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Back In Time

Back In Time: KORN – Korn (1994)

Una delle più classiche scaramucce tra fratelli durante infanzia e adolescenza è: “Mi presti la tal cosa?” “No” “Ma non la stai usando” “Non mi interessa, guai a te se la tocchi”. Tra me e mia sorella, più vecchia di me di quattro anni, è capitato oggetto della contesa fosse una copia di “Issues” da lei acquistata e quindi di sua esclusiva proprietà. Superfluo sottolineare come me ne impadronissi ogni volta che non era in casa, trattandola come una reliquia e riponendola dove l’avevo trovata con precisione millimetrica affinché non si accorgesse di nulla.

Curiosamente sebbene negli anni mi fossi procurato “Life Is Peachy” e “Follow The Leader”, non ebbi modo di soffermarmi sull’esordio eponimo dei Korn fino alla terza o addirittura quarta superiore. Non ricordo gli esatti motivi ma può essere che la cocente delusione riportata in seguito all’ascolto di “See You On The Other Side”, abbia inaugurato un periodo di disaffezione nei confronti dei cinque di Bakersfield. Il pretesto per colmare tale clamorosa lacuna me lo diede una di quelle svendite di cd nei supermercati: 5,90€ erano un prezzo troppo ragionevole per non cogliere al volo l’occasione per soddisfare una curiosità così lungamente trascurata.

Ho spesso letto che una delle imprese meglio riuscite a Jon Davis e soci, sia stata quella di colmare il vuoto lasciato dal volo sul nido del cuculo del signor Cobain. Da nativo di una delle più sperdute province italiche, non credo di essere il più adatto a trattare di culti generazionali in vigore dall’altra parte del pianeta un quarto di secolo fa. Così come non mi va di provare a individuare linee di (dis)continuità tra “grunge” e “nu metal”, etichette che ritengo avessero poco in comune oltre alla tendenza a mettere nello stesso calderone band molto diverse tra loro. Posso però raccontare cosa la scoperta tardiva del loro primo album abbia rappresentato per me: una seduta psichiatrica presso un dottore uscito da un racconto di Stephen King, che consiglia l’autolesionismo come terapia.

Non tanto e non solo i postumi da metanfetamina di Blind : a causarmi un rimescolamento delle interiora fu innanzitutto la disperazione urlata in Need To, storia d’amore non corrisposto che finisce per tramutarsi in odio. Così come da perennemente preso di mira dai compaesani, non potevo non ritrovarmi nella furia vendicativa espressa da Clown. E che dire della frustrazione esorcizzata in quel capolavoro di Faget (chissà quante polemiche solleverebbe oggi un titolo del genere…)? Quale band sana di mente potrebbe mai mettere su disco la versione metal di “Giro girotondo”, introdotta da un assolo di cornamusa?

Pur avendo percorso la discografia del gruppo a ritroso, averne già affrontato il secondo album fece sì l’assenza della super produzione dei lavori successivi non mi straniasse troppo. Quanto quei ritmi assassini tagliati con l’accetta e quella carneficina a base di sette corde abbiano cambiato le sorti della musica pesante venuta dopo, è arcinoto. Terreno fertile per la voce del frontman, così visceralmente rancorosa e pregna d’angoscia, intenta ad abbozzare linee melodiche pronte a sfociare in urla, grugniti e lamenti. Il resoconto di una gioventù segnata da incomprensioni, rapporti fallaci e trascorsi famigliari dolorosi. Un’elegia funebre dettata dal rimpianto per un’innocenza violata e irrimediabilmente perduta.

Nell’impossibilità di segnalare una traccia con qualcosa in meno delle altre, non mi resta che individuare quella che a mio avviso svetta su tutte. Trattasi dei nove e passa minuti (che diventano più di diciassette tenendo conto del dialogo inserito come scherzo finale da Ross Robinson) di Daddy. Rievocazione di un dramma di abusi sessuali introdotta da una nenia al limite del canto gregoriano, prima di lasciare spazio a un brano che alterna inquietudine e ferocia. Spietatamente crudo nel restituire la descrizione di una delle azioni più aberranti di cui possa macchiarsi un essere umano. Proprio come il bambino che si ritrova a subirla, all’ascoltatore non rimane che un senso di impotenza e sgomento. Un tasto tanto dolente da spingere Davis a scoppiare in un pianto incontrollabile e abbandonare la sala d’incisione, con tanto di porta sbattuta alle spalle. Resa ancora più straziante dall’inserimento della registrazione di una donna che canta una ninna nanna, mentre si ode chiaramente il cantante gemere e ansimare. Vero crollo nervoso immortalato o sapiente coup de théâtre non cambia nulla: rimane un gioiello di rara intensità evocativa.

Poteva una band tanto grezza e sanguigna avere idea di stare inaugurando uno dei filoni più remunerativi del decennio? Risulta assai difficile rilevare qualcosa di calcolato in quest’opera prima, anche a distanza di tanti anni. Il solco ormai era tracciato e i suoi artefici in primis non riusciranno più a tirarsene fuori, seppur contaminando e raffinando la propria proposta con successo (non solo di vendite) almeno fino ad “Untouchables”. Per il resto, la musica era riuscita una volta di più a riscattare un’esistenza travagliata e farsi specchio in cui orde di adolescenti arrabbiati potevano rivedersi.

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