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Io, Daniel Blake, di Ken Loach

Io, Daniel Blake

Scheda

Titolo originale: I, Daniel Blake
Nazione: Regno Unito, Francia
Anno: 2016
Genere: Drammatico
Durata: 100'
Regia: Ken Loach
Cast: Dave Johns, Briana Shann, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch
Distribuzione: Cinema
Data di uscita: Cannes 2016 - In Competition
21 Ottobre 2016 (cinema)


Quando vedi qualcosa di bello è sempre difficile parlarne. È per questo che noi ci focalizziamo sul male. Il male, nella sua inspiegabilità, non pretende giustificazioni o retorica. Al più esige una smodata descrizione. Quando vedi qualcosa di bello, che non deve coincidere con il perimetro etimologico della parola, si avverte un senso di impotenza. Ti senti impotente perché vorresti condividerlo, descriverlo, ritrarlo e soprattutto rendergli merito. Vorresti che tutti, scostando il velo di maya, aprissero gli occhi su ciò che grida giustizia.  Il bello, nella sua componente tragica, rievoca sempre una aspetto dell’assurdo che sta gli antipodi del giusto.

Ken Loach è uno dei più grandi registi viventi e: “Io, Daniel Blake”, vincitore della palma d’oro al festival di Cannes del 2016, è uno dei film più belli degli ultimi anni. 

Io, Daniel Blake” è bello perché è vero. E la verità è l’antitesi dell’ipocrisia. Si può parlare di vari elementi all’interno del film; la dissolvenza che alterna le sequenze, quasi a suggerire la scomparsa dell’individuo nell’ingranaggio burocratico della società, oppure delle basi di una sceneggiatura che rievocano il Kitchen sing inglese inizio anni 60’ con manifesto la frase ruggente quanto prettamente consolatoria di Arthur in “Sabato sera, domenica mattina” [ Reisz, 1960]: “Non lasciarti macinare da quei bastardi, ecco cosa ho imparato”. Qui però i giovani non sono arrabbiati, ma stanchi e disillusi, immersi nella continua ricerca di una fonte di guadagno commerciale attraverso il web, spartiacque tra la generazione post industriale e quella contemporanea.

Si può parlare di molte cose guardando “Io, Daniel Blake”, oppure si può guardarlo e basta, cercando di non piangere. Perché la verità fa male, perché la verità fa piangere. Perché la verità è una madre che apre una scatoletta di fagioli e le mangia con le mani tremanti, scoppiando poi in lacrime per il gesto animalesco, disperato quanto necessario. Perché la fame non è appetito, non è languore o sfizio, ma bisogno. “La fame fa male Dotto’, la fame è brutta” gridavano silenziosamente gli operai in fila, con il capo chino e le guance inaridite dal sole mediterraneo speranzosi di colloquio in “Donnarumma all’Assalto” di Ottieri. E i bisogni hanno il diritto di essere soddisfatti, per tutti.

La fame è una madre che ruba al supermercato gli assorbenti, perché ha speso gli altri soldi per sfamare i suoi figli.
Per lei non c’è sguardo di comprensione, ma di pena. Le scarpe che si aprono, l’asfalto che corrode i talloni.
Daniel, il carpentiere, che pur nella miseria cerca di essere d’aiuto alla famiglia della donna. Daniel che vende i tappeti, e che si copre con una coperta perché ha freddo. E Daniel che, nonostante tutto, nonostante la miseria, il giudizio, la retorica presuntamente empirica di un test fatto da una voce acuta senza volto, ha lo sguardo fiero perché ” E’ quando perdi il rispetto per te stesso che sei finito”.

Ecco, questa è la bellezza di un film come “Io, Daniel Blake“. La verità, la verità a costo della vita, a costo della morte. Condividere, anche se non si ha molto.  Perché il tozzo di pane non dev’essere una vergogna mangiarlo, il pezzo di pane non si dovrebbe mai togliere dalla bocca del fratello Euclide del “Sempione strizza l’occhio al Frejus”. 

La verità poi ha una sua copia, che non solo la scalfisce, ma che la confonde. È la retorica dei diritti di Frontex in “Come un uomo sulla terra”, è la canzone storpiata dall’ideologia di una sinistra in menopausa della Mannoia.
Ecco, c’è socialismo e socialismo. Quello di Loach è socialismo umano, che altro non è se l’etica stessa del vivere, l’etica del rispetto del dolore altrui. La terza via di Maritain. Un’etica che si dovrebbe insegnare sin da bambini.
Perché in fondo, anche domani, basta poco per accorgersi dell’altro; un sorriso, una domanda, un abbraccio, una presa per mano. Come in “Ladri di Biciclette”, dove è alla fine Bruno, il figlio, che prende per mano il padre quando nessuno, come in “Io, Daniel Blake” è in grado di capire il suo dolore. Perché la bellezza è un uomo che costruisce un carillon con dei pesci per un bambino che fatica a parlare, e quando il bambino, sorpreso, lo abbraccia e gli domanda se era un soldato lui, fiero, risponde : “No, meglio, un carpentiere.

L’ultima scena, dallo sfondo sfuocato, in cui un’ epitaffio viene recitato come una preghiera rauca e commossa da Katie, dopo una sequenza in cui i volti dei partecipanti sembrano galleggiare nell’inquadratura indifferenti e rassegnati, quasi fossero “cartoline dell’impiccagione’’, si assiste al “Funerale del povero’’. Quello delle nove del mattino. Dove un uomo, condotto non per mezzo della fantomatica e usurpata alienazione, ma per mezzo dell’indifferenza, viene portato silenziosamente alla morte.

Un uomo, un cittadino. Non un consumatore, un utente, né un ladro, né un consumatore. Ma un uomo. Che aveva tantissimo da dare.

Il manifesto di una vecchia classe operaia che smarrita e confusa naviga tra i nuovi mezzi di comunicazione, che non concedono ascolto, schematizzando il dolore. Eppure, tra i fiori dei marciapiedi, imbrattando i muri delle banche del consumo disinteressato, aggiustando e non sostituendo le cose rotte, con lo sguardo fiero e il pugno serrato come Cantona ne “Il mio amico Eric’’, potremo rammentare al nostro cuore quella verità che Lennon ai suoi tempi aveva provato ad insegnarci; “ Working class hero is something to be’’.

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