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Back In Time

Back In Time: ENVY – All The Footprints You’ve Ever Left And The Fear Expecting Ahead (2001)

L’oscuro isolazionismo pop del Giappone moderno ha i suoi risvolti positivi. Ogni volta che un gruppo proveniente dal Paese del Sol Levante riesce a conquistare il cuore di noi occidentali finiamo per stupirci più di quanto dovremmo, quasi come se i giapponesi fossero alieni approdati sul nostro pianeta per caso.

Per ogni genere musicale una delizia unica e dallo stile inconfondibile. Solo per citarne alcuni più rappresentativi pensiamo ai Boris (che sono l’esempio più lampante e prolifico), a DJ Krush, Merzbow, Keiji Haino, i Pizzicato Five, Boredoms – nelle figure di Yamantaka Eye e Yoshimi P-We e le loro variopinte scorribande con Naked City, Flaming Lips e Kim Gordon – e infine gli Envy.

La creatura di Tetsuya Fukagawa è ovviamente unica nel suo genere, che poi tanto unico non è. Il post-hardcore infatti ha avuto modo di inflazionarsi e diventare un filone copia-incolla, come tutto ciò che riguarda punk e hardcore a stretto giro. Solo poche band sono state davvero in grado di rilucere in mezzo all’oscurantismo della copia carbone donando al mondo dischi di qualità e al sound di quel tipo uno scossone doveroso.

La strada che al tempo – e si parla di fine anni ’90 – Tetsu, Nakagawa, Nobukata, Tobita e Dairoku decisero di intraprendere era quella di un hardcore infettato dalle atmosfere più rarefatte del post rock/shoegaze di matrice europea. L’elettricità convulsa di un quintetto formalmente punk che si fonde con eleganza coi landscapes più ombreggiati di Mogwai – divenuti negli anni più che amici dei Nostri, finendo per metterli sotto contratto con la loro Rock Action – e Bark Psychosis non può che dare adito ad un prodotto perfetto e in continua evoluzione.

Se già con il debutto su lunga distanza “Form Here To Eternity” gli Envy dimostravano la tendenza a non volersi appiattire solo su brani diretti e di poco conto è con il successivo “All The Footprints You’ve Ever Left And The Fear Expecting Ahead” che il combo dà il meglio di sé in tal senso, incorporando sempre di più il sentimento di cui sopra ed ampliando il respiro su soluzioni tutto tranne che scontate e dal suono sì statunitense ma dalla forte componente nipponica, a partire dall’uso del giapponese come lingua espressiva.

I testi di Tetsuya sono racconti puri e semplici ed è lo stesso cantante a chiarirlo: “Ho un blocco note su cui appunto ogni cosa che osservo,” – svela in un’intervista a Punknews.org – “Scrivo i miei testi estrapolando segmenti dalle storie che annoto. A volte li rileggo e non saprei dire di cosa stessi parlando all’epoca. Penso che l’ispirazione mi arrivi da ciò che mi circonda. Sono un osservatore”. Ciò che traspare maggiormente dalle liriche del gruppo è un senso di amore, odio, ineludibile fine ed inizio di entrambi i sentimenti ripetuti fino allo strenuo delle forze e con una soluzione di continuità difficile da decifrare, come un misto dello stream of consciousness joyceiano e del crudo incedere dell’introspezione di Dostoevskij, il tutto immerso nel delirio urbano del nuovo millennio – cosa chiara sin dalla splendida copertina che dipinge tutta la desolazione del cemento cittadino.

Ci sono riflessi indie nell’intreccio di arpeggi di Lies And Release From Silence che vanno a comporre la miccia perfetta per l’esplosione del brano in schegge post-hc di rara durezza. La resilienza post rock di Zero, Farewell To Words e Your Shoes And The World To Come sono un mare calmo che presto diventa tempesta impetuosa, così come il delirio math/crust dell’infernale Left Hand e Invisible Thread. Il punto di forza di ogni composizione è l’assoluta assenza di linearità: un pezzo che inizia delicato può finire in un maelstrom bestiale e ottenebrante e viceversa. Le chitarre di A Cradle Of Arguments And Anxiousness riportano alla luce Far e Sunny Day Real Estate nel loro essere elettrificate ma non strabordanti, e le doppie voci fanno il resto su una sezione ritmica punk affilata come una leggendaria katana. The Spiral Manipulation invece dimostra quanto gli At The Drive-In abbiano influenzato gente in lungo e in largo, il tutto frullato nella mente di un kaiju aberrato dalle interpolazioni di un mondo in continua decadenza.

Le città immaginate dagli Envy crollano per ricombinarsi in costruzioni sempre diverse ma non meno desolate e desolanti di quanto fossero in origine. Un nuovo mondo assemblato dalle vestigia sanguinanti di quello antico si prospetta all’orizzonte e album come questo sono l’inevitabile allarme della fine dei tempi.

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