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Marnero – Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora

2018 - Sangue Dischi / Epidemic Records / Dischi Bervisti / To Lose La Track / Shove Records / Sonatine Produzioni / Controcanti
post core / hardcore / post metal

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Tracklist

1. Le navi non ardono ancora
2. A.C.H.A.B.
3. Il settimo senso
4. Detriti
5. Il dilemma dei due guardiani
6. Sulla rupe
7. A Torinói Ló
8. Il gabbiere
9. Prologue
10. L’assedio di Malgrado


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“Ah! E sentirsi lentamente comburere…”  La storia che si ripete non sempre torna come farsa.

Ciurma, risaliamo a bordo di questa nave in tempesta. Dinanzi a noi i faraglioni iniziano a prendere fuoco, il cui lume acceca il naufrago prima di colare a picco. Quando anche il legno dei velieri inizierà ad ardere ci aggrapperemo con le unghie e con i denti ai detriti per fronteggiare la sorte comune: l’abisso. Non lo elude il più fragile dei mozzi né il più temerario dei corsari. Insomma, dimenticatevi le “chiare fresche e dolci acque” di Petrarca; qui la sete si ammansisce con il sale marino.  In realtà dinanzi alla capacità descrittiva dei Marnero ogni discorso è un vaniloquio, a partire da quelli del sottoscritto. Anche perché stiamo facendo i conti con una storia a noi non inedita. 

Siamo giunti al quarto appuntamento a metà strada tra Melville e la fine del mondo. Si pesta duro come in passato senza rinunciare a nuovi orizzonti melodici, probabilmente mai stati così immediati. Ciò non detrae merito alcuno a un disco come “Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora“: un disco mastodontico, dalla uno alla dieci con aureole e corone d’alloro. Questa come premessa generale. 

Per i profani: immaginate Poseidone frontman dei Refused e avrete un’idea generale della musica della band in questione. Ma nemmeno. Immagine troppo approssimativa. Esponenti di un post-hardcore progressivo e dilatato che attinge da lidi post-rock/metal/tutto, i Marnero hanno interpretato con un’originalità senza uguali in Italia (e anche fuori dai nostri confini) un genere musicale nel periodo in cui maggiormente necessitava di rinnovamento in questa direzione. Alla musica si sovrappone un profilo lirico esuberante e verboso, funzionale alla descrizione di storie, personaggi, tragedie, sentimenti etc. riconducibili ad un’epica marittima e caratterizzata da riferimenti biblici e mitologici oramai consolidata al punto tale da avere assunto la mole del marchio di fabbrica. 

2018. A più di due anni e mezzo di distanza dall’immenso “La Malora”, che ha chiuso la trilogia del fallimento iniziata nel 2010 (“Naufragio Universale”) e proseguita nel 2013 (“Il Sopravvissuto”), i nostri ritornano con un disco privo di cedimenti, in cui all’acqua si affianca il suo elemento speculare: il fuoco. Anche Prometeo si sarà scottato nel portarlo agli umani. Il fuoco è le nostre illusioni, la presa di coscienza di chi siamo e cosa siamo e le conseguenze delle nostre azioni. Si resiste e si procede solo se quel fuoco siamo in grado di portarlo con noi e non serve mentire a se stessi fingendosi pronti. Questo è il preludio del disco che con l’opener Le navi non ardono ancora inizia a tracciare le linee direttive generali: muro granitico di chitarre distorte, sezione ritmica dinamica, voci cavernose dall’estensione gigantesca, viole e violini meno comprimarie e più pervasive (e forse più funzionali) rispetto al passato.  

Mi piace pensare a  “Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora” a un esito musicale di difficile definizione che in tempi recenti coinvolge sempre più band in campo hardcore giunte al quarto album. Due esempi su tutti: Touchè Amorè (“Stage Four“) e Birds In Row (“We’ve Already Lost The World“). Come nei due dischi di raffronto in questione è evidente sin dal primo ascolto una generale pulizia del suono ma non vi è mai un vero e proprio sgonfiamento del tiro. Prendiamo ad esempio un pezzo come Il Settimo Senso, in cui un tappeto d’archi (in buona parte firmato da Nicola Manzan, non ultimo dei mozzi) introduce un gorgo burrascoso sospeso tra hardcore e metal che per impatto sonoro nulla ha da invidiare agli ultimi Storm(O). Il tutto poi per affrescare una sublime narrazione sul senso di colpa configurato come momento definitorio dell’umanità, come transizione da “io” a “noi” nel momento in cui ne prendiamo coscienza. Dal riduzionismo all’olismo.

Altro esempio pertinente in questa prospettiva e A.C.H.A.B, mina HC quasi old school dal finale epico e tra i brani più diretti mai scritti dal gruppo. I colpi di rullante diventano strappi al cuore, un cuore già svuotato dalla perdita. Ma anche oltre: dal mai avuto. 

Sempre con i due dischi di prima come termini di paragone assistiamo al vero punto di forza del disco, ossia una rinnovata capacità melodica. Sulla rupe tocca forse l’apice del disco con quell’arpeggio dal sapore emocore in grado di risvegliare Indian Summer e Christie Front Drive. Sulla rupe è tutto, è l’acme. Ha ogni cosa al punto giusto: gli archi, le armonie, le chitarre, il testo tra i più belli mai scritti dal gruppo, la sovrapposizione delle voci . Tutto. Altra vetta del disco è l’interludio. Perché quando parte Detriti io le lacrime non le trattengo. Poco importa se è “soltanto” una detour post-metal strumentale impreziosita dalle frasi del cult “L’Imperatore di Roma” di Nico D’Alessandria. Io quando sento “infermieri slegatemi” penso a Franco Mastrogiovanni e alle sue 87 ore, al povero cristo anarchico che si butta in mare al grido di Addio Lugano Bella, all’idealista che rigetta il paradigma culturale del sistema in cui è inserito e che paga la sua inadeguatezza col prezzo più alto. Altra menzione per il gioco a somma zero di Il Dilemma dei Due Guardiani, brano di grande impatto emotivo più riconducibile agli esordi del gruppo.

Proseguendo verso l’epilogo i toni si fanno più espansi e sinfonici. Prologue  incendia le navi e lo fa con un’ouverture in cui vi partecipano Giovanni Cattabriga (Wu Ming II) e Egle Sommacal (chitarrista dei Massimo Volume). Mentre le fiamme divampano la catastrofe va a consumarsi e si sublima in un brano immenso e fragoroso come L’Assedio di Malgrado, assalto frontale che sintetizza la ruvidezza e la violenza generale dell’intero disco. A quanto pare anche con la fine dei mondi siamo comunque costretti a combattere, per l’eternità, per un mondo più giusto, per un tempo più libero.

Un’ altro centro (nel cerchio?) per i Marnero. “Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora”  è un disco più accessibile e melodico rispetto ai precedenti, perfettamente attinente alla contemporaneità e contiene alcune tra le cose più ispirate e genuine mai fatte dal gruppo. Semplicemente uno dei migliori dischi di quest’anno. Che in questo mare si possa naufragare ancora e ancora per lungo tempo.

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