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Back In Time

Back In Time: MUDVAYNE – L.D. 50 (2000)

Nella ricerca di materiale per questo ennesimo Back In Time all’insegna del nu-metal sono incappato in un articolo di Stereogum che definiva i Mudvayne simpaticamente – e in maniera tremendamente azzeccata – come “satanic neon comic book characters”. A differenza di tanti altri uomini mascherati che erano più forma che sostanza (leggi Mushroomhead) questi quattro signori sembravano avere le idee chiare su come mutare ulteriormente il gene della musica estrema in questi anni di cambiamento continuo. Tenete a mente il “sembravano”.

Il traboccante vaso del nuovo metal lo spazio cominciava già ad assottigliarsi anche nell’ormai lontano 2000. Le opere di valore restavano pur poche, subissate da quelle in uscita per l’effetto modaiolo-generazionale del genere in sé. “L.D. 50” era tra quelle poche di cui sopra. Ad attivare la mia attenzione quando, in un pomeriggio di canicola e noia dell’estate del 2001, entrai al Veco – per i più giovani essa era una catena di videoteche pur fornite di un ottimo reparto musicale – fu non solo la copertina asettica in stile “piccolo chimico dell’orrore” ma anche i due nomi che campeggiavano sul retro del CD: M. Shawn Crahan e GGGarth. Il primo è noto per essere il Clown degli Slipknot, il secondo al secolo come Garth Richardson, producer già di Rage Against The Machine, Melvins, Jesus Lizard e parecchi altri, non tutti memorabili, ma non stiamo a sindacare.

La produzione affilata come un rasoio di GGGarth, moderna ed estremamente prepotente, fa il paio con quanto Kud, Gurrg, Spag e Ryknow – questi i monicker dietro cui si nascondevano al tempo Chad Gray, Greg Tribbett, Matthew McDonough e Ryan Martinie – portavano in dote al pubblico ormai abituato alla nuova speme di metallari che imperversava nell’industria musicale e negli stereo di ogni teenager incazzato dell’epoca, ossia un bagaglio di “nuove” influenze che finora il genere aveva evitato per una serie sconfinata di motivi. Una su tutte era la prominente inclinazione del quartetto di varcare le soglie del regno del jazz. Nessuno infatti fino a quel momento aveva osato chiamare in causa un genere così edulcorato mischiandolo a questa nuova genia heavy metal, troppo intenta a sviscerare i lidi dell’hip hop ignorandone le radici. I Mudvayne invece dimostrarono una certe dose di coraggio riprendendo ciò che stava avvenendo invece in campo math core e più in generale nell’hardcore di nuova fattura caro a Botch, Dillinger Escape Plan e Converge, pur restando assolutamente assimilabili nell’ondata di metal slipknotiano.

L’elemento sconvolgente della band era proprio l’utilizzo di suoni e accorgimenti stilistici che si discostavano ampiamente da quanto fatto fino a quel momento dai propri colleghi pur suonando coerenti con quanto accadeva in quegli anni d’oro del nu. L’uovo di Colombo stava nell’aggiunta di ritmiche devastanti, cambi di tempo repentini, incastri vocali variabili e mutanti e chitarre che spiccavano quel tanto che bastava evitando di occupare uno spazio anomalo nelle frequenze del disco. A rilucere era il tandem composto da McDonough e Martinie, veri e propri architetti della sezione ritmica capaci di incastrare nell’ariete aggressivo imbastito dai due compagni un vero e proprio dedalo jazz/funk/fusion. Seppur il batterista non disdegni l’uso infestante del doppio pedale e di fill tanto cari al black metal più feroce ed intricato, Ryan si impone come figura dominante: i suoi complicati giri di basso – un misto impossibile di Les Claypool, Jaco Pastorious alle prese con una forma mentis Meshuggah – davano al tutto un tocco impossibile da accostare a chiunque altro, nemmeno al tanto blasonato slap di Fieldy (non a caso Martinie sostituirà un Arvizu neo-papà in un tour dei Korn). Dal canto suo Richardson è riuscito nel non facile compito di dare agli orpelli il giusto posto in un monolite di elettricità e pesantezza di rara enormità.

C’è comunque dell’altro, oltre al jazz. L’idea progressive si fa spazio nel DNA del gruppo e si attesta come mera dichiarazione d’amore nei confronti dei Tool. Certo, le due realtà non erano nemmeno paragonabili, ma al tempo solo i Mudvayne riuscirono a rendere credibile l’influenza della creatura di Adam Jones, dove invece molti altri fallirono miseramente (questa volta leggi Flaw e Disturbed). Questo gusto si faceva largo in brani liquidi come -1, il cui incipit celava in sé il proprio guardare spesso a Keenan e soci – soprattutto vocalmente – ma comunque capace di esplodere in dissezioni hardcore ferocissime e in continua evoluzione. Anche e soprattutto Death Blooms definivano il toolianismo esacerbante del combo la cui credibilità non perdeva effetto donandoci un singolo di fattura pregiatissima in cui melodie toccanti e sferzate prog si abbattevano su una quantità di ritornelli che avrebbero fatto comodo ad una qualsiasi band pop.

Dig era invece il biglietto da visita all’album e al nuovo mondo che sembrava delinearsi sotto il controllo dei quattro: un vero e proprio assalto frontale ultra metal in cui il basso si divora tutto quanto incatenato alla voce mostruosa di Gray che si sdoppia fino a sembrare ovunque e in nessun luogo. Il video, un misto mostruoso di “Tetsuo: The Iron Man” e di un qualsivoglia fumetto della Image, mostrava la band nella sua prima incarnazione simile ad una tribù di cannibali cyberpunk, ed era esattamente ciò che la musica attestava. Non solo: vinse anche l’MTV2 Award come miglior video battendo una concorrenza spietata e ben più appetibile composta da Gorillaz – con la loro super hit Clint Eastwood –, Alicia Keys, Craig David, India.Arie e Jurassic 5. I quattro vennero premiati da Moby, Gwen Stefani ed Eve, il che ha a dir poco dell’incredibile, e dimostra come il genere stava prepotentemente scalando le classifiche sancendo sia una vittoria (un genere così pesante poteva entrare nell’immaginario collettivo) e una sconfitta (il successo non sempre porta a risultati ottimali).

Il disco continua sui binari impostati dalla follia in un continuo alternarsi di ferocia in tempi dispari (Cradle), mostruosità tribal-tech e cyber autoinflizioni di dolore e follia (Prod, (k)Now F(orever)) e invalicabili mura metal indigeribili ma irrinunciabili (Pharmaecopia, Severed) e fin troppe volte finisce per confondere pur essendo una continua sorpresa, tanta è la carne – aliena – al fuoco in un debutto come questo. Forse troppo per anni in cui la velocità era il tritacarne inevitabile in cui si rischiava di finire.

Il segno era comunque lasciato indelebilmente: i Mudvayne erano la dimostrazione vivente che il nu-metal avrebbe potuto spingersi ben oltre ciò che stava dimostrando di poter far al tempo. Purtroppo questa fu una strada che loro stessi ebbero il coraggio di intraprendere fino in fondo: se nel successivo – e comunque tiepido – “The End Of All Things To Come” David Bottril seppe come valorizzare il lato prog della band già col terzo disco la scontatezza prese il posto dello stupore tramutando il quartetto in uno dei tanti prodotti di scarto donatici da questa nuova Generazione X, palesemente a corto di idee e ulteriormente indeboliti dalla pochezza dei testi di Gray, buoni giusto per i teenager incazzati di cui sopra seppur ormai cresciuti (oppure che dovrebbero farlo).

L.D. 50” era l’illusione che essere alieni o mutanti o semplicemente coraggiosi potesse rendere il nu-metal qualcosa di futuribile (e in questo caso futuristico) e non solo un passatempo usa e getta. Come una nave madre extraterreste assopita sotto una coltre di cavi e metallo, ruggine e fuliggine, che ancora attende di essere scoperta per davvero. Nient’altro che una meteora.

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