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L’odore dei pomeriggi quando li butti via: una retrospettiva sui LAGHETTO

Laghetto

L’erba attorno a noi era bruciata dal sole, anche se era quasi inverno. Alcuni sabato pomeriggio finivamo di pulire e montare l’impianto presto, troppo presto, e ci ritrovavamo ad aspettare che arrivassero i gruppi senza praticamente sapere cosa fare. Magari mancavano delle birre, magari c’era da sentire qualcuno che facesse i suoni e provasse i volumi, una sigaretta dopo l’altra, senza nemmeno aspirare. Il tempo passava così. Questa era la nostra militanza. Siamo sempre stati abituati a metterla sul conflitto, a cercare ad ogni costo un nemico, eravamo ostinati, quasi, in questa perenne ricerca. Come nell’ascoltare musica, non si poteva sbagliare, non si poteva concedere un metro. L’impegno politico toccava a tutti, era necessario. Ci sentivamo in un avamposto, una Fortezza Bastiani eretta contro i nostri coetanei che tanto non ci avrebbero mai capiti. Stavamo lì, fieri.

In questo contesto, per come l’ho vissuto io, il gruppo di Bologna che si faceva chiamare Laghetto serviva come non mai, perché i Laghetto hanno rappresentato la svolta totale nell’ascoltare il punk-hardcore in Italia per molti di noi. Ma non solo per noi che rimanevamo ore ad aspettare che la serata iniziasse. Ognuno di noi suonava in un gruppo oppure scriveva una fanzine. Io facevo male la prima e benino la seconda cosa, e per questo fui automaticamente attratto da quel modo di scrivere e suonare punk così complicato e lontano da ogni schema che avevano loro. Mi spiego. C’erano i miei intoccabili idoli musicali, i mostri sacri americani, ma i Laghetto davano quello che i gruppi americani e soprattutto le più seguite bands italiane non riuscivano a dare: un’altra forma di espressione non musicale per poter raggiungere lo stesso obiettivo. Furono i primi, in Italia, a dimostrarmi che ci fosse altro, oltre alla musica punk, ma questo “altro” era vettorialmente ed inscindibilmente collegato ad essa. Serviva una valvola di sfogo per cambiare argomenti e crearne di nuovi, servivano ironia, letteratura, fumetti, impegno canalizzato altrove.

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Accanto alle entità da loro create, come l’Uomo Pera, la Mano senza Dita, i Ninja o lo Sverniciatore, infatti, é sempre esistito un impegno fondato sulla controcultura e sulla lettura, sui fumetti e sulla controinformazione attiva. Chiamarlo “impegno politico” risulterebbe troppo dozzinale, perchè il messaggio implicito, nella musica, divenne esplicito nella sua attuazione ideologica, e per molti di noi quella fu una novità. Gli slogan e i motti, gridati dai palchi o impressi sui muri delle cittá che ci avevano accompagnato per anni si inabissarono, lasciando emergere una spinta diretta più alla riflessione che all’automatico pragmatismo. La musica appariva quasi un sottofondo, una compensazione. C’era chi li paragonava ai Refused e chi ai Born Against. Chi a dei moderni Dead Kennedys e chi ai Primus. Io non me ne sono mai preoccupato piú di tanto,dei paragoni, anzi. I miei gusti musicali sono sempre rimasti ben distanti dal loro stile anticonformista e per alcuni risvolti troppo poco scontato di suonare punk rock: era ció che facevano una volta scesi dal palco che mi affascinava e stimolava. Tuono Pettinato pubblicò alcune tavole per una mia vecchia idea di fanzine, io scrissi dei racconti e lui ci fece dei disegni; Raudo parlava di Carmelo Bene e del Napoli durante gli anni ’80 scandendo il nome di Ferlaino in modo da farlo risultare spiccante dal resto della canzone, Ratigher disegnava e aveva idee per pubblicare su carta che nessuno mai aveva avuto, basti pensare alla coverizzazione della rivista “Cioé” edita col nome di “Ergo”, contenente sketches, giochi, illustrazioni e fumetti che avevano come argomento le principali scoperte scientifiche della storia. I Laghetto ci hanno resi più forti, evitando di farci diventare degli insipidi epigoni di ciò che veniva chiamata “new school”, slatentizzando in ognuno di noi doti che non credevamo di avere.

Il loro primo disco, per me, fu lo Split CD coi piemontesi Magasin du Kakao, uscito per Loudblast, etichetta che pubblicò il primo lavoro di Nicola Manzan aka Bologna Violenta quando ancora era con i Full Effect, che sembravano i JR Ewing. Copertina arancione e bianca, per un’intera estate ascoltai solamente Sverniciatore. I postulati si trasmigrano in dogmi e il tempo passa, così come le attualità. Insomma, non era facile affrontare l’argomento “Berlusconi” senza cadere nella retorica, loro lo hanno fatto con Robi dal Bosco, dedicata al fotografo reo di non aver sfruttato l’occasione concessagli dal momento. “La prossima volta tiragli pure il flash e la Minolta, Robi dal Bosco libero.

In una scena italiana dove sembrava impossibile coniugare musica e aponia, i Laghetto hanno sempre saputo trovare una via vescicante di raccontare dissidi e insoddisfazioni, se si vuole parlare di produzione artistica. Utilizzando ironia e spiccato attaccamento al quotidiano, durante la loro esistenza, hanno sempre mantenuto il passo coi tempi, riuscendo a rendere perenni gli avvenimenti più disparati. Il verbo “comburere”, per esempio, quante volte lo avete utilizzato, nella sua forma all’infinito? I Laghetto ci hanno praticamente scritto una canzone, una delle loro più belle e stranianti. L’odore dei pomeriggi (quando li butti via) è una placca in gola in un giorno d’estate. “E sentirsi lentamente comburere, nello scontro fra l’inerzia e l’entropia. Percependo quell’odore che hanno i pomeriggi quando li butti via. Nonostante io continui a comburere non riesco mai a capire cosa sia questo immobilismo che muove il mondo nei pomeriggi quando li butti via.

Donnabavosa rappresentava la produzione pragmatica di questa musica. Era fumetti, era vita. Una musica che nessun’altra etichetta in Italia e nel mondo avrebbe potuto produrre. Nonostante una buona fetta di pubblico lo abbia da sempre considerato un outsider, questo connubio musicale nato tra Livorno, Rieti, Pisa e Bologna ha fatto sì che impegno e lotta entrassero stabilmente a far parte delle nostre vite.

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Grazie a loro ebbe poi luogo uno dei più importanti e seguiti festival indipendenti che abbiano mai avuto luogo in Italia, l’AntiMTV Day. Un giorno durante il quale ci si poteva finalmente vedere dopo un anno in cui ci si sentiva a malapena, soprattutto. Dove era quasi obbligatorio portare la propria distribuzione, grande o minuta che fosse, dove miracolosamente le persone presenti sapevano cosa fosse una fanzine e chiedevano anche informazioni a riguardo. E lo ripeto, in vita mia ho sempre suonato malino, ma le fanzines le ho scritte benino.

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Grazie alle attività di Donnabavosa ci fecero conoscere i Gerda e la loro verve disperata e sintomaticamente abissale; pubblicarono il primo disco dei Marnero, quello split con i Si Non Sedes Is che ci portò ad una dimensione più oscura nell’ascoltare il post hardcore; pubblicarono generi nuovi come lo “sci-fi grind’n’roll” degli Inferno e la nouvelle vague dell’hardcore torinese suonata dagli Arsenico; stamparono su disco l’arroganza e l’ironia campagnole degli X-Mary, vera e propria band di culto dei primi anni 2000. Donnabavosa fu per anni l’incarnazione perfetta dell’eclettismo diy italiano, che superava il marasma delle miriadi di inutili etichette di genere dedite solo a produrre gruppi di amici senza una vera etica, senza un vero progetto, senza una tangibile attitudine.

Era il 2003 e organizzammo un concerto con Kafka, Laghetto, La Crisi e Not One Less. Non mi occupai direttamente io dell’arrivo dei Laghetto, perché i concerti venivano gestiti come collettivo: ognuno si occupava di un frangente organizzativo diverso rispetto all’altro. Li conoscevo già, però, ovviamente. Avevo avuto modo di parlare con Nico a qualche concerto. Avevo in mente di andare all’Anti MTV Day e ci eravamo scambiati del materiale cartaceo. Insomma, per loro sarebbe stato come giocare in casa. Arrivarono per cena, le solite cose. Aiuti a scaricare la strumentazione chiedendo come sia andato il viaggio, distribuisci le consumazioni, rassicuri sulla presenza del pasto, “Siete vegani o vegetariani?”, chiedi per la notte come preferiscono fare, ricapitoli coi musicisti quali pezzi della strumentazione siano a disposizione per gli altri gruppi. Nico, però, nel viavai, mi si avvicinò facendomi una domanda ben precisa. Mi chiese se fossi a conoscenza di una comunità hippie – rockettara dislocata in un paesino sul Lago d’Orta, a pochi chilometri da Novara. Mi chiese inoltre quanta strada ci fosse, e se avessero fatto in tempo a farci una capatina prima dell’inizio del concerto. Rimasi a bocca aperta. Sia per la domanda, sia per il fatto che non sapessi nulla su ciò di cui mi stesse parlando. Tirò fuori dalla tasca un pezzo di giornale che ne parlava, era una rivista semi-scientifica, se non ricordo male. “Comunità di Mirapuri, Michel Montecrossa, sulle colline di Novara.” Non riuscivo a crederci, si erano informati su ciò che stesse avvenendo dei dintorni della mia città, loro che venivano da Livorno e Bologna. E io, invece, passavo i pomeriggi ad aspirare male le sigarette e ad aspettare il momento propizio per esternare il mio impegno. Avrei dovuto vivere di più il mio spazio, avrei dovuto informarmi, avrei forse dovuto ascoltare meno musica o perlomeno anche dedicarmi ad altro. La musica non è importante, la musica è brutta.

Li rividi due anni dopo a Milano, al Malamanera, uno spazio occupato in Bovisa, con i Downright, i Santantonio, I Minnie’s e una tonnellata di altri gruppi. Il concerto era stato organizzato per festeggiare il compleanno dell’occupazione, due anni. Il flyer era stato disegnato da Zerocalcare e la loro definizione era “Ninjacore Assault”. Ricordo la distribuzione cartacea con riviste, fanzines e l’ultima uscita di Cronaca Pera disposta su termosifoni (spenti,bsi era in luglio ) e ripiani perché sul tavolo a loro assegnato, tutta, non ci stava. Dal palco, rifecero I bambini fanno oh di Povia sull’aria di Astrozombies dei Misfits. Il titolo del pezzo è conosciuto tuttora come Astronzoni.

Avevo già imparato ad informarmi con dovizia, o almeno così credevo. Avevamo anche noi, con le nostre idee politiche, una distribuzione. Io avevo ancora le fanzines disposte accuratamente sul tavolo ed eravamo tra i più forniti, quel giorno. Intanto, quello sarebbe stato l’anno successivo a quello degli adesivi con Silvestrin e Paola Maugeri su Centri Sociali e vinili, che non ho mai saputo dove appiccicare.

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