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Back In Time

Back In Time: MARILYN MANSON – Portrait Of An American Family (1994)

Marilyn Manson era il più conformista tra gli anticonformisti. In gioventù, mentre a Brian Warner si sostituiva l’oscuro alter ego uberpop, già sapeva cosa voleva dalla sua creatura e a come ottenerla seguendo il flusso degli eventi nelle rapide acque degli ormai lontani anni ’90 dell’America alternativa. Se c’è da credere a qualcosa di ciò che è riportato nella sua autobiografia di certo ci sarebbe l’idea di usare le persone vicine a lui per raggiungere lo scopo, il punto di ebollizione, la meta finale: essere una rockstar. Anomala, atipica, alternativa, obliqua ma pur sempre una rockstar, nulla più.

Certo, nei suoi testi traspariva esserci altro, molto altro oltre al voler calcare i palchi veri, quelli dei suoi idoli. Annusare il potere di aizzare una pletora di disadattati o sedicenti tali, poco importava. Come sempre nella storia di questa band – sempre che di gruppo si possa parlare – tutto è volto ad accrescere l’ego marcescente del proprio titolare e “Portrait Of An American Family” non esula per nulla da questo discorso, anzi. Il primo album dei MM trascinati da Mr. Manson è esattamente l’archetipo del conformismo anticonformista, una sensazione che passa dalla confezione al contenuto senza intermediari. Stravaganza, horror e pornografia uno più di bassa lega dell’altro, colori sgargianti, riferimenti pedissequi alla droga e ai suoi effetti collaterali e/o festaioli, satanismo pop (con buona pace di La Vey) e un corollario di giochi di parole che dovevano far per forza incazzare tutti i genitori – il punto chiave che portò Trent Reznor a difendere a spada tratta il successivo “Antichrist Superstar” – che ancora si masturbavano in gran segreto pensando al Sogno Americano nascondendo le macchie delle eiezioni ai propri figli cresciuti a burro d’arachidi, cinghiate e preghiere prima di cena. Precisamente l’immagine stereotipata che Manson ha voluto combattere col proprio stereotipo (genuino?) dell’adolescente intelligente e alternative/bieco.

Così il primo vagito di questa creatura di plastica liquefatta dal calore di un inferno statunitense è un interessante alieno. I contenuti sono il tipico “può ma non si applica” ma le scusanti sono svariate e tra queste spicca l’inesperienza e i collaboratori non sempre all’altezza. Se Pogo/Madonna Wayne Gacy era un outsider di livello, incapace per natura ma pieno di sorprese, capace di piegare la sua pochezza vergine – oltre al suo amore per Big Black e Rapemen – a questo nuovo suono rock industriale e quindi fiore all’occhiello della formazione, i suoi colleghi erano molto da meno. Gidget Gein non pervenuto nonostante l’apporto musicale al 100% – Twiggy Ramirez era già nel libretto e nelle foto senza aver mosso un dito – e Sara Lee Lucas ce l’ha messa tutta ma tra problemi di natura fisica e tecnica ha ottenuto meno del risultato sperato. Si salva in corner Daisy Berkowitz – che il padrone di casa ha spesso vituperato per me anche a sproposito – poiché parecchi dei riff ivi contenuti hanno tutto il loro perché. Certo, se pensiamo al futuro e all’arrivo di John 5 son poca roba, ma siamo nel 1994 e la storia raccontata è questa qua.

Ed è la storia di un disco che non voleva suonare pop come avrebbe voluto il produttore originale Roli Mosimann (ex-Swans) ma che ha trovato comunque il modo di restarlo pur suonando – molto in apparenza – sporco come non mai grazie all’intervento di Reznor e della sua squadra operativa composta da Chris Vrenna, Charlie Clouser, Sean Beaven e Alan Moulder – quest’ultimo già reo di aver messo le mani su My Bloody Valentine e Smashing Pumpkins. Con questa gente non si poteva fallire, e così è stato.

Il tronfio metal amorfo e claudicante di Lunchbox è rimasto impresso a lungo nelle scalette, nelle menti dei fan e dei greatest hits con il suo modo di (mal)celare le intenzioni di Warner (I wanna grow up / I wanna be a big rock and roll star) barricandosi dietro la voglia di rivalsa nei confronti di un Paese di bulli portando in seno il goloso e prezioso di Fire di Arthur Brown. Così come la blasfema presa di posizione dell’altrettanto infernalmente metallica Get Your Gunn. Ma a dirla tutta a fare la fortuna di questo debut album non sono i singoli “immortali” bensì i pezzi presto dimenticati in funzione di quelli molto meglio strutturati a venire ma che da questi prendevano i primi elementi distintivi. Come le percussioni a mò di “sabba” stregonesco della splendida Cake And Sodomy che si apre con una dichiarazione d’intenti chiara e precisa “I’m the God of Fuck” – con il solito rimando al satanismo pop di cui sopra – e le sue “porno nation evaluation”, le “libido fascination” e l’assalto all’arma bianca all’America “white trash” che vende sesso e se ne nutre in una spirale di autofagia senza fine.

La danza industrial rock oscillante della bellissima Cyclops è forte della voce di Manson a trascinarsi e a strisciare tra allegorie e boutade sessuali di varia entità e l’epica traslitterazione twinpeaksiana della morte travestita da gentile invito a cena di Wrapped In Plastic – e qui per la verità c’è un bridge di basso veramente godibile. Nulla da recriminare nemmeno all’eccelso rock’n’roll di Snake Eyes And Sissies dall’andamento vocale che potrebbe far pensare al Cave più putrescente Birthday Party-era e con una strana propensione per il gioco d’azzardo. R’n’r che diventa “death” and roll sulla viscida Dogma e qui nel bersaglio c’è tutta l’ipocrisia del modus operandi della caccia alle streghe.

Portrait Of An American Family” non è ovviamente un capolavoro e nemmeno una pietra miliare industrial – usciva lo stesso anno di “Downward Spiral”, e nulla poteva eguagliare quell’album – ma è uno spaccato importante di come la musica alternativa poteva essere ficcante seppur in qualche modo “fake”. Vera nel suo mascherarsi da altro, come in una carnevalata feroce e fuori controllo e che nessuno avrebbe potuto arrestare. Semmai alimentando un sentimento di rivalsa del folle a tutti i costi che ben presto si sarebbe rivelato essere un’arma a doppio taglio. Ma non qui. Qui c’erano solo pulsioni adolescenziali che pulsavano in un bozzolo contenente una mostruosa rockstar volta al fallimento. Voluto.

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