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Back In Time

Back In Time: SLAYER – South Of Heaven (1988)

La musica moderna vi deprime e avvertite l’impellente bisogno di una scarica d’adrenalina? Correte a recuperare i vostri vecchi dischi degli Slayer, più precisamente quei quattro classici del thrash metal che ci hanno regalato nel corso degli anni ‘80: un decennio unico e irripetibile per il genere, pochi dubbi al riguardo. In buonissima parte la band californiana lo attraversò alla velocità della luce, come un treno impazzito che sfreccia sulle rotaie senza la benché minima intenzione di rallentare.

Ogni uscita discografica diventava quindi una stazione ferroviaria alla quale fermarsi giusto il tempo sufficiente per caricare a bordo nuovi fan per poi ripartire in fretta e furia, terrorizzando i benpensanti rimasti sulle banchine con improvvise sferragliate di riff assassini, deliranti assoli atonali, urla invasate e testi che definire controversi è poco. A scandire un tempo di marcia in accelerazione costante il doppio pedale del batterista Dave Lombardo, mostruoso motore di talento e precisione cui toccò il non semplice compito di guidare i compagni di viaggio Tom Araya (basso e voce), Jeff Hanneman (chitarra) e Kerry King (chitarra) verso gli sconfinati territori del thrash più rabbioso e, nel mentre, evitare qualsiasi rischio di deragliamento.

Neanche il placido Rick Rubin, all’epoca ancora astro nascente della produzione musicale, riuscì a tenere a bada i loro bollenti spiriti. Non era neppure nelle sue intenzioni, a dir la verità: dopo averli messi sotto contratto con la Def Jam, nel 1986 il futuro guru dalla barba foltissima e dai gusti assurdamente disparati (ha lavorato con tutti, dagli Slipknot a Jovanotti) aiutò il quartetto californiano a superare le già altissime soglie di violenza sonora raggiunte con quel “Reign In Blood” che ancora oggi, a distanza di più di tre decenni dalla sua pubblicazione, rappresenta il culmine di una lunghissima carriera che solo ora si avvicina ai titoli di coda, con un corposo tour d’addio che dovrebbe concludersi nell’estate del 2019.

Allontaniamoci però da questi tristi pensieri – purtroppo la pensione prima o poi doveva pur arrivare – per tornare a quell’epoca d’oro in cui i nostri erano impegnati in una corsa forsennata verso i vertici del thrash. Continuare a spingersi oltre ogni limite di velocità alla lunga avrebbe costretto anche dei maestri di  agilità come i giovani Slayer a buttare via polsi e caviglie nel giro di pochi anni; d’altronde, gli abbondanti 200 battiti per minuto su cui viaggiano le dieci schegge di “Reign In Blood” offrono poche possibilità di tregua.

Che sia stato proprio questo il motivo che spinse Araya e compagni ad adottare un approccio totalmente diverso (più rilassato, per quanto strano possa sembrare) per il suo successore, il neo-trentenne “South Of Heaven”? Forse non lo sapremo mai. L’unica cosa certa, confermata in più occasioni dalla stessa band, è che per il disco in questione si volle a tutti i costi aprire una nuova fase, caratterizzata da un songwriting più maturo e complesso. L’ideale per esaltare alcune caratteristiche del loro sound che fino ad allora era stato possibile solo percepire, nascoste in un esaltante vortice supersonico di chitarre schiacciasassi e pelli pestate a sangue.

Partiamo subito con la title track, cui spetta l’onore di aprire le danze con quel suo monumentale riff grondante terrore e malvagità. Gli Slayer ci avvolgono immediatamente in un’atmosfera plumbea che li costringe a rallentare considerevolmente il passo, restando tuttavia sempre vigili e pronti a regalarci scatti fulminei degni della loro tradizione. La sottile vena sabbathiana che attraversa brani come South Of Heaven, Mandatory Suicide e soprattutto Spill The Blood, con quella sua introduzione inquietante e arpeggiata che ricorda da vicino lo stile di Tony Iommi, non arriva mai davvero a rompersi; la timida tendenza alle tinte fosche del doom resta di pura facciata, una semplice sfumatura che affiora solo di tanto in tanto.

Se i due album hanno una qualità che li accomuna è senza ombra di dubbio l’ottima produzione, in grado di mettere ordine anche in momenti che altrimenti avrebbero rischiato di sfociare nel totale caos. In entrambi i casi dobbiamo ringraziare Rick Rubin, che soprattutto nelle dieci tracce di “South Of Heaven” riuscì con successo a bilanciare i volumi e a dare il giusto spazio a tutti: le impressionanti chitarre di Hanneman e King sono sempre in bella evidenza, la batteria di Lombardo ha un suono incredibilmente definito (ascoltate in cuffia la doppia cassa di Silent Scream: vi sembrerà di essere travolti da una fitta pioggia di sangue) e il basso di Araya non si riduce mai all’impercettibile ruolo di comparsa, come invece un mese e mezzo dopo sarebbe accaduto allo sfortunato Jason Newsted dei Metallica in “…And Justice For All”.

Ciò che invece allontana in maniera drastica questo disco dal suo predecessore è il modo in cui Tom Araya interpreta i testi, per la prima volta  profondi e curati al punto giusto (o almeno quanto basta per non farci temere strane simpatie politiche). Qui non abbiamo solo quella sorta di frenetico spoken word urlato e delirante che da sempre è il suo marchio di fabbrica, ma anche qualche discreta apertura melodica che emerge tra i muri di palm mute che ci grattugiano le orecchie in Behind The Crooked Cross, i riff ricchi di groove di Read Between The Lies e la solenne pesantezza della già citata Spill The Blood. Per non parlare di Dissident Aggressor, una cover degli amatissimi Judas Priest (tratta da “Sin After Sin”, 1977) nella quale il vocalist cileno si toglie lo sfizio di rendere omaggio al maestro Rob Halford.

Quando gli Slayer entrarono in studio per registrare “South Of Heaven” sapevano di non voler semplicemente dar vita a un “Reign In Blood” parte seconda. Tutto ciò che desideravano era aprire una nuova fase, percorrere strade non battute in precedenza ed evolversi. Rallentare il necessario per scavare più a fondo e spingere il thrash metal molto, molto più a sud del paradiso. Ci riuscirono? Se dopo 30 anni siamo ancora qui a parlarne…  

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