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Ryley Walker – Deafman Glance

2018 - Dead Oceans
dream pop / psych

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Tracklist

1. In Castle Dome
2. 22 Days
3. Accommodations
4. Can’t Ask Why
5. Opposite Middle
6. Tellurine Speed
7. Expired
8. Rocks On Rainbow
9. Spoil With The Rest


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Chi non conosce affatto Ryley Walker rimarrà sorpreso quanto me nell’appurare che il chitarrista ha solo 28 anni. Che qualcuno potesse oggi ancora volersi rifare a un nume tutelare della sei corde come John Fahey, tanto fondamentale quanto simbolo di un’epoca ormai lontana, rimane improbabile e bellissimo. E invece questo classe ’89, un po’ Gilmour un po’ Vedder nell’aspetto, nel suo look da boscaiolo dell’Illinois non solo non si vergogna di rievocare foto ormai vecchie e ingiallite, ma le sfoggia con una sicurezza e confidenza invidiabili per la sua età.

Tappe bruciate in fretta: dopo la tipica (non più così tanto, ahinoi) gavetta a base di sale prove, concertini e tanto sbattimento arriva a incidere con il coetaneo fingerpicker Daniel Bachman. Quanto basta per spiccare il volo già in “Primrose Green“, dove ad affiancarlo ci sono apprezzati jazzisti della scena di Chicago e non solo. Altro disco, altra direzione: “Golden Sings That Have Been Sung” è figlio anch’esso del capoluogo dell’Illinois ma si volge stavolta verso un lato più rock e sperimentale, pagando tributo al giro di John McEntire e compagnia e dunque a band come Tortoise e Gastr Del Sol. Tutto mediato, va da sé, dalla visione personale e un po’ particolare del ragazzo, che errabonda tra un genere e l’altro, fra tale ispirazione e tal’altra per immettere linfa vitale continua all’organismo e plasmare la propria creatura.

Deafman Glance” continua a suo modo a raccontare questa storia. Possiamo un po’ vederlo, però, come un capitolo interlocutorio che un giorno assumerà di certo un peso diverso, una volta chiaro l’intreccio a venire, ma del quale al momento salteremmo volentieri uno o due paragrafi. E sì che gli spunti non mancano: anzi, sono anche troppi, è questo il problema. L’album rimacina ascolti tanto interessanti quanto eterogenei: c’è Tim Buckley, c’è qualcosa di Drake, la scena di Canterbury (!), il prog e certo rock obliquo e blueseggiante alla Karate. Ecco, soprattutto nell’arrangiamento questo disco ricorda tanto uno dei Karate. E questo vuol dire solo una cosa: quando gira bene, il dramma, la melancolia, l’incanto, l’emozione e altre cose belle; quando va male, macigni come la noia e l’insofferenza.

Prendiamo l’incipit, In Castle Dome. Seduce languida, indolente; sembra di assistere a un tramonto lento e inafferrabile, nel silenzio dei pensieri pigri. Andrebbe anche bene, un esordio carezzevole così, ma non se la lunghezza d’onda rimane la stessa per nove brani. Che a questo punto diventano un po’ interminabili. 22 Days aumenta un po’ il ritmo prendendoci gusto con un riff bluesy, ma ripiomba però poi in un mood pensieroso e circolare, non dissimilmente dal brano precedente. Accommodations è più interessante, in questo senso. Qui Walker adotta un approccio sperimentale più deciso: spira un’aria più inglese, chauceriana, con schegge di suono impazzite che gridano “Arto Lindsay!”.

Il bel piglio aggressivo e ombroso nella chiusura di Can’t Ask Why non salva il brano da un certo immobilismo. Opposite Middle sembra proprio un omaggio alla band di Geoff Farina mentre Expired, sebbene alcuni cambi non proprio puntuali, trova quella sospensione, quell’inafferabilità che è sfuggita altrove, e suona deliziosamente irrisolta. Ecco, questo brano riassume abbastanza bene il disco. Un collage di tanti bei spunti, alcuni eccellenti, che però non sembrano collimare, amalgamarsi al meglio, e sono peraltro penalizzati da sonorità non ovunque all’altezza.

Al netto dei limiti, è un album che ha un’atmosfera, che ha una sua personalità. Walker dimostra però una padronanza di mezzi che implica, come rovescio della medaglia, aspettative già parecchio alte. Nel palmarès di altri, “Deafman Glance” sarebbe un gioiello; per Walker è solo il capitolo prima della svolta, lo sentiamo.

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