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God Is An Astronaut – Epitaph

2018 - Napalm Records
post rock

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Tracklist

1. Epitaph
2. Mortal Coil
3. Winter Dusk/Awakening
4. Seance Room
5. Komorebi
6. Medea
7. Oisìn


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Dopo più di quindici anni di carriera non è facile sorprendere le orecchie di chi segue una qualsiasi band da così tanto tempo, un’artista così longevo potrebbe anche sedersi sulla sua identità costruita negli anni, ma non è questo il caso. I God Is An Astronaut con il loro ottavo LP “Epitaph”, ispirato dalla tragica scomparsa di una persona vicina ai membri della band, lasciano un lapidario solco nella memoria uditiva degli ascoltatori, anche di quelli più avvezzi al genere.

Oltre all’usuale largo utilizzo di tappeti di noise e di arpeggi eterei e immateriali, stavolta i GIAA  hanno posto l’accento sull’aspetto sinfonico e trionfale, strizzando l’occhiolino a tratti più alla musica classica che al post rock attraverso l’utilizzo del pianoforte, di suoni corali e di movimenti musicali lenti e progressivi ma allo stesso tempo complessi e studiati in ogni substrato sonico. Queste scelte contribuiscono a conferire all’intera composizione un’intensa carica emotiva che riesce ad attivare la percezione simultanea di molteplici sensi, ma anche ad infondere un profondo stato di calma e rilassamento, un po’ come quelle musiche che si usano durante le sedute di meditazione.

La title track Epitaph, incipit del disco, è già di per sé un pezzo da riascoltare potenzialmente un qualche centinaio di volte: con la sua intro di pianoforte il brano crea un’atmosfera di ghiaccio e lapilli di roccia spaziali sospesi a mezz’aria che tra loro girano, si attraggono e si respingono come piccoli pianeti appena formati, per poi precipitare in una supernova di riff dalla immensa possenza chitarristica, con forti venature alla Russian Circle, e poi ancora nel ghiaccio e poi ancora sospesi  nello spazio profondo. Mortal Coil, col suo climax crescente, sembra descrivere il momento del lancio di una navicella che perfora l’atmosfera terrestre e con Winter Dusk/Awakening si libra nel vuoto cosmico.  Quest’ultimo brano può essere definito come un concerto per piano, chitarra e suoni interstellari, incredibilmente immobile e ineffabilmente ampio. Sembra di osservare da lontano le galassie che lentamente si muovono nello spazio l’una verso l’altra in un’inesorabile rotta di collisione.

Per chi avesse voglia di sentirsi come Neil Armstrong all’atterragio sul suolo lunare non si perda l’ascolto di Seance Room, un’epopea post rock magnetica e lucente dove compaiono suoni sintetici a ricordare organi sacri alieni accostati a beat elettronici degni dei New Order. Le chitarre nel brano sono penetranti e dai confini espansi, sembra che i GIAA abbiano voluto riprodurre il suono di una cometa, o forse di un gruppo di comete che illuminano il cielo notturno di una pigra sera primaverile. 

Arriviamo poi al secondo concerto per pianoforte e suoni cosmici del disco, Komorebi, composizione idilliaca e magnificamente malinconica che riporta alla memoria artisti come Sakamoto ed Einaudi. Chiudono poi il disco Medea e Oisìn, due pezzi magistrali che riescono nell’impossibile compito di allargare ancora di più gli ambienti proposti per tutta la durata del disco.

Ora ogni riferimento a corpi interstellari e pianeti si affievolisce, ormai è solo la nostra coscienza a fluttuare nello spazio, non esistono più né forma né materia c’è solo la vacuità che tutto avvolge e che tutto accoglie nelle sue spire infinite.

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