Impatto Sonoro
Menu

Interviste

Intervista agli INFECTION CODE

Tornati lo scorso marzo con il nuovo album “Dissenso” (qui la nostra recensione), edito da Argonauta Records, gli Infection Code si sono confermati come una delle realtà fondamentali per il panorama industrial italiano. Ne abbiamo approfittato per approfondire il discorso e scambiare qualche impressione sul presente sul passato e sul futuro del progetto.

Infection Code è un progetto con una storia importante alle spalle e per la scena musicale è un punto di riferimento ed una sicurezza. Vorrei invece sapere cosa il progetto significa per voi umanamente e se nel tempo questo significato è rimasto immutato o ha cambiato forma in tutti i vostri anni di attività.
Prima di tutto grazie per le belle parole in sede di recensione. Non potremmo mai sapere cosa sono gli Infection Code per gli altri. Non percepiamo l’amore, l’odio o l’indifferenza che questo progetto musicale ha suscitato nel corso della sua esistenza. Siamo convinti comunque che quello fatto fino ad ora sia stato generato, creato e costruito con immensa passione senza troppe aspettative. Non abbiamo mai composto una canzone, un disco o qualsiasi altra forma di rumore aspettando la reazione di qualcun altro. Che poi possa essere piaciuto ed apprezzato certo, fa enormemente piacere. Ma per una band come la nostra il discorso potrebbe concludersi qui. Tutto quello fatto dagli Infection code è frutto di passione per un certo tipo di musica, scaturisce dal rispetto reciproco che si è instaurato nel corso degli anni tra noi, nasce dall’amicizia e dalla voglia di condividere determinati progetti artistici. E’ un processo che ripeto, si è consolidato a piccoli passi. In modo molto sereno. Certo non sempre tutto è filato liscio. Ci sono state discussioni, confronti, magari anche qualche litigata ( a memoria claudicante non ne ricordo) che però hanno fortificato questo affascinante viaggio che stiamo affrontando da quasi vent’anni. Augurandoci che possa proseguire e che possa generare ancora del rumore che nasca dalla passione. Scevro da ogni motivazione che sia puramente artistica.

Le parole in Dissenso sono importanti quanto la musica, come create questa sinergia tra le due cose ? Svelateci qualche segreto del vostro processo creativo.
Non esiste un vero e proprio processo creativo. O meglio non esiste un vero segreto per fare quello che abbiamo fatto su “Dissenso” o su qualsiasi altro nostro disco. Il modo di lavorare e comporre è sempre lo stesso. Io mi occupo principalmente dei testi o delle idee che potrebbero essere racchiuse da parole deliranti ed Enrico , Ricky e Paolo si occupano della musica. Ci sono state situazioni in cui alcuni hanno suggerito più idee o luoghi musicali da esplorare, altri momenti dove altri hanno optato per altre scelte. Sempre con massima serenità e in modo democratico. Fortunatamente siamo quattro individui che hanno, per bagaglio culturale molto personale, una fervida immaginazione compositiva. Per “Dissenso” sono scaturite idee un poco più dirette e meno psichedeliche rispetto a “La Dittatura del rumore”. Volevamo creare un album diverso dal precedente come è nostra prerogativa non ripeterci. Non se ci siamo riusciti. Sia per quanto i testi, sia per la musica. Ci sono varie influenze che confluiscono nelle otto canzoni di “Dissenso”. Grindocore, Industrial metal, noise rock ed alcune reminescenze black metal. Tutto filtrato secondo il nostro personalissimo intendere un determinato messaggio sonoro. Che poi nel corso degli anni abbiamo cercato di forgiarlo e personalizzarlo il più possibile. Cerchiamo, o meglio ci sforziamo di non ripetere il processo compositivo.

Non so se le mie orecchie funzionano ancora bene ma io in Dissenso ci ho sentito molto black sia come sonorità che come attitudine. Sentite questo disco come una continuità e conferma della vostra identità artistica o più come evoluzione della stessa?Le tue orecchie funzionano ancora molto bene!!! Non sei il primo che accosta “Dissenso” ad determinate correnti black metal, sia come suono sia come attitudine. Non so dirti se è una cosa voluta a priori. Nel senso non ci siamo messi intorno ad un tavolo decidendo che nel disco ci dovessero essere delle reminescenze black metal. Quello che si è creato ha avuto un processo spontaneo e con una determinata attitudine. Un’ attitudine che si può accostare all’underground più puro e scevro da qualsiasi dinamica commerciale. Un ‘attitudine che si guarda e si specchia su fronti artistici liberi, senza ostacoli. Un’ attitudine sorretta dalla sperimentazione e dalla voglia di non ripetersi. Un’ attitudine che rispetta una determinata corrente musicale. In questo senso “Dissenso” può avere un’attitudine black metal.

Dissenso è una fucina ribollente di emozioni. Qual è per voi la preponderante, quella che volete a tutti i costi far arrivare all’ascoltatore ? C’è un pezzo in particolare che può essere rappresentativo del messaggio che il disco vuole trasmettere?
In “Dissenso” ci sono molteplici emozioni che abbiamo voluto rappresentare al massimo delle nostre possibilità compositive ed interpretative. Ci sono rabbia, smarrimento affettivo, aggressività, il disgusto verso certe situazioni che descrivo nei testi, tristezza. Confluiscono anche motivazioni che possono avere una valenza positiva come la speranza ed il perdono. Musicalmente è un album molto violento, ed alcuni testi raccontano di episodi storici piuttosto efferati a livello emotivo, ma alla fine il nostro scopo è quello di lasciare un piccolo spiraglio di luce che possa risvegliare le coscienze di molti. Assopiti ed addormentati in questa società che tutto annienta e nulla costruisce. In questa società dove tutto o quasi è misurato con una scala materialistica dove le emozioni appunto sono nascoste nel migliore dei casi. Una società priva di sentimenti. E’ un album forte a livello emotivo perché ci sentiamo circondati da emotività negative anche se viviamo le nostre vite in totale tranquillità apparente, ma nel nostro animo alberga un tumulto di emozioni piuttosto negative che in qualche modo dobbiamo tirare fuori. “Dissenso” è il risultato di questa tempesta.

Penso sempre che i dischi sono fatti da e di persone e del rapporto che si forma tra di essi. Com’è stato il rapporto tra di voi nella scrittura di Dissenso ? Sentite di averlo infuso dei rapporti che vi legano ?
Il nostro rapporto rimane immutato da quasi vent’anni. Da quando abbiamo formato la band. Si basa principalmente sull’amicizia e sul rispetto reciproco sia come persone sia come musicisti. Sarebbe ipocrita affermare che nel corso di tutti questi anni sia stato tutto idilliaco. Anche noi abbiamo avuto,momenti di discussione. Discussioni che portavano ad un confronto. C’è sempre stato un dialogo costituito da trasparenza e sincerità negli intenti e nelle azioni. La composizione di un album innegabilmente porta a delle tensioni emotive. E’ indubbio. Si è in un momento di forte enfasi creativa che per noi coinvolge tutti. E’ sintomatico trovarsi magari in disaccordo su un determinato punto. Non sarebbe normale se succedesse il contrario. Questo non porterebbe ad una crescita costruttiva. Non porterebbe ad un risultato. “Dissenso” nel corso dei due anni di processo compositivo ha vissuto di queste dinamiche. Dinamiche di tensione creativa che hanno portato anche a scrivere queste canzoni. Nel senso c’è anche questo in “Dissenso”. Quando però hai finito, ed hai in mano il disco, poterlo ascoltare finalmente rilassato, questa tensione svanisce e rimane il ricordo di un lavoro fatto da quattro teste pensanti che hanno un solo scopo: quello di scrivere il miglior album possibile per le proprie capacità. Lo sforzo da parte di tutti è stato enorme. Lo sbattimento pure. E solo per questo penso che “Dissenso” sia un disco molto sentito.

Sappiamo tutti che l’industria discografica non permette di guadagnare ne di basare una vita su di essa ma per fortuna i musicisti hanno l’intelligenza di andare oltre la materialità. Cosa pensate dell’industria discografica oggi ? Ma soprattutto che cos’è per voi la ricchezza ?
Sono anni che ormai l’industria discografica sta andando alla deriva. Sono dinamiche che non comprendo. Perché non ho basi solide per discutere determinati argomenti. Non si parlerebbe più di musica ma di economia e di commercio e penso di non essere la persona più appropriata per emettere giudizi. Mi sono fatto delle idee nel corso degli anni. Innanzi tutto bisognerebbe scindere i due mondi: industria discografica ed underground. L’industria discografica è un pianeta che sta implodendo perché non valorizza la musica ed il messaggio veicolante che la stessa racchiude, si basa solo su fatturati, numeri, soldi e prodotti. La musica non è tutto questo. O meglio non è solo questo. La musica per come la intendiamo noi è arte. L’arte è passione, sacrificio, ricerca, studio, sperimentazione. E’ partire da zero e crescere. Una crescita dettata dalla curiosità, dall’urgenza di trasmettere messaggi ed emozioni usando strumenti e note, in totale libertà. Questo lo possiamo racchiudere nell’underground che è una galassia di svariati mondi, piccoli o grandi che vivono di luce propria, una luce che può dare anche un piccolo sostentamento economico. Quel tanto che basta per vivere e poter continuare a creare musica. Ma anche non ci fosse questo supporto economico la musica continuerebbe a vivere. L’uso sconsiderato della tecnologia ha ulteriormente affossato il mercato discografico. Un poco meno quello underground. Si vendono sempre meno dischi perché e più conveniente scaricare gratuitamente, ci sono tantissimi concerti a cui pochi assistono perché è meglio forse guardare un video su Youtube. Questo sta davvero minando le fondamenta di un mondo che fino a dieci, quindici anni fa era tutt’altro che morente. Un’ altra punto da analizzare che potrebbe essere la causa di questa crisi è la mancanza di ricambio generale. Ma questo può essere esteso anche in altri settori. Non solo nella musica e nell’underground. Non vorrei passare per un vecchio rincoglionito ma ci sono pochissimi ragazzini che hanno vere passioni in ambito artistico. I diciottenni di oggi sono completamente indottrinati dai social network. Hanno perso la curiosità, la voglia di conoscere, di esplorare, di mettersi in discussione. Non hanno personalità. Non lottano. Hanno ucciso l’individualismo emotivo per slavare un conformismo materialista che non arricchisce ma svilisce ed annienta la persona. Questa è povertà. Una povertà che non porta a nulla. Anzi che porta ad un grande nulla. La ricchezza per noi è l’opposto di tutto questo.

Infine non posso esimermi dal chiedere un consiglio. Cosa direste ad un qualsiasi musicista che sta scrivendo un disco originale? Quali sono le cose a cui bisogna prestare attenzione e cosa invece bisogna “guardare e passare”?
Domanda tortuosa che richiederebbe una disanima lunghissima a cui noi non so se potremmo essere i più adatti nel rispondere. Sarò banale, ma per scrivere un album di musica originale bisogna avere molta passione. Conoscere il genere o i generi, avere voglia di non soffermarsi su regole e codici, ma avere il coraggio d’infrangerli. E poi chi se ne frega se saranno in pochi a capire. Fondamentale è che si scriva per se stessi e che si riesca a veicolare il messaggio che si sente dentro le viscere. Questa è una cosa a cui bisogna prestare attenzione. Passare avanti alla paura di non essere apprezzati e capiti. Totale libertà e lotta continua.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati