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Back In Time

Back In Time: MELVINS – Houdini (1993)

Se la mente di Harry Houdini avesse potuto spaziare in un mondo di suoni mentre a testa in giù ed incatenato immerso in una vasca ricolma d’acqua avrebbe raggiunto l’abisso dei Melvins. Così a fondo annegato nella follia, nel terrore di non potersi muovere né respirare, né pensare o tantomeno esistere al di là della propria carne imprigionata solo un suono si sarebbe potuto propagare sul fondale dei propri pensieri. Un lungo lamento di violenza elettrica. Il prestigiatore avrebbe spaziato con mente magica in un futuro sotto il cielo di piombo dello Stato di Washington, tra le strade che marciscono da una parte e dall’altra villette di un bianco accecante.

Il virus del male e della follia avrebbe potuto prendere il sopravvento in quel tentativo di fuga dalla propria situazione, morendo e viaggiando tra le pieghe del tempo fino ad incarnarsi nel “suo” album omonimo. “Houdini” è quel lamento subacqueo, un canto di acque sozze, lugubri e deliranti, di sgomento divertente tra baracche white trash e scatologia psichedelica. È anche il primo album di King Buzzo e Dale Crover ad approdare su major. Non che la cosa facesse una gran differenza ai due, semmai gli strappò in qualche intervista un flebile “abbiamo avuto più soldi e più tempo”. Fine lì. Che altro avrebbe potuto significare? Tour migliori? Alla fine a dividere il palco con loro in quel momento c’erano i Primus, che comunque prendevano di più il pubblico (perché vien da chiedermi), che “vendevano più biglietti, grazie Primus”, disse il Re, che permettevano a tanti funkometallari di scoprire l’ebbrezza della lentezza. Che poi fa pure rima. O ancora passaggi radio o tv? Pff, verrebbe da rispondere. I Melvins sapevano senza dirlo di essere “alternativi” e vedevano le band a cui si affibbiava questa definizione del calibro di Pearl Jam come “merda radiofonica” (cit. doverosa ad Osborne). Questo non significa che la cosa gli fosse indifferente: ci hanno messo 10 anni di vita ad arrivare su major e ciò gli permette di suonare per vivere. Tanto basta.

E la presenza di Kurt Cobain al banco mix, alle chitarre e via dicendo? Poco e niente più di qualcosa, e poi si era agli sgoccioli (1993) e ad un certo punto lo hanno licenziato perché era troppo, era eccessivo averci a che fare. Intanto produce ma poi le mani che licenziano il tutto sono quelle sante, santissime di Billy Anderson e GGGarth Richardson, sempre siano lodati. Non che io voglia depauperare quanto fatto da mr. Nirvana, ma questo è e quello fu. Anche la figlia di Shirley Temple LoriLoraxBlack come bassista c’è ma non si sente, perché la sua salute non le permette di stare tra le fila dei Melvins quindi ok, nelle foto promozionali e nelle linear note eccola lì, ma le quattro corde se le smazzano i due musicisti, Anderson e qualcun altro. Ma ben venga: il basso qui ammazza. Il giro di Night Goat è ipnosi freudiana con Sigmund in groppa ad un elefante da guerra con Serse al comando di un’armata di robot fritti nel profondo dei circuiti.

Ma fosse solo quello. Qui tutto uccide, finisce per soffocamento e tanti saluti mondo crudele. I testi stanno appena al di sotto della soglia della normalità e quasi al di là dell’incapacità d’intendere e volere, significano tutto, non vogliono dire un cazzo di niente e Buzz li declama stentoreo facendo ondeggiare i leonini capelli al vento dell’Inferno. Li prendi come vengono e poi basta e avanza. E allora “domination to amplification” e il volume è un tir impantanato nel fango palustre e fa sbiellare, fonde le orecchie. La batteria è sempre un colpo di cannone con riverbero mortale, che su Hooch ti verrebbe da dire “stai calmo, sei pazzo?” e la conferma arriverebbe sui rimbrotti delicatucci di Lizzy che ondivaga fa su e giù tra mareggiate e calma piatta.

Il fallo vibrante e hardcore punk di Honey Bucket è quel trapano che tutti i fan del bricolage cercano per bucare le pareti più ostiche ma che nessuno ha ancora trovato, facile capirne il motivo, perché sta qui su ‘sto disco. E prova a tirarlo fuori mentre trita il cemento senza perdere le mani. Che ci faccia quello scheletro 70s e psichedelico e fuori dalla nostra dimensione di Sky Pup non è davvero dato sapersi ma come fa godere, e sì Cobain qui pesa alle chitarre, le fa sfarfallare liquide nell’acido. Ma poi la cover di Goin’ Blind dei Kiss? Che io la prima volta che la sentii manco sapevo fosse dei Kiss (quanto mi danno fastidio i Kiss) e quando lo scoprii “boom”! Testa esplosa, cervello sul muro. Pazzesca, lenta, pachidermica, lasciva. E poi con quel testo, con questo vecchio che dice ad una ragazzina che lui è troppo vecchio, per l’appunto, non lo vede che sta diventando cieco? Ma non scherziamo. Non facciamolo nemmeno per scherzo. Che poi i Melvins adorano i Kiss, e pensavano che la loro cover non valesse l’originale. Forse non piace loro il metal ma di sicuro i Black Sabbath sì, e lo capisci quando Hag Me irrompe nella stanza come un negromante salmodiante l’incantesimo elettrificato di Iommi.

E alla fine, quando il prestigiatore Houdini torna in sé in quella vasca, si rende conto che non vorrebbe uscirne mai e ritornare in fretta in quella piega amena di irrealtà. Ma è tempo di liberarsi. Forse. Anzi no. Stiamo qui per un altro giro di giostra.

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