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Back In Time

Back In Time: SMASHING PUMPKINS – Siamese Dream (1993)

Tutta la maturità esibita in “Gish” dagli Smashing Pumpkins era una facciata. Un muro di rock sognato e tramutatosi in una scrittura che tradiva dieci anni più di quanti non ne avesse ogni singolo componente della band. Ma la gioventù – sonica, se volete – era la realtà e la palla al piede. L’insicurezza, i dubbi che infestano, la vita della rockstar che si palesa troppo presto e – mai voluta ma sempre desiderata – si innesta tra tutti i problemi precedenti alla nascita di un gruppo e li amplifica, li rende giganteschi come ciclopi affamati di carne umana. O del suo spirito tutt’altro che indomito. Di essere rockstar riluttanti ne parla Maynard James Keenan nella sua autobiografia, ne hanno parlato milioni di giornalisti riguardo Kurt Cobain e tutta la compagine autodistrutta del grunge, ne può parlare chiunque, ma quando ci sei o giochi oppure abbandoni il campo e ti lasci andare in panchina crogiolandoti nei ricordi di quando le folle si ammassavano dinnanzi al palco.

Il crescente mondo dell’indie votato al mainstream e di riflesso all’ostentato odio verso i grandi numeri – realtà speculari – si erge feroce contro gli impreparati. Le major travestite da succursali divorano tutto, i paladini dell’indipendenza che invece fanno muro e sbraitano “al tradimento”, da queste parti rappresentati da Steve Albini, a cui vogliamo bene ma checché ne dica lui o chiunque altro la “macchia” Nirvana sul curriculum illibato dell’outsider per eccellenza ce l’ha, e Stephen Malkmus – belli i Pavement ma aspetta che smetto di sbadigliare – e chissà chi altro pronti ad aggiungere carico sulla fragile schiena di Corgan e soci. Il tutto durante la fase di scrittura e registrazione di “Siamese Dream”, il proverbiale sophomore album, il disco che può consacrare all’Olimpo oppure rifuggire nelle parti più anguste e dimenticate dell’Ade. A conti fatti qui si parla della prima ipotesi.

Droga, relazioni che vanno in mille pezzi, suicidi pianificati e un’etichetta furiosa per i soldi spesi nella realizzazione di qualcosa che in fondo non potevano capire: questo era il campo di battaglia in cui gli SP si sono ritrovati a costruire ciò che li avrebbe resi famosi e forti più di chiunque altro – eccetto i Nirvana – all’epoca. È e resterà comunque un album a trazione billycorghiana, per usare un termine a caso. Un album che senza la dedizione, pur minata dalla voglia di scomparire, di un frontman simile non ci sarebbe stato. Registra la maggior parte delle sezioni di chitarra e basso perché Iha e Wretzky faticavano a stare nella stessa stanza. D’arcy lo ammette facilmente: “E’ un grande musicista e quando sei in studio caricato dal peso di migliaia di dollari per le registrazioni e lui può fare in tre takes quello che io avrei fatto in venti…”

Nel loro essere disfunzionali in fin dei conti funzionavano e il risultato è un disco immenso le cui tematiche – in un mondo immaginifico in cui musica e testo vivono nella loro linearità – dovrebbero essere sorrette da sbilanciati missili metallici e che invece lasciano il posto ad un acido senso di perdizione e smisurati sogni da pellicola anni ’20 che si bruciano al sole di ricordi sbiaditi. Cherub Rock accende la macchina e sbuffa fumo venefico in faccia ai signori offesi di cui sopra con una strofa che andrebbe portata in alto ancora oggi o meglio ancora incisa a fuoco: “Hipsters unite, come align for the big fight to rock for you.  But beware all those angels with their wings glued on, ’cause deep down they’re frightened and they’re scared if you don’t stare”. Lo dice calmo, Corgan, senza gridare troppo, quasi a prenderli tutti per il culo mentre le chitarre tagliano di lato e permettono alla batteria muscolare di entrare a fondo.

Today è una menzogna delicata, un cardellino fatto di piume e odio per se stessi che si posa sulla spalla e sussurra un finale dalle tinte fosche, vivere oggi perché il domani è troppo lungo, un messaggio mal celato di un modo plateale di arrendersi in un silenzio distruttivo ma che porta in seno chitarre che rintoccano nel dream pop più fuligginoso il proprio essere metodicamente incasellate nell’animo.

E Spaceboy? Spaceboy traduce il dream in leggiadria folkeggiante e le parole pesano più di qualsiasi chitarra elettrica, cantante nell’orecchio del fratello di Billy, con un dolore che urla e lacera ma non lo fa mai davvero nascondendosi tra le pieghe acustiche di sogni raccontati sul lettino di un terapeuta. Sanno di dubbio e morte i suoni abissali di Hummer che dall’alternative più feroce prendono in prestito l’obliquità e il senso di perdita imbastendo negli unisoni a sei corde una struttura rigida e tutto tranne che libera dal proprio male interiore rendendo il tutto epico oltremisura. Chamberlin si sbizzarrisce e tira come un recalcitrante mulo infuriato sul delirio grunge dell’infame Geek U.S.A., bestia nata in cattività e liberata nel momento più alto della propria furia, una rabbia che si erge imbastardita e inarrestabile nei quasi nove minuti della pesantissima Silverfuck, quasi come se tutte le tensioni si condensassero in un sol punto del disco implodendo.

Ad un certo punto ci si è resi conto che avremmo potuto non avere nelle orecchie “Siamese Dream” ma tenacia e costanza nel mezzo dell’uragano hanno fatto sì che uno dei dischi più importanti e belli della storia dell’alternative rock abbia non solo visto la luce ma sia anche diventato un ascolto imprescindibile. Compie 25 anni oggi ma sembra appena nato, tanta è ancora la forza che lo pervade.

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