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Back In Time

Back In Time: SMASHING PUMPKINS – Mellon Collie And The Infinite Sadness (1995)

Guardando il video di Silvery Sometimes (Ghosts) ho provato una sensazione strana, una di quelle sensazioni alle quali non riesci a dare un nome preciso. Non è solo tristezza o pietà, amarezza e senso di perdita: è qualcosa di più profondo, più letale del “tradimento” e meno importante del ribrezzo. Guardo il video e ascolto la canzone (che avevo già sentito qualche settimana prima) e mi chiedo solo perché, perché Mark McGrath degli Sugar Ray, perché quel ridicolo vestito da coniglio che “Donnie Darko” mannaggia a chi cazzo lo ha scritto che ancora non si leva dalle palle, perché non scrivere un riff nuovo anziché rifare paro paro 1979. Ma certo, ora so cos’è quella sensazione, ha un nome ben preciso e me lo suggeriscono gli stessi Smashing Pumpkins: mellon collie and the infinite sadness.

Dovrebbe essere tra virgolette, direte voi, ebbene no, perché non è solo il loro album capolavoro, quello che li consacrò una volta per tutte in un Olimpo diverso da quello di tutte le altre band nate nel liquido mutageno del grunge, dicevo, non è soltanto quello: è un sentimento vero e proprio. È esattamente, precisamente, ineluttabilmente quello che provo di fronte a questo video. Possibile che un disco del 1995 suoni meno vecchio di un brano del 2018? Ebbene la risposta è sì. “Mellon Collie And The Infinite Sadness” non è invecchiato di un sol giorno. I suoni orchestrati da Flood, Alan Moulder – i Maestri del suono synth, pop, rock, art e new wave degli anni ’80 – e dallo stesso Billy Corgan sono stati congegnati con tale grazia e maestria che il tempo non ha avuto effetto su di loro.

Scrivere un’opera rock (perché di questo si tratta) in pieni anni ’90, anni in cui i doppi album erano qualcosa da cui fuggire il più lontano possibile, fu un atto di fede, di follia e di coraggio. La Virgin lo disse chiaro e tondo a Corgan: “Vi suiciderete a pubblicare un doppio album”. Ipse dixit ed eccoci qua 23 anni dopo a ridere della sicurezza dei colletti bianchi dell’etichetta (che comunque ancora si stanno leccando dita e conto in banca), con più di CINQUE MILIONI di copie vendute solo negli Stati Uniti e addirittura nell’anno in cui uscì schizzò al diciottesimo posto delle classifiche italiane. Se credete sia poco allora non avete vissuto gli anni ’90 del Festivalbar (anche se quell’anno ospitò Björk), se pensate sia poco ascoltate la roba che esce oggi dal cappello del cosiddetto alternative, poi ne riparliamo. Perché fu qualcosa, questo “Mellon Collie”, non un fulmine a ciel sereno bensì una tempesta perfetta che si portò via tutta l’urgenza di quei dieci anni di psicosi creativa e che aprì la strada all’avvento del secondo doppio album dei sogni: mi riferisco ovviamente a “The Fragile” dei NIN.

Billy Corgan e la sua maglietta con su stampato “ZERO” in argentati caratteri cubitali diventò subito un’icona, un tratto distintivo. Non una copertina di Linus bensì “un costume da supereroe”, e lui stesso così la definì. Parlo solo del cantante/chitarrista finora perché, a conti fatti, gli SP sono lui. Lui e Jimmy Chamberlin. Di questi due e di come il gruppo sia stato sempre sul punto di collassare su se stesso ne ho già ampiamente parlato, perché farlo di nuovo? Lo stesso pensiero che ha attraversato la mente del quartetto quando si è ritrovata dinnanzi alla scelta di andare sul sicuro con un “Siamese Dreams pt. II” oppure autoimporsi come qualcosa di più grande, qualcosa che dettasse le mode rifuggendole, che andasse a ripescare 20 anni indietro pur guardando sempre avanti, nel sogno di Corgan di mandare a fare in culo tutta la scena alternative che tanto gli dava noia. E ce la fece, William Patrick, li mandò tutti a fanculo, si superò e li surclassò, se ne fece beffe uno dopo l’altro, divenne immenso e la band si sfasciò davvero, ma finché c’era lui Iha e D’arcy l’avrebbero seguito pur nel loro ruolo di accessori di lusso.

A Corgan pareva di essere in un libro di Kafka, in continua trasmutazione corporea e mentale, un processo devastante. “Mellon Collie” segna la nascita di Pumpkinlandun posto tutto nostro, con la nostra TV, in cui sentirci una famiglia”, disse BC, e lì ascoltarono tutti i suggerimenti di Flood, che fosse il consiglio di suonare un pezzo piuttosto che un altro come se fosse una canzone reggae oppure “cos’è questa merda anni ’70 che state suonando?”, tutto era volto a portare all’estremo i quattro e dare la luce a quello che divenne il loro disco inarrivabile. Come Shu in Ken Il Guerriero che obbligato da Souther porta la punta della piramide sulle sue spalle giungendo ad una morte gloriosa, così fecero gli Smashing Pumpkins, perché “Adore” e “Machina” sono splendidi ma erano lo spettro di qualcosa feralmente post-mortem.

La Passione degli SP è “Mellon Collie”, è il sacrificio ultimo di una band che non voleva piegarsi alle mode e far di testa sua. I testi parlano di tutto e di niente (ad anni di distanza Billy ammise che non aveva la minima idea di quel che stesse scrivendo all’epoca) e la musica va dove più le pare, come se a comandare fosse lei. In anni in cui l’opener di qualsiasi album era un missile terra-aria – e se suonate anche voi lo sapete che la regola d’oro è che il primo pezzo è quello atto a trascinare l’ascoltatore nel pieno dell’azione – loro se ne sbattono e piazzano un’aria per archi e pianoforte, il main theme operistico che starebbe bene come accompagnamento di una pellicola di Méliès, come a voler dire “se dobbiamo suicidarci, ci va un coraggio che altri non hanno”.

La fissa per il regista/illusionista si fece viva nel video di Tonight Tonight, il pezzo immortale, quello che non toglierete mai dalle vostre dannate playlist. Ma sono le chitarre che si portano via tutto, quelle gigantesche e roboanti, come la batteria di Chamberlin che esplode e si disfa e ricompone e così Jellybelly, Zero e Fuck You (An Ode To No One), Bullet With Butterfly Wings, Here Is No Why (la cui melodia manda al diavolo tutto il dream-pop shoegaze rock oriented dell’epoca) e l’industriale incedere a cavi scoperti e disturbi della frequenza di un cuore ferito di Love, le schitarrate ultra metal della devastazione emotiva del “love is suicide” di Bodies – li ringrazio davvero di cuore per la versione micidiale assieme a Chino Moreno dei Deftones performata di recente – e Where Boys Fear To Tread (Corgan e la sua ammirazione per i Black Sabbath a braccetto) si fanno spazio a spallate con i sogni di mondi lontani di Porcelina Of The Vast Ocean, Thirty-Three e lo splendore “Final Fantasy” di Cupid De Locke e alla fine proprio 1979, quella 1979 che la band oggi si copia da sola e piazza tra le righe di un nuovo singolo di poco conto.

Quel singolo che mi ha riportato alla mente la malinconia e l’infinita tristezza di uno dei dischi più grandi (in tutti i sensi) degli ultimi 30 anni. Forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadirlo, ma questi benedetti Back In Time dovremo pur scriverli, no?

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