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Cat Power – Wanderer

2018 - Domino
pop

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Tracklist

1. Wanderer
2. In Your Face
3. You Get
4. Woman (feat. Lana del Rey)
5. Horizon
6. Stay
7. Black
8. Robin Hood
9. Nothing Really Matters
10. Me Voy
11. Wanderer/Exit


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È sempre una delizia parlare di Cat Power. Bisognerebbe ascoltarla almeno una volta alla settimana per incanalare nel proprio animo lo strascico di malinconica che si porta appresso da ormai 23 anni a questa parte, eterna giovane lei. Talento e capacità espressive sopra la media di una buona fetta di sue colleghe, divenuta ben presto un corrispettivo indie/slowcore/folk di Tori Amos e andata ben oltre. Dicevo, una delizia.

Nonostante la sicurezza di quanto appena detto “Wanderer” mi suona come un passo indietro rispetto a “Sun”. Certo, il disco del 2012 a molti sarà sembrato un’involuzione rispetto all’introspezione emotiva tanto cara a Charlyn da “Dear Sir” in poi, col suo essere in qualche modo sbarazzino pop danzereccio, quasi a precedere su quella strada l’odierno Beck.

A stupirmi, in un certo senso, è il passaggio “influencer” di tutta una generazione di cantautrici alternative ad “influenced”, nella misura in cui oggi Cat Power si infila di soppiatto in quel filone pop che in radio spopola e che spesso e volentieri fa capo a gente come Alice Merton e della sempre più sopravvalutata Lana Del Rey. Proprio quella Del Rey che qui fa la sua comparsa ai cori del singolo Woman e che proprio una brutta figura non fa, nel suo spingere la voce principale tra strali indie folk di rara potenza ma che poco aggiunge ad una formula già più volte ritenuta – a ragion data – vincente da queste parti.

Le venature blues di CP continuano a tessere la tela di un suono delicato e prezioso che si destreggia tra la Amos e la PJ Harvey di “White Chalk” (la cover di Rihanna Stay), aggiungendo un gradiente pop-jazz e vellutato che rende la materia qui presa in esame a volte più intenso (In Your Face prende in prestito certi deliqui waitsiani) a volte debolucci e poco ispirati. C’è tanto della tradizione chansonistica virata super pop – d’autore s’intende – e tanta bravura nell’uso delle doppie voci (Black splende in bagliori d’immensità), ma non sempre la voce è punto di forza, soprattutto quando la tentazione di utilizzare l’auto-tune si fa viva (Horizon). Si fa perdonare quando l’immersione nella malinconia di cui sopra si fa Stella Polare e il pianoforte sorregge lacrimevoli sintomi di bellissima commiserazione (Nothing Really Matters).

La strada che intraprende Cat Power è quella di farsi latrice di un pop educato e inficiato dalle proprie origini alternative. La ritroviamo rinnovata ma, come dicevo prima, per me è un significativo dietro-front. Non che “Wanderer” sia sgradevole, avercene di cose così forti in radio. È solo una strada già percorsa e che forse andava lasciata ai capitoli punta di diamante di una discografia finora perfetta. Staremo a vedere.

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