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Back In Time

Back In Time: THIRTY SECONDS TO MARS – 30 Seconds To Mars (2002)

A sentirli oggi nessuno dotato di buon gusto in termini musicali darebbe ai Thirty Second To Mars nemmeno una lira eppure c’è stato un tempo – col senno di poi estremamente risicato – in cui la band voluta dall’enfant prodige Jared Leto non solo aveva il suo perché, era anche capace di sfornare un disco come il proprio debutto nel mondo della musica.

Nel 2002 il moderno concetto di rock stava affinandosi portando gruppi vecchi e nuovi a implementare gli insegnamenti dei giganti del genere in una nuova custodia dal suono diretto e promettente. I TSTM andavano a pescare molto indietro, fino al prog rock firmato dai Pink Floyd e allo space rock di bowieana memoria – a voler dar adito alle interviste rilasciate da Leto all’epoca – un genere che con la sua band aveva intenzione di eviscerare rendendolo futuribile, cosmico. Ed è proprio lo spazio la frontiera a cui il gruppo guardava, sin dal proprio monicker, finanche a creare un concept da viaggio interstellare a metà strada tra Kubrick, Ridley Scott e Star Trek. Il tutto volto a guardare nel fondo dell’animo umano, un animo straziato dalla società moderna e dai dogmi da essa imposti.

Seppur l’idea cerebralmente punk fosse deliziosamente utopistica il tutto si risolse nella volontà di Leto di creare una sorta di pensiero che accomunasse tutta la sua fanbase – alla stregua di una Kiss Army dai modi educati e dalla cultura “elevata” – che finirà per diventare negli anni a venire nulla più di materiale da diario scolastico. Ciò nonostante i presupposti per qualcosa di ottimo c’erano: non era forse lo stesso metodo che adoperavano i Tool coi loro testi?

Per far sì che queste idee si sposassero con un sound nuovo tenendo a mente i mostri sacri del passato i fratelli Leto decisero di affidarsi alle mani di coloro che quel suono lo delinearono: Bob Ezrin e Brian Virtue. Ezrin stesso è da considerarsi mostro sacro dato che nel suo curriculum al banco mix figurano leggende del calibro di Pink Floyd, Alice Cooper, Lou Reed, Kiss, Peter Gabriel e chi più ne ha più ne metta. A Virtue invece, dati i suoi trascorsi con Coal Chamber, Jane’s Addiction, Nonpoint e Chevelle, l’arduo compito di far risultare questo gusto retrò nuovo e fresh. Missione compiuta: “30 Seconds To Mars” suona esattamente come lo descrive il suo mastermind. Purtroppo per lui non è una cosa sì evidente sicché il suono è più debitore di certo synth (nu) metal a là Orgy/Deadsy (ugh) che ai propri padri putativi, ma poco importa. A differenza delle succitate band questi hanno dalla loro una teecnica (Shannon Leto è un batterista coi controfiocchi), una voce terribilmente bella, progressioni di chitarra di notevole fattura e un tiro di una certa.

Il disco è disseminato di chitarre pressanti e synth a mò di scudo spaziale a difesa di un’astronave madre costruita su melodie ascendenti, violenza a mezza elettronico e introspezioni sci-fi. Brani come Fallen esplodono in nuvole di scintille elettriche che a contatto con l’aria ampliano il proprio raggio d’azione. Il brano in questione è impreziosito dalla voce di Maynard James Keenan a sorreggere le già perfette linee vocali di Leto in un turbine di virulenza melodica e aggressività femminea a propulsione cosmica, tra arpeggi sdrucciolevoli e impennate elettriche. L’epicità è padrona di casa e tutto suona il più solenne possibile: Buddha For Mary mischia vocoder a boom sonici in riverberi di psico-religione spiccia inanellati su un’intelaiatura rock feroce (e un bel richiamo a Bowie con la frase “this is the life on Mars”); i Deadsy fanno capolino sul serio sul disco nell’ottenbrante new romantic deftonianismo della splendida Welcome To The Universe rafforzata dalle chitarre di P. Exeter Blue (per chi non lo sapesse figlio di Greg Allman e Cher) e con i synth di Renn Hwakey sulla gigantesca opener Capricorn [A Brand New Name].

Non manca un rimando feroce al pop-punk tanto in voga in quei primi anni del nuovo Millennio sul cannone al plasma di The Mission, diretta e dosata nel suo essere gioiello di melodia. Echelon rimette in luce tutta la decade new romantic e scava in un pozzo oscuro di sentimenti contrastanti ed è davvero il punto più vicino a quegli Orgy di cui sopra, in senso ahimè più che positivo.

Cosa sia poi accaduto ai Thirty Second To Mars è presto detto: Leto è un attore e da tale è in grado di vestire, a seconda del ruolo assegnatogli, una maschera sempre diversa e così ha fatto per la sua creatura musicale abbracciando sempre più spesso il gusto di un pubblico in pieno deliquio verso la nuova ondata emo trainata in primis dai My Chemical Romance – et similia. Non solo: è riuscito a crearsi un seguito incredibilmente fedele elevandolo ad una sottospecie di religione pop – d’altronde in questo disco cantava “And I will start my own religion” – fatta di tatuaggi e manifesti vuoti che più vuoti non si potrebbe. E già col successivo “A Beautiful Lie” la qualità si è abbassata in favore di un declino inesorabile.

Questo non toglie nulla del valore contenuto tra le pieghe umanamente robotiche di “30 Seconds To Mars” che risulta essere davvero un viaggio di speranza verso un mondo nuovo che, una volta raggiunto, si è rivelato essere già in rovina. Un “finale” degno di Ray Bradbury, se ci pensate.

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