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Cavern Of Anti-Matter – Hormon Lemonade

2018 - Duophonic Records
kraut rock / elettronica

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Tracklist

  1. Malfunction
  2. Make Out Fade Out
  3. Phase Modulation Shuffle
  4. Solarised Sound
  5. Outerzone Jazs
  6. Automatic Morning
  7. Feed Me Magnetic Rain
  8. Motion Flow
  9. Remote Confection
  10. Phantom Melodies

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Il disco che mi fece scoprire gli Stereolab fu ‘Transient Random-Noise Bursts with Announcements’. Ancor prima di metter su il CD, a colpirmi fu il titolo di uno dei pezzi in scaletta, in particolare: Our Trinitone Blast. Per non parlare del nome dell’album stesso. La band anglo-francese non era nuova a questa sorta di haiku post-futuristi: Outer Accelerator, Motoroller Scalatron, Refractions in the Plastic Pulse e via così. Dico così non tanto e non solo come curiosità linguistica, ma perché dietro a un titolo inoffensivo spesso si cela ben più di qualcosa delle nostre intuizioni. E questo ‘Hormone Lemonade’ è una conferma di questa impressione.

Phase Modulation Shuffle, Outerzone Jazs, Phantom Melodies… non si può certo dire che Tim Gane non fosse attratto già in tempi sospetti da sintetizzatori modulari, drum machine e oscillatori. Ebbene, qui il musicista e i suoi sodali danno libero sfogo a ogni più intimo desiderio di sperimentazione e favoleggiamento. In questo senso, ‘Hormone Lemonade’ è un disco libero come non se ne trovano tanti in giro. Se la band condivisa con Lætitia Sadier aveva sempre, per scelta più o meno collegiale, utilizzato l’elettronica in funzione di supporto a quelle che erano, nella maggior parte dei casi, canzoni vere e proprie, spesso basate sulla più classica delle strutture – strofa e ritornello –, qui lo squilibrio è tutto a favore della componente elettronica. Liberi dalla zavorra melodica delle liriche, Gane e compagni sguazzano in un mare di onde quadre, beat pulsanti e sintetici, tastiere spaziali e sfarfallii sonici che sono la vera cifra stilistica dell’album.

Perfino l’organizzazione del lavoro è sistematica, fordiana nella sua rigorosità, ed è affascinante scoprirla quasi quanto ascoltare il disco. Holger Zapf (che, curiosa coincidenza, condivide il nome di battesimo con un altro, compianto Holger: quel Czukay col quale Zipf ha affinità non solo anagrafiche) ha impostato la registrazione su nastro dei macchinari ritmici di propria invenzione Taktron Z3 and Taktron Z2 durante tre sessioni da un’ora l’una, che comprendevano anche l’uso delle drum machine settantiane Hohner ed Eko. Gane è intervenuto quindi a sforbiciare per isolare i campioni più interessanti, sui quali ha poi sovrainciso idee musicali semplici e ripetitive: riff melodici che si adattassero al materiale ritmico prodotto dalle macchine. Joe Dilworth ha poi aggiunto quel tanto di umanità al tutto, innestando inserti ritmici che completassero le sequenze generate automaticamente. L’inserimento finale di sintetizzatori e sequencer storici come i vari Roland, Arp e Oberheim ci ha consegnato l’album così come lo possiamo ascoltare oggi: una sequenza di pattern e sperimentazioni essenzialmente ritmiche, sulle quali si inseriscono i riff di synth e di macchinari modulari che aggiungono quel tanto di melodia a un tappeto di schizofrenici e mutanti incastri ritmati. Un disco peculiare che, così come suona avant nell’approccio, suona rètro nelle timbriche e nei suoni. Dentro c’è un po’ di tutto, dal kraut rock degli esordi di band come Neu! o Tangerine Dream, ai Kraftwerk, a Klaus Schulze, fino a lambire gli anni novanta e zero, con band relativamente recenti come The Album Leaf, ma senza l’ombra di un’intenzione melodica. E, ça va sans dire, suona molto a Stereolab, ma privi di qualsivoglia tentazione pop. Malfunction, nei suoi 16 minuti, è un riassunto di elettronica magnetica e pulsante, che salta dagli Yo La Tengo, a Moroder, ai Tortoise, ai Cluster; Make Out Fade Out sembra un saggio di post-punk accelerato e futuristico che piacerebbe ai Trans Am; Phase Modulation Shuffle fa senza dubbio pensare agli Air. Vestigia di italo-disco si trovano anche su Motion Flow, così come ammicchi a un’elettronica più algida alla Jean Michel Jarre altrove.

Un album le cui due principali caratteristiche possono essere al contempo il miglior pregio o il miglior difetto, a seconda di chi le giudica. È un trip cosmico e senza tempo che, con la dovuta concentrazione, cattura totalmente l’attenzione dell’ascoltatore, lo fa lievitare e lo trasporta in uno spazio intergalattico, silenzioso e immateriale; è un album neutro, privo di una propria identità definita, che potrebbe stare bene tanto come colonna sonora di un ipotetico (e neanche tanto) Blade Runner futuro come di un film di Carpenter, a seconda del brano.

Una realtà non esclude l’altra. A chi dedica qualche decina di minuti del proprio tempo l’onere di propendere verso una o l’altra dimensione. Di certo un ascolto interessante e un tassello in più in una parabola artistica che, se deve tanto all’opera pioneristica della band da cui procede, non per questo ne rimane schiava e, anzi, si proietta costantemente con la testa in avanti, con le radici ben salde in un glorioso passato.

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