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Back In Time

Back In Time: A PERFECT CIRCLE – Thirteenth Step (2003)

Prima di qualsiasi “amarcord” su una delle basi dei primi anni del nuovo millennio, “Thirteenth Step”, appunto, butto qui una premessa: molto del lavoro di Keenan nei vari passaggi tra Tool/A Perfect Circle ha subito vicendevole influenza. Questo lavoro del 2003 aveva più di qualche tono vocale provato anche su “Lateralus”. Se tanto mi da tanto, dopo “Eat The Elephant”, nuovo disco degli A Perfect Circle, il prossimo album dei Tool dovrebbe essere una gran bella merda.

Opinioni personali, ovviamente. Fosse mai che vai a offendere una band/artista senza prima aver ascoltato ogni singola nota di tutta la discografia, aver richiesto il certificato vaccinazioni dei membri del gruppo e controllato se i cani hanno antirabbica e pedigree. Tornando alla base, quello che si nota subito dal primo ascolto di “Thirteenth Step” è che questo è uno “one-man show”, perché alla batteria c’è Josh Freese che poggia lo scroto in testa a tutti gli altri membri del gruppo. Lo fa con la sua classe. Quella doppia faccia Vandals/Lenny Kravitz che ha contribuito a costruire il mito di uno dei più grandi turnisti in attività e sicuramente il batterista più eclettico apparso negli ultimi 30 anni in ambito rock. Chi è più bello di Josh Freese si trucca. È ben evidente dalla semplicità con la quale tocca ogni singola pezza nella quasi totalità dei brani dell’album.

Tornando a Keenan, per anni i capiscers hanno invaso la rete con pezzi che magnificavano le sue capacità compositive. “Il numero di passi degli alcolisti anonimi”, “la droga”, “il percorso di recupero”, “la sofferenze dell’essere umano che paga per i propri peccati”. Fino a che un giorno, interrogato sullo stesso argomento da un sempliciotto che passava da quelle parti, lo stesso Keenan ha scelto di cambiare le carte in tavola e in ciociaro stretto ha dichiarato: “la droga? Ma che cazzo vai dicenn’? Jo disco parla dei tredic’anni ca faccio musica!”. Questo può aiutare a comprendere con quale tipo di essere umano si aveva a che fare. Per questo motivo è più bello leggere le trame musicali ancor prima dei temi. Le tonalità quasi unplugged di registrazioni essenziali hanno reso più caldo e onirico l’approccio vocale di Keenan. Qui da il meglio di sé e costruisce liriche elaborate che permettono alla sua voce di essere messa alla prova.

E che prove, ragazzi! Non c’è un singolo verso di Pet che io non apprezzi. È uno dei brani più indovinati del periodo e mette bene in evidenza l’importanza di un asse ritmico davvero ben fornito. Questo è il primo lavoro del gruppo realizzato con la collaborazione di Twiggy Ramirez/Jordie White che, destato dalla pantomima mansoniana, mette in campo distorsioni troppo belle per essere considerate come semplici ostentazioni adolescenziali. Proprio la sua capacità di intendere le piuttosto ripetitive trame di una chitarra molto pulita e molto noiosa contribuisce a rendere il lavoro nel complesso più interessante.

Combinando questo elemento con il drumming di Freese, in brani come Gravity, vengono fuori i veri capolavori. Certamente, nell’insieme delle composizioni, non possono mancare i crescendo piuttosto tipici delle opere proposte da Keenan. In questo caso, tuttavia, se ne potrebbe volentieri fare a meno. L’apertura di The Package, ad esempio, è perfetta così. Un sommesso incedere che lascia quasi tutto lo spazio al dialogo Ramirez/Freese. 

thirteenth step

Thirtheenth Step” porta con sé un dubbio che ancora mi disturba: come sarebbe stato il disco senza le manieristiche composizioni vocali di Keenan? Quale sarebbe stato il risultato finale se qualcuno avesse deciso di infilare un calzino in bocca e un tappo in culo a Maynard? Mi sbilancio e dico che lo avrei comunque ascoltato con grande, grandissimo piacere. Per carità, sacrilegio! Ai tempi ben poche personalità della musica rock avevano la capacità attrattiva che aveva il nostro. I gruppetti e gli artistelli facevano a gara a dire che si ispiravano ai Tool-APC-Keenan. Era bello perché reale. Avere la possibilità di vederli dal vivo, un vero privilegio, perché era lì che ti capacitavi delle grandi potenzialità di questo artista.

Weak And Powerless sarebbe rimasta un guscio vuoto senza la sua voce. Quindi l’album divide i meriti equamente tra le prime donne di questo gruppo che sorprende sempre. Erano anni duri per chi amava un certo tipo di sonorità e per chi preferiva la mortificante, tranquilla potenza di un certo tipo di rock. Oggi per la voce non è più così. Spiace per Keenan, ma tanto i Tool quanto gli APC continuerebbero a vivere anche con Albano al microfono. Spiace davvero.

Menzionavo prima l’incomprensione sul significato del disco e sulle tematiche. È una cosa che merita una ulteriore riflessione relativamente a un brano come The Noose. Una demoralizzante marcetta che si risolve in un mix di indovinate sovraincisioni vocali. Keenan è stato piuttosto criptico nel definire argomenti e relativi tempi, ma è facilmente leggibile il testo autobiografico relativo a quel periodo. Nei suoi testi il cantante non è mai stato avaro nel raccontarsi e nel ricostruire la sua vita. In un certo senso, questo ha giocato a favore del gruppo e ha contribuito a dare valore alle composizioni.

Ciò non significa che per poter apprezzare questo lavoro bisogna condividere un certo mood, essere tristi, cinici o pessimisti. Bisogna solo imparare a digerire un messaggio che rappresenta una sorta di liberazione dalla rabbia e dalle delusioni. Per chi vive un periodo poco felice questo lavoro può rappresentare quella famosa ancora di salvezza (magari con l’aiuto di qualche professionista in grado di toccare i tasti giusti) per non giungere a scelte sbagliate e troppo punitive per sé stessi.

Chissà come si sentiva Maynard mentre portava a termine tutto questo? Il lungo percorso verso la pubblicazione ha contribuito a regalare profondità al lavoro. Senza infarcire troppo il discorso. “Thirteenth Step” è un lavoro semplice e piuttosto lineare, ma ha composizioni molto belle. Quei giorni sono, fortunatamente per lui, passati e, inevitabilmente, oggi l’universo Keenan fa un po’ più cagare. “Eat The Elephant” è una cosa indegna per uno con quella voce e con quel pedigree. Piuttosto annoiami ricreandomi 10.000 prodotti come questo capolavoro datato 2003, ma evita di rompermi i coglioni con un disco che vuoi fare perché altrimenti la Guardia di Finanza ti entra in casa con un mandato di perquisizione.

 

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