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Back In Time

Back In Time: MARILYN MANSON – Mechanical Animals (1998)

Space is the place, recitava il mantra cosmo-religioso di Sun Ra. Un luogo ove perdersi, seppur solo tramite la propria fervida immaginazione, oppure perdersi sul serio nel caso siate astronauti. Marilyn Manson non è un astronauta, e nemmeno David Bowie prima di lui lo era. Difatti loro si sono persi sulla Terra. Come alieni in esplorazione di nuovi mondi si sono ritrovati ad adattarsi a civiltà a loro sconosciute, creandosi alter-ego nuovi di zecca, ognuno perfetto per la propria epoca di rinascita. In principio fu Ziggy Stardust, poi toccò a Brian Warner crearsi i suoi.

Manson è partito come semplice teenager pop-satanista, uno dei tanti di inizio anni ’90. Poi la consapevolezza, la crisalide, l’Anticristo Superstar costruito assieme al suo dottor Frankenstein personale Trent Reznor. L’odio, il ribrezzo, la ferocia e la droga come rifugio da una società plastificata e infine enormi palchi e un pulpito da cui vomitare il proprio dissenso. La carne come rimedio al nulla e alla finzione. Ma è furbo, Manson, sa che questo personaggio può ottenere tanto ma solo nel breve periodo e allora ricomincia a modellarne uno nuovo di pacca, più scintillante e meno oscuro, più amorfo e ciò nonostante incredibilmente definito. Ha imparato come ci si muove nei meccanismi del music biz, come li si può concupire ed infine utilizzare a proprio vantaggio pur non seguendone affatto gli snodi. Infatti mentre tutti imbruttivano se stessi seguendo a ruota lo stile dell’Anticristo da una parte e sotto il Vangelo A.D.I.D.A.S. dall’altra Brian Warner dava i natali a Omega, un extraterreste figlio del glam che si ciba di Stardust (e ne copia ogni singolo aspetto estremizzandolo), T. Rex, New York Dolls, The Stooges ed MC5.

Ho immaginato Omega come l’estensione esagerata di ogni aspetto dell’Antichrist Superstar. Tutto ciò che è glam rock e molto di più,” – ammise Manson in un’intervista a CMJ – “Per me il glam ha sempre costituito un modo sarcastico e spettacolare di nascondere qualcosa di più oscuro. […] A mio avviso le ultime grandi band rock sono state Jane’s Addiction e Guns’n’Roses. […] Le persone si approcciano a questo genere come mero prodotto, io cerco di mostrar loro il lato artistico. […] Sono felice di vedere in un periodo in cui qualcuno prende più seriamente la musica ed è più coinvolto come artista. Il rap sta seguendo questa via, il rock invece è parecchio pigro a riguardo.

Il rock è morto come mera provocazione e catch phrase per un singolo ad effetto. Il rock non è morto a fine anni ’90, si sta trasformando di nuovo ma sì, è pigro, non è in corsa come l’hip hop che infatti con lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999 comincerà a scalpitare entrando nelle più alte classifiche, nei più sfarzosi palazzi mtviani diventando hic et nunc croce e delizia/morte e resurrezione di un intero filone. Così voleva fare Marilyn Manson, pardon, Omega con il rock, riprendendo gli anni ’70 dando al genere una nuova veste e di conseguenza rinascita a pieno titolo. Un po’ troppo per un sol uomo e difatti il miracolo non si fece. Non su larga scala perché nel piccolo del suo essere rockstar quell’ormai lontano 1998 diede alla luce “Mechanical Animals” e la rinascita personale ed artistica venne da sé.

La creatura Marilyn Manson ora poteva camminare sulle proprie gambe e Reznor se ne allontanò ad ampie falcate lasciando che i suoi pupilli ora se la cavassero da soli. A Rolling Stone Omega disse che secondo il pubblico da soli senza Trent e la sua “mano pesante” non potessero farcela e, nonostante nessuno di loro dovesse dimostrare il contrario, ce la fecero eccome. In cabina di regia approdò Michael Beinhorn – su consiglio dell’amico Corgan -, un’altra mano pesante ma in modo opposto al signor NIN, per delucidazioni ascoltare “Superunknown”, “Mother’s Milk” e “Untouchables” ma soprattutto i suoi Material (partner in crime: Bill Laswell).

Anche dal punto di vista puramente grafico lo sporco e la confusione di “Antichrist Superstar” lasciano spazio all’asettico mondo di Omega, vuoto, pulito e bianco. P.R. Brown e Joseph Cultice – i signori annoverano nel portfolio NIN, Rammstein e Slipknot – con la supervisione del padrone di casa delineano alla perfezione ciò che la musica disegna in un mondo di droga in sospensione e di sentimenti che si librano ben tracciati in mezzo ad un caos impossibile da organizzare, a partire dal jewel case blu fino al cd-pillola-coma. Manson si ritrova ad essere architetto solitario in quest’impresa, col senno di poi pienamente riuscita.

La musica contenuta nell’opera di mezzo del trittico boschiano del mostro esplora le lande desolate dell’animo degli esseri umani di fine millennio, confusi e perduti tra distrazioni/distruzioni di massa amplificate da televisione e dalla nascente rete in un cumulo cyberpunk di lì a divenire sostrato della vita di ogni giorno. Brani pop dal retrogusto candidamente glam e synth-pop, spogliati della sporcizia industriale e lontani anni luce del binomio rabbia-chitarre assassine, dimostra come anche la delicatezza possa provocare un impatto frontale passando dalle retrovie amare della negatività. Ai metallari non andò e non va tutt’ora giù. Peggio per loro.

Abbiamo scritto ogni canzone come se fosse un singolo,” – svelò Twiggy Ramirez a Guitar World – “Non è una cosa che abbiamo fatto su ‘Antichrist Superstar’. La musica su quel disco era piena di rabbia. Questo album è più delicato, ci sono tantissime emozioni coinvolte, non solo rabbia. Il suo predecessore era parecchio pesante ma abbiamo pensato che non avesse senso riproporre quella formula ancora e ancora. Era tempo di cambiare.” La cosa curiosa che rivela il bassista è che “Mechanical Animals” è stato registrato in maniera più umana, più “suonata”, meno sul cucire le parti in fase di post-produzione, insomma, il che fa a pugni con l’idea aliena e meccanica delle parti. Asettico solo in superficie, tremendamente animale nell’interpretazione finale.

Così tutto si snoda in singole parti di sconforto sintetico ed elucubrazioni di come lo spazio sia sì “il posto”, ma anche un locus in cui morire soli ed abbandonati (“I can never get out of here, I don’t want to just float in fear, a dead astronaut in space” canta Omega in Disassociative), distese ed aberranti mostrificazioni in plastica di una Hollywood che distrugge ed ipnotizza, magica amante erotico-mortale con The Dope Show come sensuale inno/canto funebre. L’ethos della droga come trappola divertente si inerpica nelle spire di I Don’t Like The Drugs (But The Drugs Like Me), coi suoi cori gospel androginamente black e la chitarra di Dave Navarro ad unirsi al party, e il tutto si risolve nel vuoto stanco e iperbolico del porno rock’n’roll T.Rex delle tirate New Model No. 15 e I Want To Disappear corroborate dalla pole-dance fist-fuckosa User Friendly.

Ma ovviamente il picco creativo sopraggiunge quando i toni sono più pacati ed alieni allo stesso verbo mansoniano: il bucolico narco-blues di Fundamentally Loathsome, le vacuità space di Great Big White World ma su tutte le espressioni estenuanti del duetto finale The Last Day On Earth e Coma White. L’epopea umana che raggiunge il suo culmine e si estingue in se stessa per poi rinascere altrove, trasfigurata, morta e risorta e provata dall’atto.

Se un album nato come concept di color bianco, stinto ed irrimediabilmente vacuo nelle sue più artistiche intenzioni e nel suo dipingere cattive abitudini e mostruosità sociali dopo 20 anni splende come un sole invitto e non suona né vecchio né stanco significa che nell’uccidere il suo di rock Manson ci aveva visto giusto e che “Mechanical Animals” avrebbe potuto dare la sveglia a molti, forse anche al suo stesso creatore. 

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