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Interviste

Intervista ai THE BLACK QUEEN

Per chi di voi ancora non lo sapesse The Black Queen sono la band formata dall’ex cantante dei Dillinger Escape Plan Greg Puciato, Joshua Eustis (Telefon Tel Aviv) e Steven Alexander. Il trio torna sulle scene con un nuovo album “Infinite Games” (qui la nostra recensione) ed è pronta ad approdare in Italia per una data imperdibile il prossimo 20 ottobre al Legend Club di Milano (qui la news). In occasione di tutto ciò abbiamo scambiato quattro chiacchiere proprio con Greg.

Siete pronti a venire a suonare in Italia? Se non erro è la prima volta come The Black Queen.

GREG: Dici bene, non siamo mai stati qui. O meglio siamo stati qui separatamente ma mai assieme.

Sono passati due anni da quand’è uscito “Fever Daydreams”, com’è avvenuta la gestazione del nuovo “Infinite Games”?

G: Abbiamo iniziato a scriverlo ad inizio 2017, ma la maggior parte del lavoro è stata fatta a fine anno e nei primi mesi del 2018. Porcelain Veins ha cambiato parecchie volte forma. La primissima versione di questo pezzo nasce nel 2012, l’idea ha girato per un bel po’ di tempo.

Cosa sono questi “infinite games” di cui parlate?

G: Beh, un infinite game è qualcosa che riguarda i confini, le regole. L’idea che nella propria vita le persone giochino a partite finite ed infinite. Le partite finite hanno dei limiti, giochi con delle regole, come nello sport. Qualcosa di misurabile attraverso una serie di regole, qualcosa che possa finire. Un infinite game non ha limiti. L’unico scopo del gioco è continuare a giocare. Cambi le regole durante il percorso, i parametri. Le persone lo fanno sia tra di loro che con loro stesse. Per me si riferisce a svariate cose, a relazioni sicure oppure modelli di relazioni, così come al viaggio creativo/artistico con me stesso. Gli altri ragazzi lo hanno capito quando gliel’ho spiegato. Può avere un doppio significato: può essere qualcosa di buono, un viaggio senza fine in continua evoluzione, una sfida a se stessi, oppure può essere qualcosa di cattivo come una relazione nociva con un’altra persona dalla quale non vuoi tirarti fuori. Può essere una dipendenza che ti rifiuti di riconoscere e a cui dai sempre una definizione differente.

Ascoltando l’album ho avuto l’impressione che i brani abbiano assunto una forma più “pop”, se così possiamo dire, ma anche più minimale e diretta, con dei suoni incredibili che mi ricordano “Some Great Reward” e “Black Celebration” dei Depeche Mode. È così? Quali sono, secondo voi che l’avete creato, le differenze tra questo disco e quello precedente?

G: Per questo questo album è più intricato, ha più sfumature ed è più dinamico. È più sperimentale e più astratto. Sì, ovviamente i Depeche Mode sono un’influenza, come potrebbero non esserlo? E ogni accostamento a loro è un complimento fantastico ma sento che, per noi, le influenze sono più legate alla vita, più emotive che musicali. Gli strumenti sono qualcosa di irrilevante per me. Per gli altri potrebbe non essere così poiché sono coinvolti nella parte più tecnica del lavoro ma per quanto riguarda me è tutto legato alle emozioni e al songwriting. Sentirsi come creatori di qualcosa che viene dall’inconscio. Penso che la più grande differenza tra questo album e il precedente sia che eravamo più sicuri di noi nell’esplorare assieme territori sconosciuti, meno ovvii.

I tuoi testi sono sempre stati particolari, introspettivi seppur aggressivi ma in un certo senso sempre, passami il termine, delicati anche quando l’ambito musicale era quello dei Dillinger Escape Plan. È cambiato qualcosa con questo lavoro o l’approccio è sempre lo stesso? C’è qualcosa che lega i brani?

G: Ecco, ci siamo. C’è qualcosa che collega tutto sin da “One Of Us Is The Killer[quinto album in studio dei Dillinger Escape Plan, ndr]. Per me quel qualcosa è cambiato su quell’album per poi collegarsi a “Fever Daydream“, poi con “Dissociation” e infine a “Infinite Games“. Fanno tutti parte della stessa narrazione, esistono tutti in un medesimo universo. Parlo ovviamente per quanto riguarda me, non per gli altri ragazzi nei The Black Queen o nei Dillinger. Ho avuto a che fare cose che mi legano a questi album, qualcosa che ho affrontato in essi, e questo disco mi sembra il punto finale di tutto questo.

Ammetto che l’estetica anni ’80 sia davvero affascinante, anche adottata ed affrontata oggi. Molti artisti si sono rivolti a questa decade, penso a Drab Majesty, Cold Cave. Come vi siete approcciati ad essa e perché?

G: Drab Majesty è incredibile. È uno dei miei migliori amici e Josh ha prodotto i suoi dischi. È davvero speciale. Anche Cold Cave ha portato un sacco di nuova gente in questa scena. Wes [Eisold, aka Cold Cave, ndr] ha fatto un lavoro incredibile rifiutando continuamente limitazioni o essere definito da esse. Come suono? È avvenuto tutto naturalmente. Non mi sono seduto a tavolino decidendo di suonare in una band che attingesse ad un certo suono o ad un’estetica. Il nostro sound è il risultato naturale delle nostre influenze condivise. Scriviamo solo qualcosa che alle nostre orecchie suoni onesto, qualcosa che ci ecciti. È quello che accade con sonorità come queste. Credo che non sia facile classificarci, e onestamente mi sento a mio agio ad essere strano ahah.

Parlami della vostra neonata etichetta, la Federal Prisoner. Anzitutto come mai avete scelto questo nome? Come mai avete sentito la necessità di una label tutta vostra? C’è qualcosa di più dell’essere liberi dal giogo delle major? Ci sono altri artisti o band che vorreste pubblicare?

G: È soprattutto l’orgoglio di possedere ciò che si crea avendo il massimo controllo creativo del tuo destino. Non mi sento a mio agio ad essere il trofeo nella teca di qualcuno. Nei primi tempi la band e la nostra musica ci sono sembrate così personali che schiaffare il nome di qualcun altro su di esse sarebbe parso come di corromperle. Oggi la nostra etichetta è semplicemente un’estensione di quel pensiero. È una promessa a te stesso. Il nome è semplicemente riferito al voler rompere le regole, a sentirsi a proprio agio nell’essere un criminale. Cos’era John Dillinger? Un prigioniero federale, anche quando è fuggito. È così che ha vissuto ed è così che è morto, ma libero per tutto il tempo.

Grazie per il tempo che ci hai concesso, non vedo l’ora di vedervi dal vivo!

G. Grazie infinite, ci vediamo!

INGLESE

Are you ready to come and play in Italy? Am I wrong or this is your first time as The Black Queen?

GREG: You are correct, we have never been there. We’ve all been there separately, obviously, but not together.

Two years have passed since “Fever Daydream” was released. How and when was “Infinite Games” created?

G: We started writing this in early 2017, but most of it was written in late 2017 and the first four months of 2018. “Porcelain Veins” went through a lot of different forms. The earliest version of that song dates back to 2012, that idea has been around for a long time.

What are those “infinite games”?

G: Well an infinite game refers to boundaries, and rules. The idea that in life people play finite games, and infinite games. Finite games are games with boundaries. Games with rules. Like a sport. Something with a measurable set of rules, something with an end. An infinite game has no boundaries. The only purpose of the game is to keep playing. You change the rules as you go. You change the parameters. People do this with each other, in relationships, or with themselves. For me it’s a reference to multiple things. Certain relationships in my life, or relationship patterns. As well as my creative/artistic journey with myself. The other guys understood it when I presented it to them. It can have a double meaning. It can be a good thing, to be on an unending journey, always changing, always challenging yourself. Or it can be a bad thing, it can be a toxic relationship with another person that you won’t let yourself out of. It can be an addiction that you refuse to acknowledge, that you continuously change the definition of.

Listening to this album it seems to me that it has a more “pop” sound, so to speak, but even more minimal and in-your-face, with this unbelievable sound that reminds me of Depeche Mode “Some Great Reward” and “Black Celebration”. Is it so or am I wrong? What are the significant differences between your new album and the last one?

G: To me the album is more intricate, more nuanced, more dynamic. It’s a little more experimental, a little more abstract. Obviously yes, Depeche Mode is an influence. How can they not be? And any comparison is obviously an amazing compliment. But for us, I feel like influences are more life-based, more emotional than musical. The tools are somewhat irrelevant for me. For the other guys it might not be that way, as they are more involved in the technical side, but for me it’s all about emotions and songwriting. Feeling like you create from the unconscious. I feel like the big difference between this one is we felt more confident going into stranger shared territory, less obvious territory.

Lyrically, you’re always been introspective, intimate and original even when he was playing in a hardcore band like The Dillinger Escape Plan. Here your emotional side seems to be even amplified. Has something changed on “Infinite Games”? Is there a fil rouge connecting the songs?

G: Well yeah there is. There’s been something connecting everything since “One Of Us Is The Killer“. To me, something started on “One Of Us Is The Killer“. Then that connected to “Fever Daydream“, then that to “Dissociation“, and then that to “Infinite Games“. They are part of the same storyline to me, they exist in the same universe. For me. I’m not speaking for the other guys in The Black Queen or in Dillinger, I’m only speaking for myself. I’ve been dealing with things that all tie together to me, that I have dealt with in those releases, and this record feels like the end of that to me.

I have to admit that I am so fascinated with the Eighties aesthetics even today in 2018. For example I really love acts like Drab Majesty and Cold Cave. Why have you decided to explore that kind of sound, and how?

G: Drab Majesty is incredible. He’s one of my best friends, and Josh also produces his records. He really is special. Cold Cave has really brought a lot of new people into that scene too. Wes has done an amazing job continually refusing to be limited or defined by any limitation. As far as sound? It just came naturally. I didn’t sit down and say to myself I want to make a band that draws on those kind of aesthetics or sound. Our sound is just a natural result of the shared influences that we have. We just write what sounds honest to us. What we feel excited by. It just so happens to sound like this. I don’t think we are very easily categorizable, and I feel very comfortable being weird haha.e

Let’s talk about your new born label, Federal Prisoner. Why did you name it this way? But, first and foremost, why did you decide to create your own one? Is there something more than being free of major label control? Are there some other artists or bands that you wish to release through the label?

G: It’s mostly just pride of ownership, creating ultimate control of your destiny. I didn’t feel comfortable being a trophy in someone else’s case. Last time, the music and the band felt so personal to us, that slapping someone else’s name on it felt like a corruption. This time, the label was a natural extension of that. It’s a promise to yourself. The title is basically just a reference to wanting to break rules, to being comfortable being a criminal. What was John Dillinger? A federal prisoner. Even after he escaped. That’s what he lived as. That’s what he died as. But free the whole time.

Thank you for your time, can’t wait to see you live on stage!

G: Grazie infinite! Ci vediamo!

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