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Beach House – 7

2018 - Sub Pop/Bella Union
dream pop / shoegaze

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Tracklist

  1. Dark Spring
  2. Pay No Mind
  3. Lemon Glow
  4. L’Inconnue
  5. Drunk In LA
  6. Dive
  7. Black Car
  8. Lose Your Smile
  9. Woo
  10. Girl Of The Year
  11. Last Ride

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Facciamo un semplice esperimento: più che tediarvi con una recensione prolissa e tecnica cerchiamo di capire come sia possibile che una band nata nel lontano 2004 sia ancora capace di sfornare album meravigliosi, pur agganciandosi allo stesso “canovaccio” stilistico ad ogni album. 

Partiamo da un concetto: il duo Scally/Legrand è da sempre sospeso in una dimensione temporale parallela, composta da universi pedissequamente prodotti da mondi fantascientifici all’interno del quale vivono le loro canzoni. Eccolo il primo punto a favore della band: la capacità di trasportare l’ascoltatore in quei mondi, con una facilità imbarazzante.
Il sound dei Beach House sembra così sospeso nel tempo, è cosi atemporale, che si ha la stessa sensazione dell’immersione in un profondissimo sogno. Il perché di questa freudiana pratica? In primis la meravigliosa voce della Legrand, mai banale, e dei tappeti sonori tratti dal manuale del “perfetto musicista dream pop”.  A differenza del passato, il loro studio oggi è la loro abitazione; un batterista turnista (James Barone) non solo è diventato membro stabile della band, ma ha aggiunto un valore qualitativo enorme, ed un pezzo da novanta come l’ex Spacemen 3, Sonic Boom, si è seduto al comando della regia (ed ai rintocchi shoegaze). 
 
Il cambiamento, così auspicato da tanta critica si traduce nella produzione di materiale partorito direttamente ed esclusivamente in sala studio, poiché nessuno in questo album ha pensato a come potesse suonare dal vivo.  Scommessa ampiamente vinta, a nostro avviso, perché il tutto è totalmente lontano da qualunque tentazione di riproduzione mimetica della realtà. La costruzione sonora è basata sul silenzio della sala studio, sulla concentrazione, sulla solita malinconia e sull’intensita’ di sintetizzatori che tanto somigliano a intensi e penetranti sguardi posti su atmosfere sospese. 
Più che suoni, veri incontri di anime posizionate su di un equilibrio delicatissimo su cui si regge la meravigliosa tessitura dell’album.

Chi è pronto a fluttuare nell’aria deve forzatamente passare attraverso questo album, fatto di esplosioni laceranti di batteria e chitarre come in Dive, alle linee sintetiche ed inquetanti di Black Car, capaci di far fluttuare e sognare ad occhi aperti.  Oggi, a differenza degli album passati, il ventaglio di emozioni, di suoni, e di paradisi artificiali, sembra essere più corposo; a suggerirlo è la tracklist, che propone l’electro pop di Woo, un brano che avremmo tranquillamente ascoltato fin dai tempi di “Devotion“, abbinanto alla chiusura, quei 7 minuti di Last Ride, che sembrano dirci: abbiamo sognato un universo immaginario.

7” non è assolutamente una “scommessa” della band, è semplicemente l’album più ragionato e metodico della carriera di una delle band indie più importanti degli ultimi anni, suonato con cuore dream pop e graffio shoegaze. Chi non amerà questo album non avrà voglia di sognare. 

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