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Interviste

Intervista ai TURIN BRAKES

Turin Brakes

In occasione del tour europeo che li ha visti impegnati anche in 4 date italiane, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Olly Knights, leader dei Turin Brakes.

Ciao Olly, come state? Dove vi trovate?
Siamo a casa a Londra! E ci stiamo preparando per andare in Germania e Italia..

Una carriera quasi ventennale, contraddistinta da tanti successi, 8 album, 1 singolo conosciuto in tutto il mondo e tante collaborazioni. Cosa vi spinge ad andare avanti?
La musica, è sempre dentro di noi. È come indossare i vestiti al mattino, lo facciamo naturalmente e quindi non sembra davvero uno sforzo, devi ascoltare ed è tutto nella tua testa. Il duro lavoro viene dopo, ma tutti preferiamo questo lavoro rispetto a qualsiasi altro.

Tra le tante collaborazioni della vostra carriera spicca quella con i Radiohead: raccontateci un po’. Cosa vi ha colpito o sorpreso maggiormente di ognuno di loro?
Edd (Eddie Myer) ha suonato il basso per i Radiohead quando Colin (Colin Greenwood) si è fatto male alla mano, sembrava un’esperienza molto intensa ed eccitante da quello che ci ha raccontato .. abbiamo scritto canzoni per molte persone. Per sfortuna Edd non è riuscito a suonare ad un loro live! sarebbe stato divertente vederlo all’opera.

Sono trascorsi 15 anni da “Pain Killer” e, tra musica ormai divorata come hot dog, Spotify, Youtube e simili, questo brano resiste ed è diventato il vostro manifesto. Cos’è cambiato da allora?
Il nostro modo di fare musica è rimasto lo stesso, ma il mondo è cambiato, la gente continua a dire che l’album come formato muisicale ,è morto ma non per noi! Io voglio continuare a produrli, li vedo un po’ come i film per i registi ! Più il mondo sembra superficiale, più voglio scavarci ed approfondire.

Tony Offer è una persona a voi molto cara, oltre ad essere uno dei migliori produttori contemporanei. Com’è il vostro rapporto con lui? Quanto è importante la produzione oggi? Cosa suggerite ai tanti giovani musicisti che si approcciano alla musica oggi?
Tony è fantastico, sei in buone mani con lui e la gente si fida, è anche un uomo estremamente simpatico e piacevole. È diventato molto facile fare musica che suoni completa e finita; laptop e software hanno reso tutto più semplice, ma non significa che suoni bene. A lungo termine penso che i suoni molto esagerati di ora possano diventare molto stancanti, questa è l’abilità di un produttore con esperienza, ed è ancora importante riuscire a far durare i suoni per sempre.. non solo per trenta secondi.

Cosa pensate della musica odierna? Siete nostalgici o vi spingete ad ascoltare nuovi progetti? Cosa ci consigliate?
Mi piace l’energia della musica attuale ma, come ho detto, mi trovo ad ascoltare dischi più morbidi, registrazioni sempre più vecchie. Alle urla preferisco un sussurro, lo sento più forte. Personalmente mi piace la scena chillwave/dream pop. Mi piace moltissimo Washed Out, mi ricorda la vecchia scuola electro hip-hop che ascoltavo da ragazzino negli anni ’80 nelle vecchie musicassette.

In occasione dell’uscita del vostro ultimo album avete intrapreso un tour iniziato a gennaio e che vi ha portato anche in Italia questo mese. Quanto conta per voi il rapporto diretto con la gente?
È tutto, i dischi sono importanti, ma la magia della stanza di un concerto è magica; noi creiamo dischi in parte in modo che i nostri concerti possano diventare esperienza trascendentale. E’ come una magia.

Ho sempre pensato al vostro sound come ad un concentrato di Nick Drake e del Bowie acustico, il tutto bagnato nel folk. Chi vi ha influenzato maggiormente tra i due?
Oltre a quelli da te menzionati, io ho avuto un periodo intensissimo di ascolti con i prodotti provenienti da etichette come la Domino Records e Drag City. Negli anni ’90, non volevo essere come gli Oasis, personalmente ho amato altri artisti: su tutti Elliott Smith, Smog, Silver Jewish e Pavement.

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