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A PERFECT CIRCLE: mangiare l’elefante un morso alla volta

Che “Eat The Elephant” sia il primo lavoro “allo scoperto” degli A Perfect Circle lo si può intuire sin dall’artwork. Finora la band, nelle sue varie incarnazioni, non aveva fatto sfoggio in questo modo della propria presenza fisica – foto promozionali a parte – arrivando in certi momenti della propria storia live a nascondere Maynard dietro una tenda, come qualcuno sosteneva tenesse le proprie lezioni nientemeno che Socrate.

Qui invece non solo il frontman (ma non leader) compare in un video ma addirittura in copertina, ben oltre la piccola foto contenuta nel libretto di “10.000 Days” dei Tool oppure le mascherate disseminate in quelli dei Puscifer – si veda la copertina di “Conditions On My Parole” – condividendo lo spazio con parte del corpo dell’altra metà del progetto (e leader) Billy Howerdel. Questo dovrebbe dare già la misura di quanto si siano esposti i due al di là di cifrari ed easter eggs nascosti su vinile. Tutto l’oscurantismo mitologico nato su “Mer De Noms” ed evolutosi in qualcosa di ancor più introspettivo e personale – ma non meno nascosto – su “Thirteenth Step” qui lascia spazio ad un nuovo modo di esprimersi.

Non che manchino i soliti significati celati, ad esempio sul titolo nessuno si sbottona, men che meno Maynard che incalzato in più interviste sul significato chiude il discorso immediatamente. Quello che invece risulta chiaro è che la morte giochi un ruolo fondamentale e ricopra con una patina scintillante gran parte dei contenuti lirici del disco. La title track nasce indietro nel tempo – come gran parte dei pezzi qui presenti per stessa ammissione del chitarrista – da una collaborazione in divenire tra Chester Bennington e l’altra band di Howerdel ossia gli Ashes Divide. Il brano in questione stava prendendo forma e colore quando il cantante dei Linkin Park si è tolto la vita. Lo scheletro della canzone è rimasto, Maynard ci ha costruito sopra un’ulteriore trama e il risultato è quello che sentiamo nell’album, pur essendo completamente differente da ciò che era in origine.

So Long And Thanks For All The Fish invece fa riferimento alla morte di David Bowie, Carry Fisher e Muhammed Ali. Per Maynard l’impatto della dipartita di figure iconiche come quelle di questi tre personaggi trova una propulsione nel trattamento dei social media. Le persone sbattono tutto lì sopra e il megafono virtuale comincia a funzionare a pieno regime facendo roboare i nomi dei defunti e se eri anche solo in contatto con loro, a 53 anni, la cosa cominci a prenderla sul serio – sempre secondo Keenan. Andrebbe aggiunto che così come in fretta si sono accesi i riflettori su ogni singola bara tanto velocemente si sono spenti abbandonando ognuno di essi ad un’eternità di nulla.

Saranno in molti a storcere il naso su Hourglass ma è senza dubbio un significativo punto di svolta sonora e la sua genesi forse si adopera in tal senso – anche se sarebbe ora per qualcuno di lasciare questi benedetti Puscifer fuori dalla portata di altre realtà. Inizialmente pensata e composta per gli Ashes Divide – o un qualche altro progetto howerdeliano al momento sconosciuto – e suonata come una “lullaby” con lo zampino di un Maynard trasceso a robotico mostro industriale il pezzo assume un piglio decisamente differente, “Depeche Mode in essence” come la definisce lo stesso chitarrista, e molto vicina a quanto prodotto in passato da Dave Sardy. Il testo è immerso piedi e mani in uno scenario politico, come tante delle uscite passate della voce dei Tool.

La recensione

Resta chiaro comunque l’intento di non voler rendere eccessivamente “topica” la propria arte di modo che essa non risulti mai datata. Maynard, in tutte le sue identità, non si è mai lanciato all’assalto frontale proprio dell’hardcore indirizzando il proprio livore contro una faccia piuttosto che ad un’altra, si è anzi sempre schermito dietro al suo essere criptico e limpido allo stesso momento rendendo tutto così decifrabile da non esserlo affatto e questa è una cosa che sembra non voler cambiare proprio oggi. Certo, le nuove liriche sono quanto di meno “mitologico” si sia sentito in casa APC finora, il che spiazza e non poco

Spiazza anche il modo di Keenan di approcciarsi alla voce e le influenze che sempre più spesso affiorano ed è lui stesso a parlarne sempre più apertamente. L’amore per certa world music ha dato spesso i suoi frutti nella carriera del Nostro e i risultati si sentono in ampio spettro su “Lateralus”, qui però il cerchio si chiude attorno a “Passion”, colonna sonora del film “The Last Temptation Of Christ” di Martin Scorsese ad opera di Peter Gabriel, che per realizzarla ha riunito gente del calibro di Youssou N’Dour, Bill Cobham e il futuro produttore di King Crimson e Tool Dave Bottrill. Il cantante dell’Ohio trova interessante il modo dell’ex-Genesis di portare simili influenze in questo lavoro, traendone insegnamento. Il risultato sono le melodie già usate in passato in casa APC e qui nello specifico sul brano By And Down The River.

L’approccio cinematografico al lavoro arriva anche dalla sponda di Howerdel con la sua esperienza come compositore della soundtrack di “D-Love”, pellicola diretta dalla regista romena Elena Beuca (il Nostro vi compare inoltre nelle vesti di produttore ed attore). Billy trova un terreno comune proprio per quanto riguarda la creazione di melodie e brani per la sua creatura: se per un film la forma mentis è quella di immaginare la musica partendo dall’idea di che immagini si dovranno accompagnare qui accade lo stesso nei confronti di Maynard, come se quest’ultimo fosse attore e quadro assieme, con tutto ciò che lo va a formare. The Contrarian e The Doomed nascono proprio in quest’ottica.

Un terreno da sempre scavato e criticato da MJK è infine quello della cristianità, ovviamente da diversi punti di vista e con riferimenti inquadrati da angolature ora più fumose ora più chiare e dirette. TalkTalk ne contiene un’altra che racchiude entrambe le situazioni: Sit and talk like Jesus / Try walkin’ like Jesus / Try braving the rain / Try lifting the stone / Try extending a hand/ Try walkin’ your talk or get the fuck out of my way!”. Quando gli viene chiesto quanto ciò sia una spietata ed aspra critica agli esponenti religiosi in sé Keenan risponde che in questo caso specifico è un “attacco” ben più generico a chiunque parta da presupposti di bontà, correttezza e pietà cristiana e vada a parare sul campo opposto, quello dell’arroganza, delle menzogne e dell’irretimento delle masse a discapito di queste ultime. Insomma, un pensiero perfetto per un uomo che della retorica sembra star facendo il proprio sostrato lirico.

Eat The Elephant” è il solito specchio multifaccia che si dibatte tra significato e significante senza dare risposte chiare se non quelle di un gruppo il cui core principale è formato da uomini che hanno ormai raggiunto la mezza età e devono farci i conti, volenti o nolenti. Può essere un punto di forza o può mostrare una propensione infausta alla midlife crisis ma, sia come sia, questo è l’album più lontano dal punto d’origine della band, dalla protervia keenaniana e dall’inconfondibile tocco howerdeliano su cui si potesse anche solo fantasticare. Ciò che rimane celato al suo interno al momento forse lo scopriremo un giorno lontano, come già accaduto per i suoi predecessori.

Oppure la risposta sarà ancora sempre e solo: 42.

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