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The Nels Cline 4 – Currents, Constellations

2018 - Blue Note
jazz

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Tracklist

1. Furtive
2. Swing Ghost '59
3. Imperfect 10
4. As Close As That
5. Amenette
6. Temporarily
7. River Mouth (Parts 1 & 2)
8. For Each, A Flower


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Che fine abbiano fatto le inflessioni più luminose all’interno della musica di Nels Cline sbandierate dallo stesso chitarrista in vista dell’uscita di “Lovers” – suo disco solista datato 2016 – non è dato sapersi. A detta delle sei corde dei Wilco la sua epoca “crepuscolare” era ormai ‘long gone’, eppure l’autosmentita in termini puramente estetico musicali arriva neanche due anni dopo (anche se in realtà già coi Big Walnuts Yonder questa strada era stata vieppiù abbandonata).

Non più Trio, non più Singers bensì The Nels Cline 4, questo il nome del progetto che spariglia nuovamente le carte in tavola nella vita musicale del musicista di L.A. Completato dall’eclettico Julian Lage e dalla sezione ritmica composta da Scott Colley e Tom Rainey il combo dà vita al suo debutto “Currents, Constellations” e lo fa con una sfrontatezza jazzistica disarmante.

È pur vero che delle bordate noise(rock) che hanno battezzato la quasi totalità dei progetti di Cline qui non vi è praticamente traccia, ma di certo si fa sentire una certa urgenza sfrigolante accompagnata da sintomi se non d’avanguardia in termini ampi (impossibile parlarne nel 2018) di certo lo è a stretto giro e in quanto “genere” dati i molteplici labirinti sonici in cui ci si imbatte nelle otto composizioni ivi presenti.

Si torna ad una dimensione puramente ambigua e nevrastenica, con i due chitarristi a dettare il ritmo che in più punti si fa forsennato e atonale ma mai fuori scala, sempre dosato a modo pur non sembrano incatenato ad alcuno stilema precostruito, free senza esserlo, punk nei modi e deliziosamente sferragliante (Imperfect 10, Furtive), magistralmente sostenuti da una sezione ritmica a dir poco brutale. Molti sono i richiami al jazz d’ordinanza, qui decostruito e riassemblato come un puzzle contortamente perfetto (la strepitosa Swing Ghost ’59), e altrettanti i rimandi ad un’americana per l’appunto crepuscolare ed estremamente emotiva e dall’inflessione quasi dark pop in scale mediorientali (splendidi i temi che intesse il padrone di casa su As Close As That).

Anche quando il tutto si fa più classicheggiante/boppistico (Temporarily, Amenette) il gusto per l’assurdo dei quattro non manca di farsi sentire in tutta la sua lussuriosa prepotenza strumentale. Il gusto per le melodie carezzevoli dimostrato sull’ultimo solista non è scomparso, si è anzi evoluto in qualcosa di più imponente ed articolato e ipnotico, estendendo la propria ombra su lunghe distese baroque e notturne (River Mouth (Parts 1 & 2)) quasi a voler sonorizzare un immaginifico film noir dalle tinte romantiche.

Non è un ritorno alle proprie origini belligeranti, quello di Nels Cline. Sembra piuttosto che il jazzista abbia accettato il suo essere per intero donando alle proprie composizioni quella maturità consapevole del proprio rumoroso passato abbracciandolo e rendendolo parte integrante – ed irriconoscibile – di un percorso che sembra volersi estendere ancora per un po’. Il risultato è questa chicca d’autore.

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