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Buñuel – The Easy Way Out

2018 - La Tempesta International / Goodfellas
noise rock

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Tracklist

1. Boys To Men
2. The Hammer The Coffin
3. Dial Tone
4. A Sorrowful Night
5. The Sanction
6. Happy Hour
7. The Roll
8. Augur
9. Shot
10. Where You Lay
11. Hooker


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Il fragore di un palazzo che si sgretola, del ghiaccio che si frantuma sotto i piedi e riempie di terrore chiunque vi si trovi sopra, di un milione di cavi elettrici spezzati che danzano nell’oscurità circondando ignare vittime. È tutta una questione di “rumore” quella che ci fa ritrovare i Buñuel vivi, vegeti e ben poco ingentiliti dai due anni che dividono il nuovo “The Easy Way Out” da quel “A Resting Place For Strangers” che si era palesato dal buio come un’orrida bestia affamata di sangue, carne e metallo.

Proprio in un metallo più pesante che mai sembra essere forgiato il secondo album del quartetto Robinson/Iriondo/Capovilla/Valente, un album che si sviluppa in orizzontale come fosse un caterpillar composto da aliene parti organiche che fagocitano tutto ciò che si para sul suo cammino. Un disco pregno di cattive intenzioni è quello che si forma brano dopo brano, mattonata sui denti dopo mattonata sui denti e non fa prigionieri spingendosi ulteriormente oltre il suo predecessore.

Eppure sembra che i quattro abbiano raddrizzato il tiro – a modo loro – ma questo non vuol affatto dire che la pesantezza ne abbia risentito in alcun modo prova ne è l’idea di piazzare in apertura un brano greve come Boys To Men that means quasi sei minuti di aberrazioni di elettrificato incedere slowmotion come una scure che batte su un’armatura di piombo senza dar l’impressione di volersi fermare mai. L’ossessività delirante amplifica il senso di oppressione nella marcia distruttiva di Augur che vede un Eugene declamare dall’alto del patibolo sentenze di follia conclamata (con le sue liriche intricate e vomitate a getto a metà strada tra Borroughs e Borges) sostenuto da un basso che ostruisce le vie respiratorie e tutto si concentra in un cerchio tribal-meccanico da incubo vigile, lo stesso incubo che avviluppa le sue spire nelle disgregazioni sonore di Where You Lay che decostruisce e invita alla camicia di forza.

Tuttavia anche la velocità dà il suo apporto in termini di pura ferocia nell’impetuoso e martellante noise rock di The Hammer The Coffin con la batteria a girare su se stessa a piegare lo stomaco in parti sempre più piccole. Dopodiché si passa a stralunate messe a due voci più chitarra che trasfigura in organo gobliniano (The Roll) ed infine si scivola su isteriche pressioni di hardcore punk pneumatico (la malata cantilena di Dial Tone uccide esattamente come la disperata A Sorrowful Night).

A rendere assurdo “The Easy Way Out” (un titolo una “bugia”) è il modo in cui gli strumenti si fondono l’un con l’altro pur rimanendo ognuno nel suo e non inghiottendosi a vicenda pur facendolo. Un labirinto, un ossimoro in termini pratici, un ingorgo urbano formatosi in una città infernalmente fredda. Castrante e spaventoso. Shockante esattamente come voleva essere il regista che diede il nome alla band – solo che qui a finir tagliate sono le orecchie.

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