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Back In Time

Back In Time: TOOL – Lateralus (2001)

Ragazza che lavoravi dal Master Dischi (il fu negozio della mia insalubre cittadina di provincia) – di cui non ricordo il nome ma che fingerò di non inserire per via della privacy – io ti devo la vita. Forse detto così potrà sembrare un po’ esagerato, ma c’è un fondo di verità grande come un elefante poiché la persona in questione un giorno di ben 17 anni fa – ugh – mi disse “Compra questo album a scatola chiusa. Fidati. Domani torna qui e dimmi.”

Il disco che mi porse e che dopo un lauto pagamento di lire 40.000 stringevo in mano aveva una sovra-copertina “in trasparenza” che recava due scritte che campeggiavano misteriose occhieggiando al mio sguardo miope di quindicenne: Tool e “Lateralus”. Il mistero che emanava quell’oggetto mi stava rapendo in maniera totalizzante. Girandolo e osservando i circuiti che andavano a formare le informazioni leggevo di queste persone che non avevo mai visto, di cui non avevo mai sentito parlare: Danny Carey, Justin Chancellor, Maynard James Keenan, Adam JonesDavid Bottrill, Alex Grey, Mackie Osborne. Persone che negli anni avrei incontrato virtualmente ancora e ancora, che in qualche modo mi avrebbero formato ma che in quel momento erano solo nomi qualsiasi.

Tornato a casa sfilai la sovra-copertina e scoprii l’artwork vero e proprio e rimasi sbalordito. I fogli trasparenti di acetato che mostravano una sezione corporeo-spirituale dell’essere umano mi diedero alla testa, la curiosità era troppa e lo misi sulla mia radio con lettore CD e fu lì che avvenne il Big Bang. Non erano passati nemmeno due anni da quando scoprii l’esistenza di qualcosa oltre al progressive rock con cui mio padre mi aveva educato – leggi Korn, Deftones, Limp Bizkit, Alice In Chains e via dicendo – e il suono che riempì la mia stanza fu la fine e l’inizio di tutto.

Come se il 6 agosto di Hiroshima si stesse riproponendo in camera mia e al contempo nella mia mente il riff circolare ed infinito di The Grudge si stagliava sulle pareti mandando ad intermittenza luci che non c’erano, la voce prima delicata e poi innervosita e incapace di trattenere l’odio, la rabbia, la furia, il disgusto, il malcontento di una nazione di non-morti e governata dal male incarnato e donato ad una popolazione incapace, la voglia di sputare tutto il veleno, la musica che cresce e cresce e si muove senza pause, liquida, le pulsazioni meccanicamente fluide, e poi quel grido: lungo, disperato, furente, bestiale. Infinito.

Non riuscivo ad interiorizzare la quantità di informazioni che uscivano dalle piccole casse della radio, tantomeno a razionalizzare che strumenti creassero cosa e dove, era tutto volto a disgregare e costruire e trascendere. Non credo nell’anima ma in quel momento sentivo che tra me e me c’era qualcos’altro. Erano questi quattro che si insinuavano sottopelle e tra le sinapsi in modo così logico e matematico da risultare incomprensibile. I lunghi viaggi sotto le molteplici lune di pianeti lontani volti ad oriente di un universo scomposto e ricomposto da esseri alieni ed esacerbati al punto di autoconvincersi di una calma impossibile da raggiungere come ben dimostra il testo di The Patient, altro crescendo di screzi interiori impossibili da sopire. In dualismi indelebili si dipana tutto il disco e mi ci sono voluti anni per comprenderli e forse nemmeno così a fondo – d’altronde ancora oggi nessuno ha davvero capito tanto Nietzsche quanto Hicks.

Saggi sul dolore e sulla caducità dei luridi corpi umani che volgono gli sguardi a mondi superni irraggiungibili in vita si srotolano nei due colpi di fucile emotivo che sono Parabol/Parabola, immutabili mutazioni del dopo vita. Maynard serio come non è stato mai, concentrato su un tutto inconsapevolmente se e su un se consapevolmente a parte da un insieme che fa suo e dona a terzi e quarti senza insegnare nulla. Non sono maestri i Tool, pur muovendosi tra tempi impossibili e un’esecuzione che nessuno mai potrà pareggiare nemmeno tra mille anni.

Prima nell’iperuranio e poi di nuovo sulla Terra con Ticks & Leeches a prendere a pugni in pieno volto tra urla belluine e reminiscenze hardcore che giurano vendetta su ritmi tribali al grido di “Hope this is what you wanted / Hope this is what you had in mind / Because this is what you’re getting” che chiosano in un disastroso “I hope you’re choking / i hope you choke on this” rivolto ai vampiri emotivi, ai succhiasangue e drena energie di una società menefreghista e narcisista, malata nel profondo.

Chancellor che disegna a mano libera sulla volta celeste strade e incunaboli bassistici a sorreggere e spiegare la struttura di Schism, Jones a descrivere allucinazioni eterne/eteree incastrate nelle cesellature astronomiche di Carey sull’immensa Lateralus – bonus: di questo album ho due copie poiché la prima si rigò inesorabilmente la dovetti ricomprare e proprio su questa il brano è segnato come Lateralis. In alcune interviste i quattro burloni dissero che in realtà era così che si doveva leggere il titolo, o al massimo “Ladder Alice” – che anni dopo vidi suonata live con l’apporto alle percussioni del batterista degli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead, e che di live in live viene suonata col pazzo di turno, da Tom Morello a Christoph Schneider dei Rammstein coi suoi fidi compari a dar fuoco al drum kit.

Col cuore esploso e dopo quasi 80 minuti di labirinti a mezzo musica spensi la radio. Il silenzio a quel punto era pura oppressione, faceva male. Non ci avevo davvero capito un cazzo di quel disco immenso eppure avevo compreso e in seguito compresi ancor meglio: “Lateralus” è una Stele di Rosetta che permette la lettura di un universo avvolto in spirali di linguaggio mutevoli nel proprio immobilismo ipercinetico e i Tool non sono null’altro che gli araldi di questa messa in opera ultraterrena e indistricabilmente umana.

Senza saperlo i quattro hanno creato una realtà a parte che nemmeno loro stessi sono riusciti ad espugnare con il successivo “10.000 Days”. Che vi piaccia oppure no, questo è il loro ultimo album. Il resto è solo illusione.

 

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