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Back In Time

Back In Time: MORPHINE – Cure For Pain (1993)

Col senno di poi, Dawna suona come un requiem, per quella maledetta notte di luglio. Un dolore intenso, ma riservato; desolato, come il sax di Dana Colley, arreso all’ineluttabile.

Dana, partito come semplice roadie dei Treat Her Right (ma aveva già all’attivo svariate esperienze in quel di Boston), per poi ritrovarsi, quel giorno, a scoprire chissà come che con Mark tutte le frequenze si allineavano, tutto suonava come fosse già scritto: scuro, tenebroso, sensuale. Perché non provarci?

Devi girare il mondo in lungo e in largo per renderti conto qual è il tuo posto, dov’è la tua vera casa. Dopo aver viaggiato per il globo, dall’Alaska al Belize, Sandman ricomincia da Boston, e da un basso a una corda. Quella stessa corda che tanto basta per sostenere la tua testa, che ha messo le ali e già non è più di questo mondo. Fluttua, densa e chimica, in un mondo che non possiamo conoscere se non affondando la faccia nel suo fango.

In tanti paesi gli strumenti sono monocordi, perché complicare le cose? Ma in Mark c’è l’inquietudine di chi sa bene cosa sta cercando, anche se non riesce ad esprimerlo. Presto le corde diventano due e una pienezza inedita si fa strada: il dado è tratto, non serve nient’altro.

Poi, il taglio netto. La svolta. La decisione definitiva di dedicarsi alla musica. A trent’anni passati, con buona pace dei genitori. Una libertà che implica rinuncia: lasciare per poter ripartire. Magari ridotti ai minimi termini, con un trio che dice il giusto, il necessario. Dei compagni di viaggio che sono come due fratelli. Due fratelli. Dupree e Conway che fanno la staffetta, si danno il cambio e figurano entrambi come membri della band, ma senza mai risultare concomitanti. La trinità è preservata: la cabala è importante.

E quindi tornare a sentire tutto, anche la morte dentro. Il dolore, il rimpianto, la paura di perdere qualcuno che ti sosteneva, fino all’ultima sopportazione. La coscienza di aver rovinato tutto, di essere stato un vigliacco, un irresponsabile; questa lucidità che non fa che risvegliare i peggiori mostri. “L’ultima cosa che vorrei è farti del male. Ma sono libero adesso”, ed è forse l’unica cosa che conta.

Ma d’altronde lo so che ce la farai anche senza di me. Anzi, nonostante me. Che otterrai tutto ciò che vuoi, che avrai un avvenire radioso, brillante. Sono orgoglioso di aver fatto parte della tua vita, anche se per poco, di aver condiviso qualcosa. Ora posso solo rimpiangerti, immaginare di rincontrarti, familiare ma distante. In Spite Of Me come spartiacque, della vita di Sandman e della nostra: così poco Morphine ed eppure così tanto, con quel mandolino, la chitarra, tutto meno ciò che t’aspetteresti. E così dolce, tenerissima, dura e sincera. Chi non sente neanche un brivido, un sussulto di emozione è già morto.

Il Colorado come sfondo onnipresente, come teatro della vita e delle sue vicende, che osserva silenzioso e acritico tutto ciò si agita lì davanti. Ma che sa che il cambio è un dio capriccioso che fa il suo dovere, anche se rompe una piacevole monotonia. E la fuga, ancorché poco nobile, è necessaria ed era forse nel nostro destino, e ci salva dai postumi di un’abitudine spezzata. In fuga dalla vendetta, in macchina non può che girare il boogie caotico e cacofonico di Thursday, ballato da un James Chance ma con più prospettiva e fatalismo.

Le parole, il suono delle parole che si combinano… […] Ripetizioni, reiterazioni, palpitazioni, insurrezioni“, diceva Sandman. Ed è stata questa ricerca dell’alchimia perfetta tra un suono sordido, tellurico, viscerale e le uniche parole che possono sormontarlo senza venirne travolte a realizzare un prisma perfetto, irripetibile nella storia della musica popolare.

Un prisma nel quale specchiarsi per esplorare fino a che punto riusciamo a sguazzare nella disillusione. Fino a che punto siamo capaci di ripetere gli stessi sbagli, che si ripresentano sotto forma dei nostri peggiori incubi, ovviamente ricorrenti.

Come quello di un diavolo che non si lascia vedere facilmente, ma che è là, che si muove seguendo le note di un mantra circolare, continuo, che ti si mette in testa e non ti molla più. Finché non ti lascia altra scelta se non assecondarlo, abbandonarsi all’illusoria gioia a lento rilascio che promette. Per poi farvi ritorno, con l’aggravante del peso di un altro errore sul groppone e con quella danza macabra che ammalia e che non lascia scampo. Lo strumento del demonio non è il violino, è un sax baritono.

E il gatto è il suo animale da compagnia. Sotto falso nome, ci avvince in un gioco circense di cui siamo vittime partecipi, piacevolmente dominati. E sa che musica mettere per creare l’atmosfera, non c’è che dire: il suo blues è fumoso, da tavolo di biliardo, magari con due birre per lubrificare. Sheila è menzogna, è lusinga, è magia, ma non ce ne stanchiamo mai perché, in fondo, ci piace.

In un momento di lucidità e di sincerità con sé stessi, siamo anche disposti a promettere, trovate la felicità e la serenità d’animo, di disfarci dei miraggi, degli inganni e della chimica. Ma sappiamo bene e in anticipo che non esiste, una cura contro il dolore, se non ascoltare questo disco con il cuore in mano e l’anima in fiamme, in un silenzio che turba e che commuove, assuefatti ai vapori di una droga che non sconvolge, ma calma, acquieta e sussurra.

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