
stoner

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Tracklist

1. The Sciences
2. Marijuanaut's Theme
3. Sonic Titan
4. Antarcticans Thawed
5. Giza Butler
6. The Botanist


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In un epoca in cui gli album vengono annunciati ai quattro venti eoni prima della loro uscita, anticipati da una sequela infinita di teaser, singoli, interviste e amenità di sort,a l’uscita di un disco a sorpresa va a creare un cortocircuito di livelli a dir poco biblici.

Dell’iter che preannuncia la nuova venuta di un disco per cui stavamo pregando e sbavando da quindici anni gli Sleep se ne sono ampiamente sbattuti facendoci andare tutti sostanzialmente fuori di testa non appena è affiorata la notizia che il sogno si sarebbe rivelato nel giro di poche ore. Davvero poche. Scoccata la mezzanotte infatti ecco apparire come uno spettro proveniente da uno spazio riempito di sola elettricità verde “The Sciences”. A compiere la magia, oltre ovviamente a Cisneros, Pike e Roeder, lo zampino lungimirante e diafano di Jack White e della sua Third Man Records. Grazie Santa White. Oggi non è Natale ma è come se lo fosse.

Ma del tipico freddo dicembrino qui non vi è traccia. Non sembra essere passato nemmeno un secondo da quando abbiamo abbandonato il deserto sotto i soli di Dune dipinto in “Dopesmoker” solo che questa volta è la vacuità del cosmo ad stagliarsi negli occhi del viaggiatore, ed è un universo che ribolle di grevi asteroidi lisergicamente reali quello che osserviamo distendersi dinnanzi a noi. Dagli Sleep una cosa ti aspetti e una cosa loro fanno: irrompono nell’aria come una manifestazione ultraterrena di chitarre divoratrici che pesano su tempi ora sostenuti da sostanze psicotrope a mò di tripode da guerra dei mondi, ora voci di tecnopreti di moebusiana memoria il tutto volto ad ottundere i sensi.

Il giganteggiare dell’elefante da guerra di Sonic Titan è tenuto assieme da un riff incessante che si incarta su se stesso all’infinito, mutando impercettibilmente per dodici interminabili minuti in piena asfissia, estenuante nelle sue decelerazioni e scatti in avanti, pronto a buttar giù le mura di difesa di un castello piantato in mezzo ad un pianeta lontano; un impietoso stoner rock brillante e strafatto di Marijuanaut’s Theme si fa essenza cubica come un’amorfa astronave aliena e svetta delirante.

Ci si ritrova immobili nel nulla acido di una marcia in crescendo di un esercito di creature corazzate come accade nelle dilatazioni doom di Antarcticans Thawed; inutile dire quanto lo spirito sabbathiano si palesi come incarnazione della pestilenziale sensualità desertica e marziana di Giza Butler, come una preghiera ai piedi della statua di sostanze atte a spianare la strada del sovrannaturale. L’uroboro di detriti di pianeti esplosi chiude le sue spire nelle rarefazioni chitarristiche della spettacolare The Botanist.

Così come è entrato nell’orbita del nostro pianeta, il corpo celeste si allontana lasciandoci soli nelle algide voluttà dell’infinito ancora boccheggianti e alienati. Questo fanno gli Sleep. “Solo” questo. E lo fanno ancora dannatamente bene e sarà così tra altri quindici maledettissimi anni.

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