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Back In Time

Back In Time: LAURYN HILL – The Miseducation Of Lauryn Hill (1998)

Si è spesso parlato di come l’hip hop non abbia sostanzialmente inventato nulla ma abbia dato un importante contributo a reinventare tutta la musica che l’ha preceduto – e in tempi più recenti anche seguito. Tale considerazione appare decisamente azzeccata volendosi spiegare il successo di un album come “The Score”, licenziato nell’ormai remoto 1996 dai Fugees, fortunata meteora di un panorama urban che iniziava già allora ad essere sovraffollato. Il trio composto da Wyclef Jean, Pras e miss Lauryn Hill, tra i solchi del proprio bestseller non incise di fatto pressoché nulla di inedito. Il ripescaggio dal patrimonio musicale – non solo strettamente black – dei precedenti decenni andava dalla semplice interpolazione (Ready Or Not, Fu-Gee-La) alla cover vera e propria (Killing Me Softly, No Woman No Cry), per non parlare dei numerosissimi campionamenti. Complice il gap generazionale, che fece sì molto del materiale rielaborato fosse udito per la prima volta, diciotto milioni di copie vendute sancirono plebiscitariamente l’efficacia di tale modus operandi.

Qualcosa all’interno del gruppo però non resse. La tormentata relazione tra Lauryn e Wyclef giunse al capolinea definitivo portando al naufragio del collettivo e iniziando a fare manifestare nella ragazza, quella violenta instabilità mentale ed emotiva che a lungo andare ne avrebbe compromesso definitivamente la carriera, riducendola a una grottesca parodia di se stessa. Quei giorni infelici erano ancora ben di là da venire quando nell’estate del ’97, l’allora neo mamma entrava nei Chung King Studios di New York, definiti a buon titolo nientemeno che “gli Abbey Road dell’hip hop”.

Su una lunga scia di dischi di platino, co-firmataria di hit per Aretha Franklin, Whitney Houston e Nas, Ms. Hill non poteva certo permettersi di fallire la prova dell’esordio solista. Come ormai ben noto, così non fu: coadiuvata da una band formata per l’occasione e battezzata New Ark, con cui in seguito avrebbe avuto pesanti screzi giudiziari a causa di presunti errori nell’accreditare la paternità dei brani, l’artista poté finalmente mettere a nudo tutta la propria femminilità e i propri patemi. Pur senza affrancarsi nettamente dalla formula di rielaborazione e reinterpretazione già sperimentata con successo (basti pensare che uno dei brani registrati sarà un’ennesima cover di Can’t Take My Eyes Off Of You), la sua penna si rivelò ispirata e capace di aggiornare mezzo secolo di tradizione musicale afroamericana ai canoni degli anni ’90.

The Miseducation Of Lauryn Hill” è un lavoro citazionista e derivativo a partire dalla copertina che riprende lo stile di “Burnin’” dei Wailers. Ciononostante rese inequivocabile come a “portare i pantaloni” in casa Fugees fosse proprio la signorina in questione. Basti ascoltare Lost Ones, vero e proprio fuoco di fila di trick fonetici e funambolismi metrici capace da solo di legittimare una base a dir poco scarna, interrompendosi solo per regalare un delizioso assaggio delle comunque ben note doti canore della titolare. Una traccia che da sola fa impallidire qualunque cosa partorita dai suoi ex soci nei rispettivi percorsi solisti.

A spianare la strada verso una nuova incetta di Grammy saranno i singoli Doo Wop (That Thing) e Ex Factor: il primo splendida sintesi delle due anime dell’artista (quella più hip hop e quella RnB), il secondo probabilmente il momento più puramente soul dell’album. Un inscindibile legame tra tradizione e contemporaneità appare evidente traccia dopo traccia: Superstar riprende il ritornello di Light My Fire dei Doors, Forgive Them Father paga nuovamente un sentito tributo a Bob Marley. Ospiti eccellenti: le voci di Mary J. Blige e D’Angelo. Indimenticabile anche la chitarra di Carlos Santana nella commovente dedica al figlio appena nato To Zion, forse il momento di lirismo più alto dell’intero album (…look at your career they said, Lauryn, baby use your head… But instead I chose to use my heart).

Sebbene la maggior parte dei brani scaturisse da una retrospettiva circa la sua vita personale l’artista non mancò di trattare tematiche socialmente rilevanti. Every Ghetto, Every City, la già citata Lost Ones e The Final Hour, gettano un lucido e tristemente attuale sguardo su di un mondo in cui il denaro continua a legittimare ogni genere di efferatezza. Al di là dei singoli episodi che lo compongono “The Miseducation” è rimasto negli annali della black music come splendida testimonianza di un talento cristallino e poliedrico: cantante ed interprete eccezionalmente dotata, rapper in grado di combinare forma e contenuto con rara maestria, autrice, produttrice e coordinatrice attenta e meticolosa. Purtroppo la fragilità della donna sarebbe ben presto ricaduta sulla creatività dell’artista, incapace di sostenere i tempi e le esigenze di un mercato sempre più competitivo. Eccezion fatta per un live acustico rilasciato nel 2002, durante il quale incantò il pubblico degli studi MTV di Times Square col solo ausilio di una chitarra, il disco è a tutt’oggi il suo unico lascito. Complici alcune sporadiche esibizioni decisamente non all’altezza dei tempi migliori, da anni voci circa un pessimo stato di salute mentale si sono fatte insistenti.

Per quanto fugace l’apparizione di Lauryn Hill sullo scacchiere della musica nera rappresentò uno scossone con pochi precedenti. Il processo di svecchiamento del soul già iniziato da artisti come D’Angelo e Erykah Badu giunse a un punto di non ritorno, inaugurando una stagione di riscoperta cui nemmeno irriducibili sperimentatori come i Roots (“Things Fall Apart”) e addirittura sua maestà Prince (“The Rainbow Children”) poterono sottrarsi. Seppure rimasto senza degni successori, il merito di avere partorito un evergreen nonché uno dei dischi più rappresentativi degli anni ’90, alla tormentata artista non lo potrà mai togliere nessuno.

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