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Pull My Heart Strings: una retrospettiva sui SAETIA

Saetia

AE. C’è stato un momento, durante il primo anno di università, in cui questa coppia di vocali è apparsa come la chiave per una porta che non sapevo esistesse, ma avevo un inconsapevole bisogno di trovare. Io e Lorenzo ci siamo conosciuti suonando, ognuno con la propria band, mentre scoprivamo il mondo e la musica, ed è stato lui, qualche anno dopo il nostro primo incontro, a riaccendere in me un interesse che credevo esaurito. In quanto frequentatore di internet molto più esperto, Lorenzo arrivò prima alla nicchia che mi risucchiò vorace qualche anno dopo. Screamo, emoviolence, emocore, che orrore le etichette, soprattutto se applicate a qualcosa di tanto genuino, eppure talvolta sono un’approssimazione necessaria per capire di cosa si stia parlando.

AE dicevamo, perché le prime due band che sottopose alla mia attenzione condividevano un carattere comune piuttosto evidente: la presenza, nel nome, di questo scomodo dittongo che impone sempre un’esitazione nella pronuncia e forse proprio per questo appare così adeguato a rappresentarle. La vicenda mia e di Lorenzo, giovani inquieti coinvolti in band dalla vita breve, non avrebbe alcun peso se non lasciasse intravedere la stessa trama, fatti salvi gli esiti e la rilevanza, di quella dei componenti dei Saetia. “Ho pensato di scrivere un resoconto dettagliato delle vicende che hanno interessato la band, completa di ‘ci siamo conosciuti lì, poi abbiamo incontrato quello e abbiamo fatto quel concerto’ ma mi sono reso conto che sarebbe stata essenzialmente la storia di qualsiasi band” scrive Billy Werner nelle note di “A retrospective”, compilazione che ebbi occasione di procurarmi proprio ad un concerto dell’altra band con quell’intrigante coppia di vocali nel nome, i Raein. A colpirmi maggiormente al primo ascolto, ancora più del connubio tra chitarre così volubili e ritmiche così nervose, fu proprio l’impressione che si trattasse di gente come me, come noi, che urlava tutto quello che aveva in corpo affidando completamente se stessa all’altro, senza pretendere nulla in cambio.

Conoscevo i Minutemen, adoravo Minor Threat e Fugazi ma l’identificazione che mi suscitarono i Saetia era un fatto inedito e derivava dalla percezione di una prossimità molto maggiore. “Our band could be your life” dicevano quegli altri, ma mentre non avevo mai pensato di poter suonare la chitarra come D. Boon o il basso come Joe Lally, fin dalla prima volta che ho ascoltato quella voce, così disperata e straziante, ho avuto l’impressione che potesse essere la mia, che quelle parole, così desolate e quotidiane, fossero le mie. Le coordinate essenziali sono poche, ma tutte significative: la fine degli anni ’90, periodo in cui la musica emotiva andava incontro alla sua seconda primavera; la New York University come terreno di coltura; un nome che citava Miles Davis, riprendendo il legame che gli Swing Kids, formazione post-hardcore di San Diego antesignana di quello che verrà poi definito screamo, avevano annodato con l’immaginario jazz.

L’esordio avviene nel 1997, su una cassetta contenente quattro brani che tracciano in maniera inequivocabile le coordinate di uno stile unico ed estremamente personale. In questo senso The Burden of Reflecting è esemplare, con i suoi cambi di atmosfera, sottolineati tanto dalle chitarre quanto dalla voce che alterna urla strazianti a inquieti spoken word. “Uncertainty haunts my everything” recita Werner, chiarendo i contorni di quello che appare da subito come un manifesto programmatico. Sull’altro lato della cassetta Venus and Bacchus e One Dying Wish costituiscono, a mio modo di vedere, una delle vette emotive della breve storia della band, con la parte intellegibile del testo a dipingere i contorni di rapporti personali difficili, irrisolti o anche solo dolorosamente desiderati e immaginati, e le urla a riempirli con pennellate dense e violente di colore. Queste due canzoni appaiono anche su un 7” dello stesso anno, uscito su Level Plane Records, etichetta fondata dal batterista Greg Drudy per l’occasione, la quale avrà un ruolo centrale nella crescita e nella diffusione dello screamo.

Il primo e unico LP a nome Saetia, uscito nel 1998, perfeziona la formula, rendendo i momenti convulsi ancora più nervosi e mettendo in mostra maggiore padronanza e ricercatezza nelle soluzioni strumentali, che si tratti di delicati arpeggi o di taglienti riff in grado di segnare repentini mutamenti di umore. Nonostante la continuità con il recente passato, anche la struttura dei pezzi si fa maggiormente imprevedibile, illuminando sentieri che tanto gli Hot Cross, la band che Werner e Drudy avrebbero messo in piedi di lì a poco, quanto gli Off Minor del chitarrista Jamie Behar, continueranno ad esplorare con risultati entusiasmanti. Già, perché la fine del 1999 portava con sé quella dei Saetia, prima che questi potessero veder fiorire anche solo parte di ciò che avevano seminato, e questo non può che contribuire al loro fascino. “Eronel” usciva postumo per Witchin Hour, tre pezzi su un 7” che non aggiungevano nulla a quanto detto fino a quel momento e che suonano ancora oggi come una resa: “It’s too sad, too tragic” recita Werner nel finale di Some Natures Catch No Plagues, come se la band non avesse retto al peso delle emozioni incarnate nella propria musica.

Di quegli anni intensi rimane poco o nulla oltre alle canzoni, raccolte nella discografia di cui sopra, uscita nel 2001 per Level Plane Records, e più recentemente stampate in vinile dalla Secret Voice, etichetta di Jeremy Bolm dei Touché Amoré. Troppo poco per chi, come me, non abbia avuto la possibilità di vivere in prima persona quell’esperienza. Dopo aver guardato migliaia di volte i pochi video presenti su YouTube, tutti contraddistinti da una pessima qualità di immagini e audio, mi sono però convinto che sia giusto così, che una live session su Audiotree o KEXP, pulita e inframezzata dalle chiacchere, quella sì che ci avrebbe privati della magia di quelle urla, avrebbe allontanato i brividi che quei pezzi sono in grado di suscitare ad ogni volta ascolto. Che, in fondo, quei ragazzi avessero già messo in gioco fin troppo di loro stessi per permetterci di chiedere altro.

Saetia

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