Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

Back In Time: BARK PSYCHOSIS – ///Codename: Dustsucker (2004)

Una scheggia arrugginita sparata via dagli anni ‘90 è improvvisamente riaffiorata dal sottosuolo nei primi ‘00. Il “Bark Psychosis project” (guai a chiamarlo “band”) è sì in stato criogenico, ma oggi, al di là di questa preziosa ristampa, a quasi 15 anni da quell’exploit, potrebbe tranquillamente tornare in vita. Da un momento all’altro.

Le definizioni sono pericolose quando non si ha idea sul come utilizzarle. I capiscers hanno tirato fuori qualsiasi memorabilia dai più indefiniti periodi storici. Nell’ordine: post-rock, post-jazz, new wave, ambient, musica d’ambiente, fusion, house e rock psichedelico. Le peggio recensioni e i peggio speciali sono stati pubblicati un po’ ovunque. Oltretutto per un oggetto che non è poi così “misterioso”, come qualcuno vuol farlo sembrare. Bark Psychosis è dentro la testa e, molto probabilmente, il cuore di Graham Sutton. Una delle figure più incredibili buttate via dal gelido vento musicale dei ‘90. Dal mare freddo e sporco della East-London, in un periodo storico in cui la zona conosceva la povertà figlia dell’opulenza, Daniel Gish, Mark Simnett e John Ling hanno completato l’ensemble che ha dato vita al prodotto finale.

///Codename: Dustsucker” non è nemmeno l’apice di quello che la band ha costruito. Il disco del 1994, “Hex”, ad esempio, ha lasciato molte più vedove in giro di quante ne abbia prodotte il suo seguito. Sarà perché il lavoro è stato una sorta di parto. Sarà perché “Hex” è uscito in un periodo molto più agitato, musicalmente parlando. Ma “///Codename: Dustsucker” non ha i gradi per elevarsi al di sopra di altre “cose”. Eppure è un album che definisce con precisione il valore di un certo modo di fare musica.

Graham Sutton ha prodotto il meglio di sé in situazioni “sconcertanti”. Nel disco tutto questo si sente. Il bilanciamento è mediocre e le percussioni da dimenticare, ma nulla di quello che compare su questo disco disturba l’ascoltatore. Semplicemente è cambiata in maniera piuttosto straordinaria la struttura dei brani in sé. Come? Grazie a un confuso ritorno alla “strumentistica” classica. Sutton è sempre lì che muove più o meno tutto, ma la ricchezza del disco non è evidenziata nella sezione ritmica, così come era accaduto su “Hex”.

bark psychosis

Alcuni elementi preziosi, come il “silenzio”, sono ormai il principale sintomo di una malattia in essere. Si può essere tanto ricchi nel linguaggio musicale e tanto poveri in quello del lessico e dei testi? Il passo, in questo senso, è obbligato. O sacrifichi la varietà e la ricchezza dei suoni o taci. Lasciando parlare la musica. Una di queste due cose deve essere vista come un limite, l’altra invece è legata al puro fluire delle idee di Sutton.

From What Is Said To When It’s Read descrive bene questo limite e questa importante distinzione. Episodi più marginali risultano essere anche quelli più ritmati e programmati, come The Black Meat. Una canzone in due che si concede l’alternanza tra l’utilizzo più “rock” della costruzione del brano e quello più vicino all’utilizzo dal vivo di strumentazione jazz. Ecco perché mai e poi mai un lavoro come “///Codename: Dustsucker” potrà essere avvicinato al rigido protocollo post-rock. Ci sono troppi elementi che evadono da questa cultura.

Oltretutto la presenza delle influenze è ben evidente. E si tratta, come sarà possibile ascoltare, di nomi abbastanza ovvi, a dirla tutta. Gli Happy Mondays o i Durutti Column su tutti. La verità è che Sutton anche è rimasto affascinato dalla semplice e coinvolgente atmosfera degli anni di Madchester. Ma questo disco, con tanto di arie rock più “semplici” come Miss Abuse, può essere considerato come una semplice “scopiazzatura” di un altro momento fondamentale per la musica british? Abbastanza, inevitabilmente.

A marcare la differenza è proprio la distanza sul passo. Frenetico e disordinato, tra gli ‘80 e i ‘90, più riflessivo e silenzioso tra la fine dei ‘90 e la metà dei ‘00. Ma allora cosa ce ne facciamo di un gioiello così puro che però non possiamo cambiare in “moneta sonante”? È come se non avesse valore? Tutt’altro. È come se, tra le mani, stringessimo il cosiddetto “pezzo inestimabile”. Quello che di solito è al di là dei cordoni, dentro le teche infrangibili. “///Codename: Dustsucker” di Graham Sutton però (o Bark Psychosis se più vi piace), va ascoltato e non lasciato lì.

 

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati