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Eminem – Kamikaze

2018 - Aftermath / Interscope / Shady Records
rap / hip hop

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Tracklist

1. The Ringer
2. Greatest
3. Lucky You (feat. Joyner Lucas)
4. Paul (skit)
5. Normal
6. Em Calls Paul (skit)
7. Stepping Stone
8. Not Alike (feat. Royce da 5’9’’)
9. Fall (feat. Justin Vernon)
10. Kamikaze
11. Nice Guy (feat. Jessie Reyez)
12. Good Guy (feat. Jessie Reyez)
13. Venom


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Sia stata la valanga di recensioni impietose, il più basso numero di copie vendute in carriera – nemmeno un disco d’oro in otto mesi, traguardo che l’ex biondino più chiacchierato d’America era solito raggiungere nella settimana d’uscita dei propri lavori – o lo sterminato numero di frecciatine collezionato via social, una cosa sola è certa: Em non ha preso affatto bene l’accoglienza riservata a “Revival“, nono album ufficiale rilasciato lo scorso dicembre. Come ripartire dopo un tonfo così clamoroso? Semplice: operando in maniera diametralmente opposta a quanto fatto meno di un anno fa.

Rilasciato completamente a sorpresa senza annunci o anticipazioni di sorta, “Kamikaze” appare come il negativo del suo predecessore, oberato da un carico di hype anabolizzato oltremisura già da questo punto di vista. Radicalmente diverso anche nella sostanza: non più una tracklist chilometrica ma tutto concentrato in tredici tracce, il minimo storico per mr. Mathers. Abbandonata la ricerca dell’easy listening a tutti i costi assistiamo a una drastica rifocalizzazione sul flow, impegnato in inedite e incredibili acrobazie, nonché sul contenuto delle barre che torna ad essere velenoso come non lo era da tre lustri buoni. Fuori dai giochi la sequela di comprimari scelti tra nomi più o meno altisonanti del pop dentro due liricisti con gli attributi come Joyner Lucas, bravissimo nel non sfigurare affatto innanzi all’elevatissimo standard tecnico imposto dal padrone di casa e Royce da 5’9’’, il compagno di sempre che si riascolta con grande piacere.

Pare però che anche stavolta Eminem si rifiuti di abbandonare il proprio (insano) amore per i brani ultra melodici. Eccoci quindi consegnate la maestosa ballata Stepping Stone, occasione colta per mettere definitivamente la parola FINE al progetto D12, Fall, buon compromesso tra fruibilità e rime al vetriolo, complice anche la collaborazione (non accreditata) di Justin Vernon dei Bon Iver ma purtroppo anche l’inutile doppietta costituita da Good Guy e relativa introduzione, veri e propri scarti di magazzino dal peggio del repertorio dell’autore. Un eccesso di melensaggine di cui ci si scorda presto, occupati come si è a districarsi in questa fitta trama di rap a tutta velocità ed entrate a gamba tesa.

Dal punto di vista musicale non siamo davanti a nulla di memorabile. Sicuramente apprezzabile è la scelta di movimentare un minimo i tappeti su cui l’artista ci dà un saggio delle sue enormi (e comunque mai messe in discussione) doti performative, non riducendoli a un mero loop identico dall’inizio alla fine. Tuttavia, caso mai non fosse ancora chiaro, il protagonista assoluto dell’operazione è il rap: una primadonna egocentrica e ingombrante che non potrebbe tollerare di dividere le attenzioni del pubblico con produzioni più ricercate e/o articolate.

Sarebbero tante, troppe, le rime da segnalare. A una settimana dall’uscita non passa giorno in cui non spuntino come funghi articoli a riguardo, né si stanno facendo attendere le risposte dei presi di mira. Polemiche che come al solito lasceranno il tempo che trovano, regalando all’album un sacco di visibilità in più. Soppesando con attenzione tutto il chiacchiericcio che “Kamikaze” ha attirato attorno a sé, si può concludere inserendolo al crocevia di tutte le etichette che gli stanno appioppando: il ritorno di Eminem a un eccellente livello di forma, una furbissima operazione di marketing e la reazione isterica di un artista in cerca di attenzioni in uno dei momenti più bui della propria carriera. Nessuna di queste esclude le altre.

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