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Back In Time

Back In Time: ALICE IN CHAINS – Dirt (1992)

Dovremmo cominciare a sbattercene di più il cazzo degli idoli. Lo dico a noi scribacchini e agli ascoltatori ma lo direi anche a Jerry Cantrell, che la smettesse di scrivere le linee vocali dei suoi (sono sempre stati suoi) Alice In Chains come se Layne Staley fosse ancora vivo. Layne è morto e non possiamo farci niente e dovremmo smettere di idolatrare lui e chiunque altro come lui. Forse nessuno di loro l’avrebbe voluto. Dovremmo cominciare ad ascoltare un album – o riascoltarlo – non come se dovessimo immolarlo su chissà quale stramaledetto altare, rendendolo intoccabile ed offendendoci se qualcuno non concorda con noi e tutto ciò in nome dello status di uno dei componenti della band. Dovremmo anche cominciare a leggerli meglio gli articoli. O a leggerli e basta, evitando di fermarci alla sola frase estrapolata per il post.

Detto questo “Dirt” è un capolavoro. Ovvio. Ma questo da prima che il cantante abbandonasse il palazzo. E anche dopo, ma non perché il palazzo è stato abbandonato. Ed è anche e soprattutto grazie a Cantrell, che è vivo e vegeto. E non è nemmeno grazie all’assurto status di “movimento di rottura” che fu il fantomatico grunge, come se tutta questa gente, dai Green River ai Tad, dagli AIC ai fottuti Nirvana potessero essere sminuiti ficcandoli in un sol posto, quel posto immaginato da non so chi che “prendeva a calci i colletti bianchi”. A questa gente di tutto ciò forse non fregava un cazzo già all’epoca. Forse vediamo movimenti come questo più grandi di quel che avessero anche solo immaginato i creatori, perché di padri fondatori e fratelli e sorelle non credo ce ne siano stati, giacché il grunge non esiste. Lo disse lo stesso Cantrell ammettendo che “tutti noi suoniamo musica rock, ma le band sono diverse”, e poi una serie di punti chiave di AIC, Pearl Jam e Nirvana. “Dirt” è la dimostrazione di tutto ciò. “Dirt” è un disco metal, forse, o magari hard blues, anche, o ancora un tributo al chitarrismo di Tony Iommi e a vocalità impossibili da immaginare altrove – trovategli un posto in qualche cazzo di genere, double dare you. Ma in fondo “Dirt” è “solo” un disco heavy, misantropico, oscuro e alienante, a chi cazzo frega di definirlo grunge, in fin dei conti?

Ma gli Alice In Chains non erano solo Jerry e Layne, erano in primis Sean Kinney e Mike Starr. Perché no? Senza il loro apporto ritmico così obliquo ed incredibile, misto alla scrittura invincibile degli altri due “Dirt” non sarebbe il capolavoro che è. Fuori le magliette di Starr – anche lui è morto – e Kinney, fuori gli articoli su di loro. Ora penserete che io stia svilendo quella Voce e quella Chitarra, e invece no. Mi limito a buttare giù un muro tra membri di una band di Serie A, B e Lega Pro. Gli AIC erano in quattro e solo grazie a questo unisono vennero fuori dischi immortali. Fine. Ok, c’è dell’altro.

Vien da sé che se scrivi qualcosa durante le rivolte di Los Angeles a fronte dell’aggressione a Rodney King avvenuta nel 1991. Come una spugna la mente di un musicista che fronteggia tale violenza, o che anche solo vi assiste, si farà foriera di tutto quel sangue, quel dolore, quella ferocia. Metti il naso fuori dallo studio giusto per vedere una città bruciare perché la tensione è arrivata ben oltre le proverbiali stelle e rientrando incidi, che so, il riff di Them Bones, e la ritmica robusta e muscolare sottolinea le manganellate, gli scontri, lo spirito del riot. Poi Layne ne improvvisa le parti vocali, quegli urletti che fanno del brano qualcosa di più e il gioco è fatto.

Poi carichi sulla barca anche qualche urlo disumano di Tom Araya, incontrato nel tour di supporto a “Facelift”, ma giusto per una cosina di 40 secondi e rotti ma intanto hai il grido degli Slayer intrappolato da qualche parte sul disco, e fa la differenza. E da quell’esperienza in cui hai suonato davanti ad un’orda di metallari che attendevano solo di sbraitare di gironi infernali e di Mengele stordendoli positivamente con qualcosa di diametralmente opposto, violento benché melodico, senza che questi ti tirassero addosso asce bipenne o chissà quale altra amenità metallara sai che qualcosa di fantastico può accadere, parola di Kinney.

E ancora il Vietnam dipinto sullo sfondo di Rooster, immersi nel fango come furono immersi coloro che vi combatterono, fritti dalla sofferenza mentre ci si trascina fuori, con tanto di video in cui Layne indossa gli occhiali poiché “troppo fatto”, perché in fondo un altro punto di vista di One dei Metallica serviva ad una nuova generazione che si presentava ai concerti rock. Ma servono anche lo sferragliare di un treno in corsa di God Smack (e che sia maledetta per aver dato i natali all’omonima band) oppure l’abisso di Down In A Hole o Rain When I Die – e questa l’han scritta tutti assieme, per dire.

E infine Would?. Jerry e Layne si contendono il microfono, la scena, il dolore e la domanda fatidica “if I would, could you?”, mettendo in fila una serie di errori ed orrori, rimpianti e maledizioni mentre Sean e Mike spostano il tempo di continuo. Solo Phil Anselmo è riuscito a ridestarne lo spirito, perché altri – leggi James Hetfield – proprio non ce l’hanno fatta.

Non serve aggiungere un cazzo d’altro.

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