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Back In Time

Back In Time: GLASSJAW – Everything You Ever Wanted To Know About Silence (2000)

L’aggressiva fascinazione che ha investito tutta una generazione di kids di fine ’80/inizio ’90, cresciuti ad hardcore e mattonate metalliche, si è fatta strada attraverso i detriti di quelle stazioni spaziali che furono il genere madre e il suo pargolo che usò (e ancora usa, ma non sempre con cognizione di causa) il suffisso “post” davanti ad hc. Una strada spesso lastricata di difficoltà di comprensione di un movimento fantasma che aveva come unico – o meglio, più grande – faro nel buio i Fugazi ma che non poteva certo fermarsi lì.

L’universo della musica alternativo-aggressiva stava andando componendosi e stretchandosi alla velocità della luce, tanto da creare una miriade di situazioni sempre diverse e a loro modo interessanti: dal nu metal fino allo screamo, dall’emo al powerviolence, dall’hardcore intellettualmente evoluto e intaccato da tempi atrocemente dispari fino al suo diretto successore jazzcore. Un cosmo di possibilità si apriva dinnanzi agli occhi di tutti e frenesia ed urgenza dettavano il passo di un mondo che ben presto non avrebbe più avuto tempo per nulla.

Con l’avvento dei Deftones – essi stessi influenzati senza mezzi termini dall’astro nascente del post hardcore – molti degli allora giovin virgulti della “scena” si ritrovarono nella possibilità di inserire nelle proprie sonorità oltre alla solita infornata di virulenze losangeline anche quel gradiente melodico numetallico che stava crescendo in parallelo a loro. Alfieri di questo modus operandi furono proprio i Glassjaw di Long Island. I primi vagiti della band hanno la loro eco intorno al 1993 ma è solo col primo EP del ’97 “Kiss Kiss Bang Bang” che il gruppo capitanato da Daryl Palumbo e Justin Beck può dare dimostrazione della propria fascinazione verso i lidi di Moreno & co.

Ross Robinson che quella scena ha contribuito a farla nascere ha annusato l’aria comprendendo che per i suoi pupilli non poteva far più nulla e sul finire dello scorso millennio volge lo sguardo verso questi figli del punk più infernale e a cavallo del ’99 e dell’anno successivo mette lo zampino sul debutto degli infami Amen di Casey Chaos, sull’allora album finale degli At The Drive-In e infine sul debutto sulla lunga distanza dei Glassjaw.

Everything You Ever Wanted To Know About Silence” è un gioiello raro persino in una tempesta di dischi tutti interessanti ma che soffrivano di un sintomo derivativo che finì per sfaldare le ottime premesse del movimento. Inclassificabile sotto la sola voce post-hc, l’album è una tregenda incontrollabile di sentimenti e anomalie d’antan. A guidare il tutto verso una deriva psicotica è l’eclettismo vocale di Palumbo, che sembra guidato tanto dal cuore che da nervi che saltano come cavi scoperti gettati nell’acqua. Esattamente come Chino Moreno, Daryl ha la “cattiva” abitudine di non stare praticamente mai sugli strumenti creando linee melodiche discontinue e disorientando l’ascoltatore.

Nel suo essere mortalmente oscuro e criptico il cantante inanella una serie di poemi di aberrazione umana unici, e il suo trasformismo è completato dai tempi sconnessi degli strumenti, con le chitarre di Beck e Weinstock a ergere statue di sconsiderata ferocia. L’anomalia delle strutture si scontra con particolari atti a dipingere e portare fuori dai binari, rimandando ora agli Handsome, ora a certe soluzioni soniche tooliane, come sull’intensa When One Eight Become Two Zeroes, epitome di tutto il potenziale “trasformista” del combo.

L’energia espressa in detonazioni melodiche multiple di Siberian Kiss e Pretty Lush danno i brividi, mentre gli insegnamenti più calibrati arrivati dall’hardcore punk si palesano nelle deliziose scudisciate di Ry Ry’s Song mantenendo le aperture vocali sempre in primissimo piano. Sembra quasi che in più punti Daryl improvvisi sugli strumenti e il tutto prende la piega di un impianto “jazz” che di jazz non ha nulla, come un sassofonista che ha perso la testa in uno schizzo di ira infausta che si placa in onde lente e ricomincia senza preavviso oppure entra così, come uno psicopatico entrato in casa di sconosciuti e che ha attaccato a fare a pezzi tutto quello che gli capita sotto mano senza né un perché né un percome.

Capaci di gelide efferatezze e di calorose strette nella morsa di un caldo disagio i Glassjaw rimangono, a 18 anni dall’uscita dell’album, incomprensibilmente ignorati dai più. Per quei pochi che invece si sono fatti investire dalla heatwave scostante del loro verbo rimangono una delle realtà più ispirate/disperate di quella corrente spesso oberata da copie di copie di copie.

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