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Ddent – Toro

2018 - Chien Noir
post-metal / doom / industrial

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Tracklist

  1. Dans la Roseraie
  2. Dis à la Lune Qu'Elle Vienne
  3. Longue, Obscure et Triste Lune
  4. Torse de Marbre
  5. L.s Cloch.s d'Ars.Nic .t la Fum..
  6. La Pluie Emplit Sa Bouche
  7. Noir Taureau de Douleur

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Tira una splendida aria vintage tra i solchi di questo ‘Toro’, terza fatica dei parigini Ddent che, in questo frangente, si riducono alla batteria di Marc Le Saux e a Louis Lambert, factotum del progetto, dietro a chitarre, basso e vari macchinari, oltre che co-responsabile del missaggio assieme a Chris Fielding.

Non si pensi a chissà quale balzo indietro nel tempo. Le coordinate di viaggio puntano al ponte che unisce la fine dei novanta coi primi dieci anni del nuovo millennio (non così tanto recente ormai, ahimè). Un periodo per il metal nel quale, mentre la vertente “nu” sparava le sue ultime, sterili cartucce e si accartocciava su sé stessa e il revival si faceva sempre più persistente, nuove ibridazioni si facevano strada grazie all’apertura del genere a contributi esterni che andavano al di là della fusione primigenia con l’hardcore e col più recente rap e funk. A guidare la svolta, band in realtà già attive da diversi anni ma ansiose di ridefinire il proprio genere, come Neurosis e i progetti di Justin Broadrick (Godflesh su tutti), combo simili soltanto a sé stessi, come i Tool, e band più (Deafheaven) o meno (Ulver) recenti che flirtano con shoegaze e musica sperimentale tout-court.

È in quest’ottica che va interpretato quest’ottimo lavoro dei Ddent che, pur non apportando innovazioni al genere, firmano un lavoro denso e massiccio, godibile tanto per aficionados come per neofiti. I californiani Deafheaven succitati, in particolare, sono un terreno particolarmente fertile per Lambert, incline in special modo a sovrapporre chitarre sature e a realizzare un corposo wall of sound che assume proporzioni epiche; un espediente pressoché onnipresente nell’album, come si apprezza nell’iniziale Dans la Roseraie, che esordisce in veste etereo-shoegaze per poi bersagliare i timpani con un riff granitico à la Scott Kelly. Similmente, in Dis à la Lune Qu’Elle Vienne il ritmo rallenta ma non l’epica, col pentagramma che assume tinte drammatiche. Connotati ancor più marcati, questi, nella successiva Longue, Obscure et Triste Lune, titolo poetico che effettivamente fa il paio con una melodia accentuata, salvo poi venire abbattuta da un riff arcigno e immane. Torse de Marbre è forse il brano più vario e riuscito, con una linea melodica che a tratti ricorda i Porcupine Tree e con passaggi da una sezione all’altra particolarmente azzeccati. A contendersi il titolo concorre però anche la conclusiva Noir Taureau de Douleur, megalite ieratico e sontuoso che sta come una pietra miliare a segnare il confine di un lavoro importante e ambizioso.

Toro’ è forse fin troppo monolitico e impegnativo (sette brani per più di un’ora di durata), ma in fondo è proprio questo il fine di Lambert e soci: descrivere un’epica disperante e spirituale, guidandoci alla scoperta di ogni suo singolo dettaglio e segreto. Un’impresa che non può che richiedere tempo e spazio.

Pur non aggiungendo nulla a un genere già saturo di grandi traguardi, ‘Toro’ colpisce per passione e dedizione e s’inscrive nel novero degli album che lo consolidano e arricchiscono.

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