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Back In Time

Back In Time: OTEP – Sevas Tra (2002)

Otep Shamaya sembra essere sbucata fuori dal nulla all’inizio del nuovo millennio andando a nutrire quella schiera di donne pericolose che stava pian piano delineandosi da qualche anno a quella parte assieme a Karyn Crisis, Tarrie B, Kira Roessler, le L7 in toto e Sandra Nasic (come ho avuto modo di parlare sul BIT dedicato ai Guano Apes) e seguite da altrettante nelle figure di Julie Christmas, Katherine Katz, le nipponiche Gallhammer, Caro Tenghe, Chelsea Wolfe e chi più ne ha più ne metta.

Come dicevo prima la creatura della poetessa urlante statunitense compare nel 2001 con un EP dal titolo tutt’altro che accomodante ossia “Jihad”, subito scomparso dalla copertina dello stesso e tramutato in un più innocuo “Otep EP“. Io personalmente li ho scoperti grazie ad un CD sampler di Rock Sound (roba da archeologia) con il brano Fillthee ed è subito scattato l’amore indefesso.

Sevas Tra” – prodotto nientemeno che da Terry Date – potrà sembrare a tutti gli effetti un album “minore” nella sterminata produzione nu-metal di quegli anni a causa di una chiusura mentale derivata dal machismo imperante della scena ma accolto in realtà in maniera più che positiva non solo da una schiera di open-minded ma anche dalle emittenti televisive di stampo musicale: il primo singolo estratto Blood Pigs era infatti parecchio presente nella rotazione video dell’epoca e prendeva a pugni parecchi comprimari senza far prigionieri.

Otep si diversificava da tante sue colleghe soprattutto per le innate doti di growler al limite dell’umano nonché per una capacità di spicco per quanto riguarda il flow. Moltissimi sono infatti i rimandi alla materia hip hop – come da copione nel genere – ma bilanciati in un pastiche estremo che non aveva rivali, almeno allora. Il rhyming deragliante della pesantissima T.R.I.C. non lascia dubbi a riguardo tant’è che inizia con un warning alla scena tutta (“To all you weak mcs / all you hardcore wannabe’z / if you step into the ring be prepared to swing”) per poi buttarsi a rotta di collo in un tributo stilistico a cuore aperto a Zack De La Rocha – che viene elencato nel libretto come musa assieme a molti altri.

Le liriche contenute nel lavoro sono di pregio non solo per i passaggi da criptico/mitologico a rasoiate in pieno volto senza tanti giri di parole ma anche per essere incastrate le une con le altre. Che sia una o l’altra situazione i testi vertono tutti prevalentemente su abusi subiti in giovane età dalla cantante, una presa di coraggio catartica lanciata da Jonathan Davis anni prima e ripresa da molti, con la sola differenza che qui a parlare è una donna e lo fa spogliandosi e uscendo dal buio in anni in cui ciò non veniva fatto così apertamente – oggi i social media potrebbero far molto in tal senso ma sono un campo minato e questa è una tematica che non andrebbe mai minimizzata.

Non solo assalti nu, ma anche oscenità sperimentali e gloomy come dimostra la strisciante My Confession, la super scary Emtee, impreziosita da noises oscuri e un pianoforte mostrificato e gli estenuanti e disperati dieci minuti di Jonestown Tea (minutaggio più unico che raro in album di questa speme). Poi ci sono attacchi a viso scoperto come Battle Ready che fanno a pezzi tante di quelle band rap-metal da non riuscire a tenerne il conto. La versione album di Filthee è poi un vero e proprio gioiello jumpdafuckup molleggiato come solo un golem d’acciaio potrebbe essere.

Come in parecchi casi simili a questo mantenere la barra a dritta è difficile, soprattutto a causa di continui e repentini cambi di line up. “Sevas Tra” rimarrà un unicum nella discografia di Otep, uno di quegli album di debutto che andrebbero riascoltati di continuo ma che non hanno avuto modo di ripetere né formula né sentimento. Certo, il successivo “House Of Secrets” era un tentativo – anche riuscito – di muoversi al di fuori dal nu implementando molta più sperimentazione e singulti a là Crisis ma è stato l’ultimo momento di gloria vera e propria, seguito da un altro album che più debole non si poteva fare e da svariati copia e incolla e reiterazioni del linguaggio a dir poco pleonastiche (forse a eccezion fatta di “Atavism” ma è di sicuro merito dei gemelli Sharone più che della padrona di casa).

Sia come sia, questo è un album che va riscoperto per tutti i motivi di cui sopra, molto più di tanti altri usciti in quegli anni. Date retta ad un cretino.

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