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ESSERE INDIE CON IL POP DEGLI ALTRI: il fallimento della cultura alternativa

Quando due mondi collidono viene difficile andare lì con la tutina spaziale e la spatola laser per tentare di scrostare il risultato dell’impatto. L’amalgama che viene a crearsi è – volenti o nolenti – lì per restare. Fluttua nello spazio finché qualcuno non la osserva da vicino e tenta di capire cosa cazzo possa essere successo. A parte la gravità, cos’ha portato queste due realtà a fondersi in un unico, enorme agglomerato di fastidio insopportabile?

Partiamo dal presupposto che nessuno, né qui né altrove, è tanto “oltre” l’umana comprensione da avere la verità in tasca:, vale però la pena di tentare di capire cosa stia accadendo,  in questi anni di incolore tristezza musicale, costruita per essere assimilata da tutti ma rivestita dal sacro involucro di un inconsistente “intellettualismo” inconsistente, anzi, inesistente.

Indie/Alternative Vs. Mainstream: mondi sempre più liquidi e comunicanti

Quali sono, anzitutto, questi due mondi di cui stiamo parlando? Quello della musica prettamente alternativa e quello più genericamente etichettato come ovviamente mainstream. A prescindere dal  genere specifico, si suppone che la prima categoria debba essere quantomeno obliqua rispetto alla seconda.

Oggi stiamo però assistendo ad una sorta di “miracolo” inusitato, ossia alla fusione culturale – e di proposta musicale – delle due realtà in assenza di un risultato economico di spicco senza spesso ricevere in cambio l’ambito ritorno economico sperato, come furono, solo per fare un paio d’esempi, il punk ma ancor meglio il grunge negli anni ’90: dalle cantine e dalle fogne alle telecamere di MTV e ai contratti delle major senza passare dal via.

Foto Ansa

Pur perdendo la propria aura di “alternatività”, le band coinvolte in questo marasma di cambiamento hanno comunque mantenuto – chi più, chi meno, chi meglio, chi peggio – una capacità compositiva ed espressiva più unica che rara. Il resto è storia. Quel che vediamo accadere oggi nel nostro Paese invece di fondo potrebbe essere la stessa identica cosa, ma senza i big money, la visibilità di cui sopra e soprattutto alcun tipo di capacità artisticaPartire dal basso per restare in basso, ma in bella vista. Pur non avendo un bel niente da esprimere sul serio.

Sintomi? Il terrore di ammettere di star facendo qualcosa di ampia fruizione – che per semplicità chiameremo pop nel senso più generale del termine e che questo qualcosa possa piacere. Questa paura atavica porta gli ascoltatori in primis a nascondersi dietro le più bieche scuse per giustificare l’ascolto di qualcosa di faceto.  C’è qualcosa di male? No. Ascoltate i Duran Duran? Buon per voi. Vi gasate come i pazzi con i dischi di Sia? Meglio ancora.

Perché allora cercare una sostanza che non esiste (e non deve necessariamente esistere) in prodotti di questo tipo? Nel piccolo qui accade con svariate band definite – in maniera decisamente improba – “indie”.
La paradossale situazione è circa questa: i musicisti stessi si vergognano del proprio essere poco profondi e vendono il proprio prodotto dietro rinforzi di definizioni insensate, giusto per non macchiarsi della vergogna di puntare ad essere popolari nel modo più semplice e veloce che la storia della musica ci abbia insegnato, ossia creando prodotti immediati, dallo spessore culturale ridotto e dal sapore dozzinale.

A seguire cosa? Uffici stampa che spacciano per “post”, “emo”, “core”, “cantautorato intellettuale” cose così distanti da queste denominazioni da lasciare attonito l’ascoltatore un attimo attento, anziché no. Un gruppo che fa pop brutto (nessuna democrazia, ma buon senso e spirito critico, grazie) creato solo per il “sing along” ai concerti come potrebbe essere spacciata per una realtà “emo” o “punk”? I propri ascolti casalinghi non sempre si traducono nella musica che si suona.

L’appiattimento artistico e culturale si accoppia con logiche di mercato antiche portando ad un risultato che definire folle è dir poco.

Protagonisti e Omologati: il fallimento della cultura indie ed alternativa (o della morte dell’antagonismo)

L’alternative era il modello culturale antagonista per antonomasia all’interno dello spazio cognitivo della proposta musicale che portava a proporre materiale veicolato da linguaggi differenti. I nuovi geni del marketing (senza virgolette né eufemismi) hanno invece capito che devono utilizzare gli stessi linguaggi e calcare gli stessi territori. Il mercato di promozione del prodotto musicale si è spostato dai canali tradizionali a quelli di un Web sempre più solido e professionalizzato, ma comunque così sconfinato da lasciare c spazi incontrollati ed accessibili a tutti. E così, ci ritroviamo sepolti da un mare di musica intercambiabile, composta con pressapochismo, suonata alla bell’e meglio e data in pasto ad adoratori del vuoto invasati delle bacheche di Facebook.

È un’onda omogenea di musica che sembra partire dal basso, ma che in realtà è il risultato coerente ed inevitabile del girare subdolo degli ingranaggi di quell’hype che fa sì che tutte o quasi le next big thing del panorama siano realtà ancor prima di proferir parola od emettere una sola nota. Questo è l’atteggiamento che serpeggia oggi. Che fine hanno fatto gli “hipsters spocchiosi” che meno pubblico osannava una band, meglio era? Non è dato sapersi. Ingoiati dalla macchina del nulla cosmico.

Come può un pubblico di questo tipo, che inizialmente si distingueva da tutte le altre tipologie di audience per attenzione maniacale alle sfaccettature – giusto per risultare più altezzoso che mai – abboccare oggi all’amo dell’etichetta mal applicata a determinati tipi di prodotto? Ma, prima ancora, perché scomodare numi tutelari come Sonic Youth, My Bloody Valentine, Fugazi (sì, sempre loro) e chi più ne ha più ne metta per definire realtà dal valore musicale così impalpabile da risultare meno profonde dei Lunapop? Anche questo non è dato sapersi.

Si potrebbe dire “ah, siete audiolesi”, e probabilmente, potrebbe pur risultare vero. Ma – per non scadere nell’insulto verace e diretto – la causa potrebbe risiedere, più semplicemente, nella mancanza di reali ascolti e in un approccio alla cultura del tutto nullo. Lo spirito critico e l’ascolto attento della musica in sé lasciano il posto al semplice distintivo del “dimostro di conoscere scrivendo un post” e nulla più. Si viene così a creare un vuoto pneumatico tra fruitore e creatore, riempito ad hoc e con estrema furbizia dai mercanti d’aria fritta che tentano di scalare in fretta e furia la montagna del “successo”. Le virgolette sono dovute, in questo caso specifico, poiché questo non è un successo reale bensì virtuale, fatto di like, post, pareri mezzo stampa mossi dal solo hype e dalla smania di dire “IO ve l’avevo detto”. Il che ci pone davanti ad un quadro terrificante di ciò che è la musica “alternativa” oggigiorno in Italia, ovverosia quel mondo ibrido di cui parlavamo in apertura di articolo, né carne né pesce, né di qui né di là, mancante del coraggio dell’indi(e)pendente e anche degli incassi di Cesare Cremonini. A che pro? Questa domanda continua ad echeggiare nella calotta cranica di quei pochi rimasti ad interrogarsi su questioni di questa risma.

Ci piacerebbe dire che l’underground (solo in senso letterale) che ragiona in termini di logica mainstream sia un virus, ma rischieremmo di esagerare. Eppure potremmo non essere sin troppo distanti dalla verità. Liberarsi dal giogo del terrore di essere pop senza vergogna potrebbe portare ad un innalzamento della qualità del proprio prodotto – al di là del fatto che possa piacere o meno – ottenendo così quell’alone di credibilità che qui è venuto a mancare senza se e senza ma. Se lo stesso facessero anche gli uffici stampa il mercato sarebbe più ordinato, più preciso e meno casualmente caotico di quanto non sia ora. Come dicevamo prima, più onesto. Sarebbe un sincero passo avanti per dare ad ognuno il suo spazio specifico o, per meglio dire, corretto.

Indie ed Alternative un tempo avevano un significato specifico, facilmente riconoscibile e riconosciuto, un ruolo socio-culturale realmente alternativo alla proposta musicale imperante – che chiameremmo con l’ormai desueto termine mainstream. Alternativi ed antagonisti, come nello schema narrativo più classico in contrasto con il protagonista. Cosa succede quando gli antagonisti decidono però di voler diventare protagonisti? È l’indie ad aver fallito la sua missione, quando alcuni di loro hanno deciso di sfruttare a proprio vantaggio gli strumenti ed il linguaggio degli antagonisti, emulando però lo stile dei vecchi protagonisti: vogliono essere come loro. E ci sono riusciti. L’indie/alternative si è completamente disciolto dentro il “mainstream” e quel mercato è stato pronto ad accoglierli a braccia aperte ed assorbirli completamente. L’attitudine indie è soltanto una merce da mettere sul piatto: uno specchietto per le allodole.

Viviamo in un’epoca con troppe idee, ma nessuna idea; di bulimia musicale in cui pochi emergono veramente; di centinaia di spazi per la visibilità, che però si stringono ancora dentro l’imbuto dell’esposizione radio-televisiva. In questo contesto retromaniaco e senza energie, le case discografiche vogliono emuli: vogliono epigoni che riprendano i synth anni 80, che cantino come Luca Carboni, Vasco, Dalla, che facciano canzoncine senza spina dorsale, senza nessuna idea originale. Senza, mai e poi mai, nessun pensiero o velleità antagonistica.

L’assenza di antagonisti genera solamente cloni protagonisti ed omologati: tutti lo vogliono, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo perché troppo poco indie. L’indie non è morto, si è soltanto tramutato in una posa per sfornare musica di merda.

 

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