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Back In Time

Back In Time: BIG BLACK – Songs About Fucking (1987)

Al tempo che fu per molti di noi – i più giovini, va da sé – Steve Albini null’altro era che un nome stampato sul retro di dischi come “In Utero” e “A Sun That Never Sets”. Il suono di quegli album immensi, ognuno per la sua specifica ragione, ai più curiosi fece scattare la proverbiale molla e la conseguente domanda “chi è davvero questo Steve Albini?”.

Le ricerche in assenza di una rete vera e propria portarono alla scoperta di una band incredibile chiamata Shellac ed una pletora di dischi immensi tutti quanti firmati da questo ometto dall’aspetto innocuo: da PJ Harvey ai Pigface, dai Jesus Lizard ai Tad passando per i Melt-Banana e gli Zeni Geva dal Sol Levante e, perché no, i nostri Uzeda e gli immensi Jon Spencer e Will Oldham. Grazie a questo individuo presumo molti di noi abbiano scoperto realtà fino a quel momento nascoste e abbiamo solo da ringraziarlo.

Ma prima di tutto ciò c’è stata la scintilla che ha scaturito la fiamma eterna della stronzaggine albiniana e che porta il nome di Big Black. A chi di voi ha l’età giusta per essersi goduto la creatura “in diretta” – oppure appena dopo l’implosione – dico: fortunelli. Albini non sembrava avere al tempo – si parla ovviamente degli anni ’80 – il physique du role per entrare a far parte della corazzata hardcore nata dalle calde lande californiane o sul duro cemento newyorkese. L’incubatrice del mostro aveva radici universitarie come tutte le altre ma non poteva legarsi troppo agli esseri umani. Albini aveva orrore di tutto e tutti e negli anni la cosa non è cambiata. Il suo odio, il bruciante gelo che albergava nel suo animo, la rabbia contundente hanno trovato sfogo in una cerchia ristretta fatta di giusto due persone e una drum machine. Nessuna scena, nessuna rete, solo violenza e male parole, insulti sarcastici, incomprensioni sul fasullo razzismo serpeggiante nei testi (spesso sciorinato ai danni dei “bianchi”) e bile sboccata a getto. Questo erano i Big Black.

Ovviamente Santiago Durango e Dave Riley difficilmente potevano essere seriamente sulla stessa lunghezza d’onda di Steve – pur condividendone ampie parti di pensiero. La drum machine Roland invece sì e difatti era il punto cardine di tutto, prima ancora delle taglienti invettive del cantante/chitarrista. “Songs About Fucking” è il canto del cigno di questa creatura durata nemmeno 10 anni ed è la rappresentazione finale di un futuro inciso a caratteri cubitali nella storia della musica indie (ma indie sul serio). Una storia che Albini ha contribuito a scrivere forse più di chiunque altro e il titolo del disco ne è la riprova: “Steve se ne è venuto fuori con un titolo assolutamente brillante,” – spiega Durango a Rolling Stone – “Il titolo era davvero il più grande ‘vaffanculo’ all’industria musicale di cui io abbia ricordo.” E proprio questo è il mantra di Albini: vaffanculo l’industria musicale. Negli anni ha avuto modo di rendersi partecipe di contraddizioni in senso strettissimo passando da incassare assegni da major per i lavori di Nirvana e della Harvey e come contraltare prendere di mira la decisione dei Sonic Youth di passare su Geffen, una scelta da lui definita come imbarazzante (peccato che l’ultimo album della band di Kurt Cobain uscisse proprio su DGC).

Lee Ranaldo la dice giusta sottolineando come in quegli anni in taluni casi fosse più importante la provocazione della musica in sé ed è esattamente il piano di fuga dei Big Black: provocare reazioni contrastanti nel pubblico, tra odio, disgusto e inequivocabile amore. Questo è sempre stato il potere trainante del pensiero albiniano e “Songs” non fa differenza e il tutto dà i suoi frutti: le ottomila copie della tiratura originale sono andate via in un soffio e di ristampe ne sono uscite a iosa facendo la felicità della Touch And Go. Il tutto mostrando una delle migliori copertine di sempre che riprende un hentai e fa coppia col titolo. E Albini sfida ancora dicendo qualcosa tipo “se vi piace e mi date libertà stilistica io vi propongo questo. Si parla di scopare e farsi scopare. Prendere o lasciare.” Che si prenda o si lasci, ci si fa portare via e l’effetto voluto è presto servito.

L’album è musicalmente il perfetto successore di “Atomizer” e non presenta novità né pulizia, né tantomeno futili orpelli aggiuntivi anzi forse è anche più feroce e tagliente dei suoi predecessori, più industrial e assassino nel suo essere impossibile da imbrigliare. Ci sono ferocia e sdegno brutal-pornografico, (il testo di Bad Penny dice che “I think I fucked your girlfriend once, maybe twice, I don’t remember. Then I fucked all your friends’ girlfriends, now they hate you”), sfiguranti alienazioni punk, come se i Ministry si fossero spinti in un rimjob orripilante con Flipper e Black Flag, oscene pratiche di violenza sudamericana (Colombian Necktie è davvero controversa oltre i limiti della decenza) e c’è anche il tempo per una luridissima cover di The Model dei Kraftwerk. E chissà quali pensieri hanno attraversato la mente di Albini mentre cantava “I’d like to take her home with me” con il fare lascivo di un punk strafatto di violenza verbale. Nulla di buono, questo è certo.

Songs About Fucking” è un missile che si pianta dritto dove non batte il sole. Punto e a capo.

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