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Back In Time

Back In Time: BEASTIE BOYS – Hello Nasty (1998)

Dagli esordi festaioli nel segno della commistione tra rap e rock in poi in pratica ogni album confezionato dal gruppo di AD Rock, Mike D e MCA ha fatto storia a sé. Galeotto fu il sodalizio intrapreso sul finire della decade delle Reaganomics col brillante produttore e tecnico del suono Mario Caldato Jr., per anni e di fatto quarto membro del team, nonché coi criminalmente dimenticati Dust Brothers, pionieri di un’eruttiva miscela di sample recuperati letteralmente in ogni dove, che costituì una cesura monumentale col minimalismo che caratterizzava l’hip hop del periodo.

Compiamo un salto in avanti di due lustri e arriviamo al 1998. MTV è all’apice del proprio potenziale mediatico grazie a un palinsesto che alterna con misura hitmaker e artisti più di nicchia, programmi d’informazione e intrattenimento puro, siparietti comici dimenticabili e serie animate memorabili. Sapersi inserire nella programmazione dell’emittente e parlare il suo linguaggio fatto di immagini oltre che suoni significava avere una collocazione molto ben illuminata in quella che era divenuta la principale vetrina per i musicisti. I Beastie Boys si erano dimostrati da subito dei fuoriclasse anche sotto quest’aspetto: il loro video ironici, irriverenti e fuori dagli schemi potevano anche non piacere ma passare inosservati decisamente no.

Passando senza soluzione di continuità dal campionamento dei più classici break funky all’uso degli strumenti, arrangiando il tutto con una spregiudicatezza più unica che rara e con quel senso dell’umorismo strabordante che oltre che nei testi si riversava anche nella ricerca di accostamenti sonori improbabili, il terzetto newyorkese era giunto ormai alla quinta fatica sulla lunga distanza. Come intuibile dai celebri singoli Intergalactic, Body Movin’  e Three MC’s And One DJ, il camaleontico trio aveva deviato verso sfumature elettroniche più marcate, non tralasciando però di inserire improvvisi cambi di rotta e trovate esilaranti in ogni dove. Ne è esempio lampante la musica caraibica che fa capolino in fondo a The Move, traccia che rimanda ai primi vagiti del rap ma che come sempre quando si tratta di questi signori a infrangere le convenzioni non si fa nessun tipo di problema. A testimoniare ciò intervengono anche la zappiana Song For The Man, il ritorno al rap rockeggiante di Remote Control, il lounge jazz sporco di psichedelia di Picture This, l’acustica I Don’t Know, le venature dub di The Grasshopper Unit… In realtà potremmo nominare tutte le tracce del disco.

Se dell’apporto decisivo di Mario Caldato si è già detto, non si può certo trascurare lo splendido lavoro svolto dietro ai giradischi da Mix Master Mike: funambolici, chirurgici, per l’epoca sicuramente all’avanguardia, i suoi scratch sono parte integrante e imprescindibile del tessuto musicale su cui i tre poggiarono le proprie rime. Le tastiere di Money Mark,altro collaboratore di vecchia data, e le percussioni di Eric Bobo – di lì a breve destinato a entrare in pianta stabile nei Cypress Hill – nonché i cameo di vecchie glorie come Biz Markie, splendida meteora della golden age del rap o del guru del reggae Lee Scratch Perry, ci rivelano comunque un aspetto significativo: al di là del trio titolare, “Hello Nasty” è il frutto del lavoro di un nutrito e ispirato collettivo di artisti.

“Freschezza” è un termine cardine ma usato spesso a sproposito nell’ormai lunga epopea – o pantomima, fate voi, tanto ormai il confine tra le due cose è veramente labile – dell’hip hop. Ebbene se mai c’è stata una crew che di tale qualità è riuscita a fare credo, bandiera e applicazione pratica sono di sicuro i Beastie Boys. Prendendosi poco o per nulla sul serio, fedeli al proprio rap quadrato e genuinamente scanzonato e coadiuvati da professionisti della musica di prim’ordine vent’anni fa ci consegnavano un album potente, originale e ciò malgrado assolutamente fruibile. Cosa ancora più importante: nonostante l’ampiezza del ventaglio di influenze da cui attingeva – radicalmente e fieramente hip hop – tanto nelle intenzioni quanto nei fatti. Forse perché bianchi ed ebrei, il tempo è stato molto meno galantuomo con loro di quanto avrebbero meritato. Completamente rimossi dalla memoria collettiva fortunatamente no, guardati come una lezione molto meno magistrale di quella che è effettivamente stata, purtroppo sì.

 

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