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SPORCHE ANIME DI PIOMBO: un breve viaggio nel mondo industrial

Le moderne cattedrali chimiche e metallurgiche che si stagliano su cieli di piombo e cemento armato, fabbriche d’armi dismesse, centrali elettriche e muri innalzati per dividere mondi distanti da loro per forze di causa maggiore, arte di strada, droga e menti perdute, ancora arte ma questa volta libera dal giogo del committente per finire divorata dal basso e divenire pop, ancor più popolare di quanto non lo fosse mai stata. Pochezza a strati, come scavi archeologici in divenire e volti verso un futuro che rifugge la luce e della libertà fa la propria gabbia inespugnabile.

Da qui, dal dopoguerra, dai pensatori musicali liberi, ma anche da prima, dai Rumorofoni di Russolo, dal disastro acustico crescente e dallo sferragliare metallico l’industrial ha preso forma. La musica concreta che si insinua sotto la pelle del rock morente e del punk abortito divenuto post in men che non si dica e morto in fretta riesumato solo per i revival di genere in anni sospettissimi, i nostri. Ma all’inizio c’era Berlino, la Mecca dei nuovi artisti, quelli grossi come Bowie, Cave e Pop, ma anche quella dei Die Geniale Dilettante prima e della Neue Deutsche Welle poi, dei cantieri a cielo aperto dell’Ovest e del disagio della povertà dell’Est. Tutti a guardare al cemento, al muro, ai cavi elettrici, a sentirli sfrigolare

Ma ci sono anche i casermoni britannici, sede della “tribù” della Working Class, impianti suburbani bulimici, pennacchi di fumo che svettano all’orizzonte, post-Pink Floyd che guardavano ad un altro tempo e modo mentre Genesis P-Orridge ascoltava i rumori di fondo delle città stagliarsi al largo di un mare di ghisa, pensando di riuscire a controllarlo mettendolo su uno spartito sporco di sangue.

E poi San Francisco, patria hippie divenuta un mostro che divora i sogni, e Chicago, Cleveland con le loro fabbriche e periferie orripilanti e rigurgitanti violenza e tossicodipendenza fino ad arrivare a New York, che del rumore in quanto tale è patria, in un genocidio sonoro senza eguali. Finire imprigionati nell’hinterland milanese degli anni ’80, o imbambolati in una Roma che da Urbe Aeterna diveniva fucina di un silenzio spezzato dalle auto che si rincorrevano e intasavano le strade, sporcando di smog il passato che non passa mai

Molte sono le strade intraprese dall’industrial, suono più che genere, modus operandi di una generazione che del punk non voleva saperne nulla a causa delle sue velleità e del rock aveva un ricordo barocco e vomitevole. Più interessati a Neu!, Kraftwerk, Can e Faust che alle progressioni di Genesis, Floyd e violenza astrale dei King Crimson, o oltreoceano annoiati a morte dal lezioso incedere del jazz sempre più votato ai piani alti della società, o stanchi morti della canzonetta di Sanremo coloro che fecero proprio il suono di un mondo meccanico si distribuirono sulle sue terre metropolitane come cantori della fine o del suo post-.

Ci sono i nomi diventati ormai culto e “mainstream”, quegli Einstürzende Neubauten che trascinarono alla luce l’Arte grazie alla lungimiranza di Nick Cave nel prendersi in squadra Blixa Bargeld, oppure la ferocia metal dei Ministry che diede una spinta non da poco al suono su suolo a stelle e strisce, ma prima ancora i Throbbing Gristle che si fecero padri/padroni-madri/matrone di un nuovo Verbo irriverente. Più sporco del punk più stronzo, più spaventoso del rocker più iconoclasta, più inferocito di qualsiasi altra cosa ascoltata fino a quel momento. E così, come tante furono le strade su cui s’incamminò ognuno di loro, altrettante furono le diramazioni, più grandi, meno famose, ascese al cielo. Da qui i Nine Inch Nails, che oggi calcano palchi destinati a quel tempo che fu al massimo a Bruce Springsteen, come dei Conquistadores dall’intelletto tagliente. O ancora Marilyn Manson che del genere in sé si fece beffe per divenire quello che lui stesso aveva sempre combattuto/desiderato.

Prima, dopo e durante questo enorme flusso ci sono stati corsi d’acqua sporca più piccoli ma tanti da poterci perdere ore e giorni. Tanti da poterci scrivere mille libri ed altrettanti articoli. Come speleologi robotizzati possiamo attraversare questa Terra fertile e al contempo sterile, osservandone alcuni bivi, indecisi su quale imboccare per primo.

PAILHEAD – TRAIT

(Wax Trax!, 1988)

Mentre i Ministry entravano nei territori più biechi ed industrialmente rock e la fama cresceva, Al Jourgensen non riusciva a starsene fermo. Così come non poteva stare fin troppo fermo nemmeno Ian MacKaye. Cosa unisce due realtà così distanti? Una straight edge e l’altra iper-drogata? Probabilmente l’idea di scardinare una volta per tutte ogni singulto pop nascente attorno a queste due creature mitologiche passando in quel terreno esplorato solo dai Big Black dell’hardcore industriale. A completare la line-up non potevano che esserci Baker e Rieflin. “Trait” dura nemmeno 25 minuti ed è un trapano vero e proprio: Ian sbraita secco i suoi slogan che sembra di tornare ai tempi dei Minor Threat e frantuma la chitarra all’unisono con Al mentre i colleghi si muovono su bordoni gelidi in loop. La slabbrata Anthem sembra l’anticamera in salsa industrial di quei Fugazi di lì a venire. Purtroppo i Pailhead iniziano e finiscono qui, poco più che uno schizzo di sangue sul muro e un sacco di buone promesse rimaste a metà.

LARD – THE LAST TEMPTATION OF REID

(Alternative Tentacles, 1990)

Jourgensen però non si dà per vinto e ritenta la strada hardcore andando a pescare nientemeno che sua maestà Jello Biafra. Al signor Dead Kennedys le sfide piacciono e così anche gli emarginati e qualsiasi cosa abbiano da dire, o che siano in grado di aiutarlo nel suo vomitare vetriolo politicamente scorretto in faccia a chiunque. I Lard nascono un anno dopo la fine dei Pailhead e dopo un primo EP di prova atterranno a velocità supersonica con il primo full lenght “The Last Temptation Of Reid” licenziato dall’etichetta di Biafra. Questa volta dietro le pelli non c’è il fido Rieflin bensì Jeff Ward (già batterista live in questi anni dei NIN, scomparso nel ’93) ma la cifra stilistica è a tutti gli effetti quella della band di cui sopra, con la differenza che ovunque ci sia Jello c’è follia. Quello che mancava a MacKaye in termini di ferocia e psicosi ce lo mette l’ex DK e gli altri gli menano dietro come treni. Siluri industrial-punk come Mate Spawn And Die hanno qualcosa della precedente band del cantante (tipo i giri di chitarra) ma il resto è pura novità: Forkboy è un pezzo che trita le ossa tanto le chitarre sono compresse mentre il marciume blues-sintetico si fa sentire sui 15 minuti di I Am Your Clock. Monolitici come nemmeno i Ministry stessi sono riusciti ad essere i Lard si attestano come uno dei migliori esperimenti collaterali sia di Biafra che di Al.

PIGFACE – GUB

(Invisible, 1991)

Quando oggi parliamo di supergruppi non sappiamo quel che stiamo dicendo se in mente non abbiamo gli immensi Pigface. Immensi nel vero senso della parola perché se il gruppo è nato, come al solito, da una costola dei Ministry e con la suprema supervisione del solito Jourgensen, le menti pe(n)santi di questa creatura sono Martin Atkins e Bill Rieflin. E se il nome del primo non vi dice nulla dovreste scartabellare i vostri album dei Public Image Ltd. “Gub” è un album mastodontico da ogni punto di vista. Punto primo: è prodotto da Steve Albini. Punto secondo: le linear notes tra gli altri prevedono Trent Reznor, la marcia voce dei Jesus Lizard David Yow, Chris Connelly e Nivek Ogre degli Skinny Puppy. Insomma la creme del male. Musicalmente “Gub” è una disastrosa orgia industrial, tra i lavori più sporchi e minimali usciti dalla macina statunitense del genere. Yow su The Bushmaster (scritta assieme a Reznor) vomita disagio in ogni angolo della stanza su un sabba ritmico voodoo d’altri tempi, Tapeworm è una sassata noise rock orripilante, Cylinder Head World ci riporta a Berlino circa dieci anni prima con tutti i rumori metallurgici del caso e il basso di Barker a far male e infine abbiamo Suck, o meglio il suo esoscheletro. Il pezzo finirà con l’aggiunta delle solite chitarre sull’EP “Broken” dei NIN ma qui fa ancor più spavento così priva di orpelli e ripiena di meccanismi arrugginiti con un Reznor tanto giovane quanto fuori di testa. Contate infine che nei dischi successivi e dal vivo da queste parti girerà gente come FM Einheit, Flea (proprio lui) e Danny Carey e riconsiderate l’idea di supergruppo. Al volo.

FOETUS – GASH

(Sony/Columbia, 1995)

Chiunque sia il pazzo che alla Sony decise di pubblicare “Gash” del progetto Foetus noi non possiam che ringraziarlo. Usciamo un attimo dall’universo Ministry per incontrare un altro dei fautori massimi dell’industrial statunitense J.C. Thirlwell. La sua idea di musica industriale è ben distante dalla straviolenza ministryiana e si rifà ben più volentieri a quanto esposto dal Cave post-punk dei suoi Birthday Party, con quel pizzico di clangore metropolitano che male non fa. Il disco in questione è quel che potremmo definire un album jazzdustrial, volendo coniare un nuovo genere. Tra le fila Vinnie Signorelli (Unsane), Marc Ribot, il capoccia di Cop Shoot Cop Tod Ashley e Steven Bernstein. Già avere due della compagine zorniana come Ribot e Bernstein dà l’idea di quello che si può trovare da queste parti: un impasto infestante di blues amorfo (Friends Or Foe, signori, ritoccata anni dopo da Patton), punk elettrostatico con tanto di tastiere apocalittiche e bile synth vomitata su lamine d’acciaio. Un disastro come non se ne sentivano da secoli.

WISEBLOOD – DIRTDISH

(K.422, 1987)

Prima delle scorribande jazz Thirlwell (qui Clint Ruin) fa squadra con quel “derelitto” di Roli Mosimann (ormai fuori dalle fila degli Swans) e dà vita alle lordure dei Wiseblood. La Stella Polare – vocalmente parlando – qui è Waits e Clint sguscia tra chitarre rock’n’roll/psycho/no wave e rantola e grida fuori dai denti tutte le peggiori amenità non-sense (cosa cazzo vorrà dire “do you wanna be my prime gonzola”?) facendosi spazio tra synth ultracompressi e mostruosità allucinogene dando vita – involontariamente – al suono dei Fear Factory: 0-0 (Where Evil Dwells) infatti finirà coverizzata su “Obsolete” anche se sono proprio le corde vocali stentoree di J.C a dare il la a C.Bell. Quindi grazie.

GOD – POSSESSION

(Caroline/Virgin Records, 1992)

Prima di farsi chiamare The Bug Kevin Martin era solo Kevin Martin e verso la fine degli anni ’80 la sua voglia di distruzione era ben lontana dai suoi successivi desideri trip-hop, semmai la vicinanza con gli ambienti più feroci era il suo pane quotidiano. Così decise di chiamare in causa le persone giuste tra cui Justin Broadrick (che quell’anno pubblicò “Pure” dei suoi Godflesh per dirne una) e Dave Cochrane dei noise-rockeggiatori Head Of David (veri missili). La cosa che più aliena è che in line-up ci sia Tim Hodkinson, sassofinista/clarinettista dei leggendari Henry Cow. E son belle cose. Infatti la cifra industriale qui risiede nelle impressioni più che nel sound, devoto a quello che sarà il jazzcore in seguito. Le ritmiche robotiche, i tubi di metallo percossi, i fiati spezzati di Tim e John Zorn (oh sì, su 3 brani) e le declamazioni brutali di Martin che richiama a sé un’apocalisse tutta urbana, il tutto frastagliato dalla chitarra a lama ricurva di JK Flesh fanno di “Possession” un album alienante, dall’anima industrial e dal cuore free jazz che a Albert Ayler avrebbe strappato un sorriso. E se lo suonate di notte avrete ben più di un incubo.

TECHNO ANIMAL – THE BROTHERHOOD OF THE BOMB

(Matador, 2001)

Ma la coppia Martin/Flesh non esaurisce qui il suo infame corso degli eventi. A cavallo degli anni in cui i God facevano la loro comparsa nascevano anche i Techno Animal. Se di certo il loro album più prettamente consono al sound in esame sia “Re-Entry”, un misto di noise feroce, ambient, trip e hip hop strumentale è con “The Brotherhood Of The Bomb” che il sound del duo prende forma definitiva. Abbandonate le velleità prettamente notturne dell’album del ’95 qui a far da padrone è un uso assassino di inviluppi distruttivi, chitarre mostrificate, synth horror, basi bombastiche e come bonus rhymers di livello. Il devastante duo Vast Aire/El-P (quello stesso anno fuori con “The Cold Vein” dei Cannibal Ox, altri debitori industriali) si scambia il microfono sull’hyper industrial-hip hop di We Can Build You su bassi snuff e base immensa, la posse del male Antipop Consortium se la fa sulla strisciante e minimal techno Glass Prism Enclosure e chiude i giochi MC Dälek sui glitch deraglianti di Hell.

COIL – SCATOLOGY

(Force & Form/K.422, 1984)

Se camminiamo per la Terra d’Albione non possiamo non incontrare Peter Christopherson e John Balance. I Coil sono costole di Throbbing Gristle e Psychic TV e di entrambe le realtà forieri di un’evoluzione tutta propria, oscura e terrificante. Unico nel suo genere il duo nel suo percorso si creò la propria colonna sonora verso la morte, letteralmente. Come dei Duschamp anti-musicali e post-post-moderni i due lavorarono ad una serie di cut-up esoterici fino a tradurre in abbacinante realtà le esplosioni noise-jazz di “Scatology”, accompagnati al banco mix da Clint Ruin. Come Foetus i Coil infatti nutrono qui una psicotica ammirazione per l’industrial rock primevo sottoposta alla mutazione di un synth pop gotico e marcio fino al midollo (d’altronde è coinvolto anche Marc Almond). I suoni sono ascrivibili alla gelida composizione di “Some Great Reward” dei Depeche Mode – che a loro volta presero in prestito nel vero senso della parola dagli Einstürzende – ma con in aggiunta aggressioni vocali da gang di strada, bassi ficcanti e chitarre come lame arrugginite con una saporita aggiunta dell’apocalisse cara a David Tibet miscelata sapientemente con un retrogusto di jazz britannico.

TASADAY – L’ANIMALE PROFONDO

(Azteco Records, 1986)

L’Italia degli Anni di Piombo era la perfetta incubatrice per la nascita dell’urgenza post-industriale nel nostro Paese. Molte furono le formazioni che parallelamente a quella nutrita schiera hardcore fecero a brandelli l’idea di musica italiana, prendendone tutte le dovute distanze. Dalla scena più schiettamente punk però coloro che scelsero il cammino mostrato da P.Orridge e Monte Cazazza si discostarono nettamente guardando in loro stessi come nessun altro al tempo osò fare. “L’animale profondo” cui diedero la luce i brianzoli Tasaday è la fine di quell’incubo fatto di piombo e bombe, l’apologia di un dio-macchina che pianta le sue propaggini nella terra brulla e immersa nella nebbia di una landa che si divide tra desolazione e industrializzazione spregiudicata. Tra sassofoni spettrali, formalità dub destrutturate, disperate ed inumane grida, selvagge tribù aliene intente in percussioni animistiche e sintetiche deformazioni ambient questo è ancora oggi, a 32 anni di distanza dall’uscita, uno dei capisaldi del genere in Italia. Fa male come non mai nel suo essere manicomio senza porte né finestre.

AIN SOPH – I

(Misty Circles, 1984)

Roma rigurgita storia e magia all’unisono, tra i Fori e le macchine che si rincorrono impazzite sulle proprie strada disseminate di crepe. Ad estrapolarne l’anima antica attraverso metodi futuristici gli Ain Soph con il loro album di debutto diedero alla musica ritualistica una casa nel tricolore. Al tribalismo dei Tasaday il combo capitolino contrappose un’ipnotica matrice ambient, architettata su rintocchi di morte e ferali presenze fantasmatiche in una spirale di delirio ritual-pagana che non avrebbe sfigurato alla corte di Death In June, Dead Can Dance e Current 93, ma forse in qualche misura ancor più spaventosa. Sperimentazioni da camera mortuaria il cui scettro è ancora in mano al papa zombie seduto su quel trono suo di diritto.

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