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Sonae – I Started Wearing Black

2018 - Monika Enterprise
elettronica / techno / ambient

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Tracklist

  1. Majority Vote
  2. Rust
  3. Dream Sequence
  4. Soul Eater
  5. I Started Wearing Black
  6. White Trash Rouge Noir
  7. System Immanent Value Defect
  8. We Are Here

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Bene, siamo al secondo lavoro dell’artista conosciuta come Sonae (da pronunciare So-nah) che promette atmosfere cupe, ma che vuole al contempo entrare nell’attualità, nelle cose di tutti i giorni, dalla politica all’esistenza, e non è assolutamente un caso che il titolo sia ambiguo tra l’ironico e il tranchant: “I Started Wearing Black“, una carrellata in discesa verso sonorità che variano nelle loro ombreggiature (poiché di tinte di nero si tratta) in cui diverse textures si scontrano in un’intrico di elettronico, acustico e musica d’autore. Il linguaggio di Sonae sembra scarno, ma sono le varie distinzioni di polvere che la Nostra ha coltivato e che in questo disco sbocciano in tutte le loro differenze.

Dalla prima traccia Majority Vote, in cui la techno è già rumore di sottofondo, è già decoro, rumore quotidiano che si unisce ai detriti in loop che rimbalzano in stanza particolarmente ovattate, o come il morphing di Soul Eater, in grado di passare da sbuffi di ruggine (anche qui, i suoni provenivano dall’atmosfera di una delle tracce, appunto, Rust) che diventano campanelle che acquietano ma per poi solo nuovamente travolgere con la title track, techno di rumori (un po’ Andy Stott, un po’ Thomas Koner) che scaturisce da metà traccia quando viene liberato il fluire noise.

I Started Wearing Black” è una dichiarazione, una sorta di stop ai compromessi, una rinuncia alle decisioni della vecchia guardia per concepire un disco che non è solo un approccio allo stile, ma la manifestazione di contrasti, che, al di là della moda e dei ritorni di fiamma dell’Hauntology, i fantasmi sono presenti in questo disco, che soffocano gli elementi melodici possibili (non per questo mutati, si badi bene, ma nascosti, che fanno capolini nella scura nebbia del rumore).

Ecco che quindi, questo è un disco fatto per ascoltare l’inaudito, faticosamente forse, ma il lavoro di sedimenti che si costruisce in questo LP, ha una sua architettura che si sviluppa in verticale, sì, ma verso il basso, il profondo, e scavare diventa difficile, impegnativo e, a volte, illuminante. Può valerne la pena.

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